Tecniche di equalizzazione per “L’infinito” di Leopardi – sul blog CasaMatta

Sul quarto numero del blog CasaMatta appare un mio articolo che prosegue la serie di interventi in cui cerco di istituire relazioni fra tecnologia e letteratura. Questa volta si parla di equalizzazione e si cerca di comprendere come Leopardi possa essersi servito di principi affini alle tecniche di equalizzazione del segnale nelle revisioni al suo testo più noto: L’Infinito.

Tecniche di equalizzazione per L’Infinito di Leopardi

Dico nell’articolo :

[…] “In generale il segnale, durante il suo trasporto sul canale di comunicazione, può subire un insieme di alterazioni che ne rendono più complessa, se non problematica, la ricostruzione. Le motivazioni possono essere molteplici: imperfezioni nei meccanismi di ricezione e di trasmissione, variazioni di stato del canale (pensiamo alle condizioni meteorologiche, ad esempio), interferenze causate da altri segnali trasmessi sullo stesso canale, presenza di ostacoli lungo il cammino di trasmissione e, sempre presente, il rumore, cioè quell’insieme di variazioni statistiche di fondo che generano disturbi intermittenti di varia entità, che spesso dipendono dalle frequenze in gioco.

Il segnale ricevuto necessita allora di un insieme di “operazioni di pulizia” per restituirlo alla forma originaria prevista alla sorgente: l’insieme di tecniche e procedimenti che permette la ricostruzione del segnale, al netto delle condizioni che si verificano sul canale di comunicazione, prende il nome di equalizzazione. A seconda della tipologia di segnale, di canale, di algoritmi impiegati si hanno diverse tecniche di equalizzazione, con procedimenti specifici. […]

Prendiamo a esempio “L’infinito” di Leopardi, analizzando le varianti di cui disponiamo sui manoscritti ritrovati. […]

È interessante notare quali siano state le “tecniche di equalizzazione” che Leopardi ha scelto di impiegare. Alcune sono squisitamente tecniche, come la sostituzione di “e ‘l” con “e il”, equivalente ai fini metrici grazie alla sinalefe, ma più vicino all’uso corrente della lingua. Altre sono di natura eufonica o musicale, come la sostituzione di “fra” con “tra”. Molto tecnica anche la scelta di sostituire i due punti con il punto prima di “e”: si definisce una pausa ritmica più netta, come se fosse necessario riprendere fiato in modo più compiuto, riossigenarsi prima della chiusa.

[…]

Potete leggere l’articolo completo sul blog CasaMatta

Elenco completo degli articoli di Fabrizio Bregoli su Casamatta

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Poesia a confronto: La notte

Sessantaquattresimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è La notte con il confronto fra poesie di Leopardi, D’Annunzio, Campana, De Angelis.

La notte è uno dei temi classici della poesia, fin dall’età classica: l’uomo è sempre stato affascinato profondamente, e spesso anche inquietato, dal buio della notte in cui si condensano tutta una serie di retaggi ancestrali, di interrogativi, di moti interiori che costituiscono appunto la materia viva da cui nasce la poesia.

[…]

Campana, cimentandosi nel genere della prosa poetica che pochi precedenti aveva nella letteratura italiana, ma poteva attingere a modelli importanti come Baudelaire e Rimbaud in primis, ci presenta una poesia in prosa dalla scrittura immaginifica e sognante, a tratti surreale, in cui realtà e mito si confondono e intersecano: la notte qui ha una lucidità visionaria, assistiamo al superamento di ogni confine spazio-temporale predefinito per istituire associazioni sensoriali dalla potenza vigorosa e intrigante, con un linguaggio ricco di sollecitazioni misteriose, di varchi irrisolti.

DINO CAMPANA
(Da Canti Orfici – scritto nel 1913; Tipografia Ravagli, 1914)
 
LA NOTTE

1. Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell’Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee: sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva: tra il barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un vecchio: e a un tratto dal mezzo dell’acqua morta le zingare e un canto, da la palude afona una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso.

2. Inconsciamente io levai gli occhi alla torre barbara che dominava il viale lunghissimo dei platani. Sopra il silenzio fatto intenso essa riviveva il suo mito lontano e selvaggio: mentre per visioni lontane, per sensazioni oscure e violente un altro mito, anch’esso mistico e selvaggio mi ricorreva a tratti alla mente. Laggiù avevano tratto le lunghe vesti mollemente verso lo splendore vago della porta le passeggiatrici, le antiche: la campagna intorpidiva allora nella rete dei canali: fanciulle dalle acconciature agili, dai profili di medaglia, sparivano a tratti sui carrettini dietro gli svolti verdi. Un tocco di campana argentino e dolce di lontananza: la Sera: nella chiesetta solitaria, all’ombra delle modeste navate, io stringevo Lei, dalle carni rosee e dagli accesi occhi fuggitivi: anni ed anni ed anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo.

Continua sul blog “Laboratori Poesia“:

https://www.laboratoripoesia.it/poesia-a-confronto-la-notte/

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L’appuntamento con “Poesia a confronto” è a martedì prossimo.

Per consultare l’elenco di tutte le uscite del martedì della rubrica Poesia a confronto accedere al link.

CasaMatta n.4 è on-line

Annunciamo che è on-line il quarto numero di CasaMatta, consultabile alla pagina web

www.casamattablog.it

Ecco l’indice del numero:

  • CASSANDRE: LE VOCI, un’iniziativa a cura della Redazione con la partecipazione dei lettori di CasaMatta
  • I CARE, di Anna Maria Farabbi
  • LE PAROLE E LA TELA (per un incontro fra le arti) a cura di Marco Bellini e Simona Bartolena
  • INTERVISTA A DONATELLA DI PIETRANTONIO, a cura di Martina Barbieri
  • TECNICHE DI EQUALIZZAZIONE PER L’INFINITO DI LEOPARDI, di Fabrizio Bregoli
  • LEOPARDI: SOPRA IL MONUMENTO DI DANTE CHE SI PREPARAVA A FIRENZE, di Massimo Parolini
  • REBECCA ELSON, IO MANGIO LE STELLE, di Nella Roveri e Raffaella Molinari
  • BASTA CARTONI: IL DUELLO DI MAGIA DI MERLINO E DI MAGA MAGO’, di Paolo Gera
  • CHE COSA SIGNIFICA ESSERE CONSAPEVOLI? di Alessandra Gasparini
  • SCHIFO, racconto di Maria Luisa Bompani
  • CAROLINA CANZIANI, RIPARARE CON L’ORO, nota critica di Milena Nicolini
  • MEI BANFA: IL VESTITO ROSSO, di Alessandro Rolandi
  • VOCI DA PAESE, di Giampaolo De Pietro 
  • ANCORA SULLA RESISTENZA DELLE PANCHINE, di Milena Nicolini 
  • GLI ALBERI LIBERI DI ALEXANDER SHURBANOV, nota critica di Paolo Gera
  • I QUADERNI DI ARENARIA, a cura della Redazione
  • SCRITTURE: POESIE di Evgenij Abramovic Baratinskij – traduzioni di Roberto Michilli 
  • NOTE DI LETTURA DELLA REDAZIONE
    • Fabrizio Bregoli su Oltre Infinito di Vincenzo Lauria e Liliana Ugolini
    • Anna Maria Farabbi su Angelo Lumelli
    • Fabrizio Bregoli su Luisa Delle Vedove
    • Anna Maria Farabbi su Paul Vangelisti
    • Paolo Gera su Luca Pizzolitto
    • Anna Maria Farabbi su Renzo Franzini
    • Fabrizio Bregoli su Giancarlo Baroni
    • Nella Roveri su “Cartoline per Alberto” (Alberto Cappi)
    • Fabrizio Bregoli su Maria Lenti
  • CARTEGGIO, ROSA LUXEMBURG A SONIA LIEBKNECHT, a cura di Raffaella Molinari

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Massimo Parolini su Notizie da Patmos – nota di lettura su Versante Ripido

Massimo Parolini scrive sul blog “Versante Ripido” un’interessante e densa nota di lettura su Notizie da Patmos (La Vita Felice, 2019), dal titolo “La salmodia residuale di Fabrizio Bregoli“. Lo ringraziamo per l’attenzione e la cura nell’analisi, convalidata dai frequenti riferimenti ai testi, alla ricerca di quella intertestualità che è fondamentale per la comprensione del libro.

Dice Massimo Parolini:

[…]

Bregoli scrive che ha “sempre avuto il tarlo delle scienze esatte”: attraverso la cabala, l’alchimia e la scienza sente il bisogno di dominare l’alterità, la Terra che si sottrae, il silenzio della privazione: il suo desiderio è di studiare l’amore attraverso la stechiometria (elemento e misura), branca della chimica che studia i rapporto quantitativi-ponderali delle sostanze chimiche nelle reazioni chimiche determinando matematicamente, col calcolo stechiometrico,  le quantità di reagenti e prodotti coinvolti in una reazione chimica (Il reagente è ciò che si consuma, nella reazione chimica, il prodotto ciò che di nuovo si forma a partire dalla modifica dei legami degli atomi dei reagenti).  E poi “grammatica, calcolo differenziale, logica formale. E l’algebra. Soprattutto l’algebra”. L’autore sembra confessare, in apertura, la sua fede come inizio del percorso di conoscenza del mondo in modo preciso, perfetto, chiuso, come in un racconto, lasciando intravedere, al termine dei componimenti, come il viaggio (nelle relazioni, nell’amore, nella vita) abbia poi ridimensionato tale tarlo (antropologico, emblema dell’uomo occidentale che ha nell’ansia dell’ Ulisse il suo simbolo): come un novello Candido scientista, convinto che il mondo delle scienze esatte sia il leibniziano migliore dei mondi possibili, Bregoli, cacciato da tale fede per una colpa originaria inespressa, attraversa le peripezie e le mille avventure per ritrovarsi, come il suo antesignano volteriano, a pranzare alla mensa della filosofia dell’orto (“I pomodori, quel nostro orto minimo/ georgica di un credo elementare”, Il nostro spazio). Ma è un orto da codice binario, disposto ai lati dell’aiola, separato nel mezzo dal “solco cupo della terra […] frontiera brada/ inospitale/ erbe infestanti, un verde da scerpare” (ibid.). La divisione risulta il solo spazio (fra padre e figlio) e l’algebra assolve a questa funzione correttiva, a integrare una mancanza fra mondi isolati, divisi. Saldare il crepaccio, colmarne il gelo. L’algebra, unione-connessione-rimedio, come la poesia, è anello di congiunzione. Arte di riparazione. “Un’unione praticabile, per costruire universi misurabili. Docili. Uno spazio dominabile. Finalmente nostro. Una paternità restituita”, “Commensura di uno spazio interdetto” (Omeomerie), “Crederla riscrivibile una vita/ manipolabile come una formula”, Schrödinger, “E noi misura di una stessa terra”, Viso a viso, “direzione/ a una misura che si compie”, Sempre e solo un’ipotesi.

[…]

Massimo Parolini

La recensione completa è disponibile sul blog Versante Ripido, che rigraziamo per l’ospitalità.

Per leggere alcune poesie da Notizie da Patmos accedere al link

“Le note dell’anima” di Marco Galvagni- nota di lettura di Rita Bompadre

Oggi ospitiamo una nuova nota di lettura scritta da Rita Bompadre che riportiamo di seguito.

Le note dell’anima” di Marco Galvagni (Transeuropa Edizioni, 2021) riecheggiano in ogni segno virtuoso dei versi tra le annotazioni poetiche sulla vita, interpretano il suono del cuore e affermano con la dedica amorosa in epigrafe, l’insinuante e persistente fiamma della passione. Il poeta si lascia incantare dalla soavità evocativa della memoria, concede alla fantasia la forma visibile delle immagini rappresentative della realtà, per accogliere la premurosa custodia delle riflessioni attraverso la mediazione estetica della bellezza. La determinazione carismatica dell’esistenza descritta da Marco Galvagni, compone la fiducia nell’elemento sensoriale, consegnando alla poesia la misteriosa e provocante corrispondenza della coscienza e muovendo in direzione spontanea le coincidenze significative dell’esperienza. La fluida continuità della sensualità ritrova la sua malia tentatrice tra le pagine, affina l’arte della seduzione inviando segnali colti e raffinati nell’elegia autobiografica, ridesta l’ispirazione, indica il dogma enigmatico del sortilegio emotivo e la ritualità  fatale della conquista. Marco Galvagni afferma il significato dell’eloquenza, adula la strategia della percezione, strumento di comprensione, rende l’irrazionale spinta delle illusioni motivo di sofisticata indagine esistenziale e archetipo universale. Il carattere poietico dell’opera mostra l’origine della centralità charmant dell’amabilità, idealizza l’attività nostalgica del pensiero, i simboli in equilibrio sulle stagioni, esplora la fenditura profonda del soffio vitale, rivestendo la dolcezza arcana della speranza oltre l’abisso dei moti spirituali e istintivi. Il profilo del poema traccia la sensazione sincera delle rivelazioni vissute e amplia la geometria della consapevolezza. I testi affidano alla sacralità del senso il legame con il tutto, interrogano la complicità dell’umanismo, confrontano l’intenso entusiasmo dell’immaginazione con il processo inarrestabile della conoscenza, combinando la meditazione e la sapienza indistinta dell’intelletto. “Le note dell’anima” scorrono nelle vene, misurano la cifra del palpito, congiungono le infinite occasioni, magiche e segrete, del tempo, orientano la certezza e la resistenza dei gesti, riconducono la forza pulsionale dell’amore all’energia primordiale delle intuizioni. La composizione dell’anima colloca la personificazione emblematica del linguaggio nell’incarnazione della donna amata ed evocata come illuminata epifania nella tensione tra aspirazione e utopia. Il poeta adotta uno stile che è sede della propria moralità, identificata nella corporeità dei ricordi, nella consistenza erotica delle espressioni, nello sfuggente e impalpabile dominio della contemplazione, nella maturità degli affetti. Nei testi di Marco Galvagni si comprende che la bellezza diffonde il suo passaggio oltre il momento e attraversa, come possibilità, tutti i corpi. Il poeta vive l’unicità del proprio destino, disponendo alla nobilitazione di ogni ardore il vagheggiamento dell’attrazione e unendo alla libertà del sublime l’intensificazione della assolutezza apollinea della poesia.                        

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

(Pubblicato su concessione e autorizzazione dell’autrice)

Poesia a confronto: Il mare

Sessantatreesimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è Il mare con il confronto fra poesie di Montale, Penna, Walcot, Conte.

Il mare, elemento primordiale associato alla nascita, alla rigenerazione, o ancora forza primigenia e misteriosa, o ancora simbolo dell’infinito inconosciuto e indecifrabile, o ancora luogo dell’avventura e della sfida dell’uomo alla natura e al destino: sono molteplici le associazioni possibili con questa componente costitutiva della natura, capace di incantarci e sorprenderci, protagonista di moltissimi versi di cui si offre una selezione, per quanto minima, nel confronto di oggi.

Partiamo con Montale che al suo mare di Liguria, il Mediterraneo, dedica, soprattutto nel suo primo libro “Ossi di seppia”, numerose poesie, fra cui quella scelta, in cui avviene l’immedesimazione fra mare e autore “ubriacato dalla [sua] voce”, nella consapevolezza per il giovane Montale che quel mare, luogo delle vacanze, gli è “antico” compagno; “ il piccino fermento / del mio cuore non era che un momento / del tuo”: ecco allora la necessità di rimuovere da sé ogni “lordura” della vita, come fa il mare con “le inutili macerie del [suo] abisso“, per riscoprirsi forse più indifeso, ma più autentico.

EUGENIO MONTALE
(da Ossi di seppia – Gobetti, 1925)

Da “MEDITERRANEO

[…] Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso: e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.

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https://www.laboratoripoesia.it/poesia-a-confronto-il-mare

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L’appuntamento con “Poesia a confronto” è a martedì prossimo.

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Poesia a confronto: In memoria di Giancarlo Majorino

Questa settimana la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia” propone testi del poeta Giancarlo Majorino recentemente scomparso, un doveroso omaggio a uno dei maggiori maestri contemporanei. Di lui già si era parlato nella puntata a tema Milano.

Fra i cantori della città di Milano era del tutto naturale includere, insieme a Raboni e Pagliarani, anche Giancarlo Majorino, uno dei suoi testimoni più alti e rappresentativi, di cui si diceva a proposito dell’incipit de “La capitale del Nord”:

“Al nuovo mondo delle banche e dell’industria rivolge la sua attenzione anche Majorino nell’incipit del poema “La capitale del Nord” in cui la rappresentazione del capitalismo ha toni di particolare durezza: le banche “dan vita o morte in crediti d’usura”, l’operaio è associata all’immagine de “l’asino alla mola”, tutto appare asservito al denaro. La produzione è legata indissolubilmente al “cordone ombelicale / del capitale” che impone le sue regole disumanizzanti, il progresso è solo illusorio nella sua curva di salita che anticipa una discesa ancora più rapida, con “trapassi / violenti e luminosi”: l’intera città sembra poggiare su piedi d’argilla (“il tufo è ancora base ai grattacieli?”).”

Città, Milano, alla quale Giancarlo Majorino è sempre stato indissolubilmente legato, vivendo e traducendo in poesia tutte le trasformazioni (e spesso le involuzioni) che la città ha attraversato dai primi anni ’60 fino al nuovo millennio, con una presenza costante nei suoi versi, sempre contemporanei, sempre capaci con un linguaggio personalissimo e dirompente, mescolando realismo e ironia, idealismo e disincanto, di cogliere lo spirito del nostro tempo, dietro la pluralità e la contraddittorietà delle sue manifestazioni, vieppiù intricate con l’affacciarsi della nuova società profondamente influenzata dalla tecnologia, da Internet, dai social network, tutte espressioni della contemporaneità che la sua poesia non ha ignorato (“siamo tanti atolli, esseri che si raggruppano o si parlano / …tramite tran tran di messaggi”).

[…]

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Dizionario critico della poesia italiana, a cura di Mario Fresa, SEF, 2021

Da pochi giorni disponibile in commercio un importante lavoro che cerca di offrire, nella forma di dizionario critico, uno spaccato della poesia contemporanea dal dopoguerra in poi: si tratta del Dizionario Critico della poesia italiana, a cura di Mario Fresa, edito dalla Società Editrice Fiorentina (SEF).

Il libro comprende circa 250 schede critiche, firmate da numerosi collaboratori, in cui si analizza la scrittura di altrettanti autori dal 1945 a oggi, con note biografiche, bibliografia dettagliata, citazioni dalle opere, contributi critici.

Uno strumento utilissimo di consultazione per chi voglia conoscere alcune fra le principali voci poetiche in circolazione, con utili riferimenti e suggerimenti per l’approfondimento e il confronto con gli autori.

Sulla poesia di Fabrizio Bregoli scrive Mario Fresa: ” si muove fra un’assorta meditazione e l’incombere di un precipizio inarginabile” […] “Ma l’enigmatico attrito col mondo e la tenace trepidazione dei versi di B. sono, in ogni caso, lucidamente uniti a un impeccabile equilibrio linguistico e stilistico” (ivi, pag.36).

Ringraziamo di cuore Mario Fresa per l’accoglienza e per l’attenzione.

Un’anteprima del libro è disponibile presso il sito della casa editrice, dove è anche possibile ordinare il libro:

https://www.sefeditrice.it/catalogo/dizionario-critico-della-poesia-italiana

Blocchi di partenza – Veronica Antonietta Mestice

Per la nuova rubrica “Blocchi di partenza” sulla pagina Facebook “Poeti Oggi” l’incontro con la poesia di Veronica Antonietta Mestice.

Buona lettura!

Grazie alla pagina Facebook “Poeti Oggi” per l’opportunità di collaborazione.

Tutti gli autori e le note di lettura pubblicate su Poeti Oggi sono consultabili alla pagina del blog Blocchi di partenza

Poesia a confronto: Venezia

Sessantaduesimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è Venezia con il confronto fra poesie di Fusinato, Marinetti, Cardarelli, Zanzotto.

Il fascino di una città unica come Venezia non necessita di alcuna argomentazione: ne deriva, con evidenza assoluta, il fortissimo ascendente che Venezia ha da sempre avuto sulla poesia.

[…]

È ben noto, invece, come agli occhi dell’avanguardia futurista, Venezia, proprio come “il chiaro di luna”, rappresenti invece il simbolo di tutto ciò che è obsoleto, stantio, decadente: un retaggio del passato che va cancellato definitivamente per lasciare spazio ai nuovi temi della contemporaneità (la velocità, l’azione, le parole in libertà). Il “Manifesto contro Venezia passatista” bene riassume il programma futurista e con particolare acrimonia e sfrontatezza offre la sua ricetta perché si diventi “costruttori dell’avvenire”.

[…]

FILIPPO TOMMASO MARINETTI
(dal Manifesto “Contro Venezia passatista”, 1910)
 
Veneziani!
 

Quando gridammo: «Uccidiamo il chiaro di luna!» noi pensammo a te, vecchia Venezia fradicia di romanticismo! Ma ora la voce nostra si amplifica, e soggiungiamo ad alte note «Liberiamo il mondo dalla tirannia dell’amore! Siamo sazi di avventure erotiche, di lussuria, di sentimentalismo e di nostalgia!» […].

Basta! Basta!… Finiscila di sussurrare osceni inviti a tutti i passanti della terra o Venezia, vecchia ruffiana, che sotto la tua pesante mantiglia di mosaici, ancora ti accanisci ad apprestare estenuanti notti romantiche, querule serenate e paurose imboscate!

Io pure amai, o Venezia, la sontuosa penombra del tuo Canal Grande, impregnata di lussurie rare, e il pallore febbrile delle tue belle, che scivolano giù dai balconi per scale intrecciate di lampi, di fili di pioggia e di raggi di luna, fra i tintinni di spade incrociate…

Ma basta! Tutta questa roba assurda, abbominevole e irritante ci dà la nausea! E vogliamo ormai che le lampade elettriche dalle mille punte di luce taglino e strappino brutalmente le tue tenebre misteriose, ammalianti e persuasive!

Il tuo Canal Grande allargato e scavato, diventerà fatalmente un gran porto mercantile. Treni e tramvai lanciati per le grandi vie costruite sui canali finalmente colmati vi porteranno cataste di mercanzie, tra una folla sagace, ricca e affaccendata di industriali e di commercianti!…

Non urlate contro la pretesa bruttezza delle locomotive dei tramvai degli automobili e delle biciclette in cui noi troviamo le prime linee della grande estetica futurista […].

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Poesia a confronto: Occhiali

Sessantunesimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è Occhiali con il confronto fra poesie di Pirandello, Sanguineti, Cavalli, Tognolini.

Essenziale àncora di salvataggio e supporto indispensabile per chiunque abbia problemi di vista, gli occhiali, da ausilio medico, sono diventati anche oggetto di moda, di design. Nella loro semplicità e praticità accompagnano la vita di molti e hanno un fascino, tutto simbolico, che li ha resi oggetto di interesse anche da parte dei poeti.

Cominciamo con Pirandello che ci offre una poesia in rima, dal ritmo cadenzato e ironico, e che affronta da una prospettiva giocosa alcuni dei temi che ritroviamo nel suo teatro e nella sua prosa: il divario che si viene a istituire fra realtà e sua percezione, fra vita e maschera. Gli occhiali, come strumento per vedere il mondo, se impiegati come dovrebbero, restituiscono il mondo nella sua squallida realtà, tanto da rendere preferibile non vedere “nulla affatto”. Meglio allora il filtro della finzione e/o della fantasia, bene simbolizzato da quegli “occhiali verdi” che, per quanto irrisi, offrono comunque la prospettiva di un mondo migliore.

[…]

LUIGI PIRANDELLO
(Da La Riviera Ligure, agosto 1905, n. 73)

Avevo un giorno un pajo
d’occhiali verdi; il mondo
vedevo verde e gajo,
e vivevo giocondo.

M’abbatto a un messer tale
dall’aria astratta e trista.
— «Verdi? — mi dice.
Ti sciuperai la vista.

Su, prendi invece i miei:
vedrai le cose al vero!» —
Li presi. Gli credei.
E vidi tutto nero.

Ristucco in poco d’ora
d’un mondo così fatto,
buttai gli occhiali, e allora
non vidi nulla affatto.

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