Matteo Galluzzo su “Notizie da Patmos”

Matteo Galluzzo, con grande sensibilità e precisione impeccabile, ha scritto questa nota di lettura su “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019), che analizza la raccolta partendo dal concetto di “escaton” e ne trae importanti implicazioni che creano un fil rouge fra “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019) e il suo predecessore “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018), dove la condizione nichilistica della società contemporanea ha cercato di farsi voce tramite la poesia (si legga la prefazione di Vincenzo Guarracino per un confronto).

La nota nasce come contributo critico alla presentazione di “Notizie da Patmos” che si è tenuta on-line sul canale di Residenze Poetiche il 01/10/2020

Gli siamo veramente grati per questa sua lettura così attenta e densa, che condividiamo con grande piacere.

“La poesia come escaton”.

Lo sguardo di Matteo Galluzzo su “Notizie da Patmos” (La Vita Felice) di Fabrizio Bregoli.

Secondo la tradizione cristiana Patmos è l’isola in cui l’apostolo Giovanni, ricevuta la rivelazione di Gesù, compose il libro dell’Apocalisse. Questa informazione apparentemente marginale ci consente di gettare uno sguardo sulla raccolta “Notizie da Patmos” di Fabrizio Bregoli, edita da La Vita Felice, andando a far frizionare le tematiche del libro con il contesto culturale in cui l’opera, come qualsiasi altra, si trova inevitabilmente situata.

Tuttavia, perché quanto accennato abbia un senso, dobbiamo allargare il concetto di Apocalisse oltre la specificità dell’ambito religioso. Per farlo ci rifaremo al testo “La fine del mondo” di Ernesto De Martino, in cui il filosofo napoletano analizza la crisi dei valori dell’occidente e del soggetto. Per De Martino la società contemporanea è minacciata da una tentazione apocalittica che, privata di qualsiasi escaton, non può che portare al nichilismo e all’autodistruzione. La crisi è il punto di partenza da cui Bregoli prende la parola, e può essere letta in filigrana ai dispositivi enunciativi con i quali l’autore presenta la sua opera:

“Ho sempre avuto il tarlo delle scienze esatte. Stechiometria, grammatica, calcolo differenziale, logica formale. E l’algebra. Soprattutto l’algebra.[…]

Algebra[…] che significa “unione”, “connessione”, ma anche “aggiustare”, “rimediare”. Le strutture algebriche […] rispondono all’idea di un’unione praticabile, per costruire universi misurabili. Docili.

Uno spazio nominabile. Finalmente nostro.Una paternità restituita.

L’algebra è, nel stesso atto costitutivo, anello di congiunzione. Arte della riparazione.

(Come la poesia).”

A un’apocalisse senza escaton di una società liquida, Bregoli oppone qui la duttilità delle strutture linguistiche (o algebriche) quali strumenti adatti a ordinare tanto il mondo, altrimenti destinato a sprofondare nel caos; quanto il soggetto sempre sottoposto a spinte di disgregazione psicologica.

È così che la poesia dell’autore diventa, senza roboanti atti enunciativi e partendo da una dimensione intima che tuttavia potrebbe essere quella di ognuno di noi, vera poesia civile; indicando attraverso il proprio farsi una possibilità di superamento della crisi del contemporaneo.

Si è parlato non a caso di duttilità in quanto la parola poetica dell’autore è ben lontana dall’atteggiamento di rigidità che il riferimento alle strutture algebriche potrebbe far pensare. La sua è al contrario una “parola scorticata”, “tutta detriti” di chi ha la consapevolezza che il punto di rottura non può essere evitato e che proprio da quella rottura è necessario ripartire per tentare di ricomporre il mondo e per ricomporsi in quanto soggetti. Un punto di rottura che sembra qui potersi identificare con la perdita del rapporto con l’alterità a cui la poesia può provare a porre rimedio proponendo soluzioni sempre provvisorie, imperfette e tuttavia possibili.

Matteo Galluzzo

(Tratta dalla pagina Facebook di Residenze Poetichepost del 30/09/2020).

Si può leggere una selezione di poesie tratte da “Notizie da Patmos” al link qui indicato.

Fabio Prestifilippo su “Notizie da Patmos”

Fabio Prestifilippo, con grande cura e con intuizioni davvero originali, ha scritto questa nota di lettura su “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019), nota che analizza la raccolta partendo dalla prefazione di Piero Marelli e mettendo alla prova dei “fatti poetici” l’argomentazione secondo cui: ““Le parole di Bregoli riemergono da un fondale che sembra poco rassicurante ma hanno il coraggio della realtà”. (P. Marelli)

Ne nasce un interessante excursus che prendendo a riferimento il valore simbolico dell’isola, e di Patmos in particolare, e avvalendosi della psicologia di Lacan porta a una lettura personalissima del libro.

La nota nasce come contributo critico alla presentazione di “Notizie da Patmos” che si è tenuta on-line sul canale di Residenze Poetiche il 01/10/2020

Gli siamo davvero riconoscenti per questa sua lettura così precisa e intensa, che condividiamo con grande piacere.

Piero Marelli, poeta annoverato fra i grandi del vecchio e del nuovo secolo, scrive nella prefazione: “Le parole di Bregoli riemergono da un fondale che sembra poco rassicurante ma hanno il coraggio della realtà”. Una proposta, quella di Marelli, che di primo acchito non mi convinse poichè consideravo discontinua rispetto all’analisi complessiva del suo scritto. Non mi convinceva l’accostamento forzoso tra la dimensione della realtà e quello della chiarezza degli intenti poetici.

Nelle pagine successive – in esergo credo – Bregoli ci informa sull’origine della parola Algebra che proviene dall’arabo e che: “ significa “unione” “connessione”, ma anche aggiustare, rimediare. Le strutture algebriche – come matrici lineari, gruppi finiti, campi di Galois – rispondono all’idea di un’unione praticabile, per costruire universi misurabili. Docili. Uno spazio dominabile. Finalmente nostro. Una paternità restituita. L’algebra è, nel suo stesso atto costitutivo, anello di congiunzione. Arte della riparazione. (Come la poesia).”.

Il linguaggio della matematica, come quello di tutte le discipline caratterizzate da un lessico duro, non può permettersi la mancanza, per questo nella poesia di Bregoli l’utilizzo ricorsivo del lemma algebrico crea una misura all’improbabile contenimento dell’eterogeneità del linguaggio in versi: “Scrivo le coordinate dei giorni che non furono, quelli incisi sull’ascissa di un nero perfetto. Scrivo una parola scorticata, tutta detriti. Quella dove – lì soltanto – sillaba il perdono.”; “(A invaderci talvolta/è un bisogno d’ordine, disgregare/il continuo indistinto delle vite,/ parcellizzarle per addensarne il senso/ rendere il vuoto confutabile.”.

Poi c’è l’isola Patmos: “secondo un’antichissima tradizione cristiana, l’apostolo Giovanni fu qui esiliato dall’imperatore Domiziano dal 95 al 100 d.C. Durante questo periodo egli ebbe le sue famose visioni da Gesù, che portarono alla redazione del Libro delle Rivelazioni. Nel mito l’elemento greco si compiace di intrecciare una sua propria leggenda con le origini di Patmos, collegandole con gli dei dell’Olimpo e con i mitici eroi dei poemi omerici. Una leggenda racconta che era nascosta sotto l’oceano ed era visibile solo quando la dea della Luna, Selene, brillava su di lei.”.

Esiste nondimeno un altro aspetto nevralgico legato all’andatura lessicale di “Notizie da Patmos” che trova un passaggio aperto nelle parole di Niva Lorenzini: “La tradizione, sia italiana che europea, diviene modo di misurare la propria disgregazione e insieme la propria resistenza”, e di fatto in Bregoli il fare esistenzialista è chiarito fin dalle prime righe di modo che non sia un ingombro tematico e lasci al linguaggio il compito di svelarsi nella sua intenzione accorpante: “Serviva dire la sradicatura/fiondare le radici contro il cielo/ e dopo tacerne, come si / fa per i numeri ricevuti in sogno” e successivamente “ Se scrivo è per non dire, cabotare/il bianco della resa, i giorni miti/del nostro indocile armistizio. Scrivo/la vena innominata della pietra, veglio l’angolo illeso del respiro/quel suo retaggio fossile.”, ma il tema esiste e non è riducibile all’incompiutezza come destino imprescindibile della natura umana; il tema è il padre simbolico che appare tra i versi con una cadenza simile a quella di una lampadina che sta per collassare e manda luce a intermittenze irregolari. Si rinnova quindi il potenziale aggregante della scrittura e la misura di cui accennavamo inizialmente diventa al tempo stesso contenitore e fucina: “[…] tentare l’unione,/congiungere valva a valva/le mani che vi hanno smarrito un mare, riannodare voce a respiro. E noi la lingua della divisione , dialetto incendiario/dove si parla un unico silenzio.”.

Nella tradizione psicoanalitica novecentesca una delle figure portanti la questione dell’identificazione soggettiva è “il nome del padre”. Brevemente: “Il Nome-del-Padre non coincide con il padre reale, corrisponde piuttosto alla funzione paterna. Nell’orientamento lacaniano il Nome-del-Padre è un operatore psichico che consente al soggetto di accedere alla funzione simbolica, alla possibilità cioè di dare un senso all’esperienza. A rigore, il Nome-del-Padre è la condizione di possibilità perché un soggetto diventi soggetto d’esperienza, di un’esperienza propriamente umana, che per Lacan significa avere una trama significante.”. In questa accezione “Notizie da Patmos” appare come il racconto di un noi mai creato, un noi incapace di dire di un’esperienza che non è avvenuta.

Abbiamo quindi una bussola linguistica incarnata nel linguaggio duro delle scienze, una bussola che si fa misura e fucina di un linguaggio altrimenti imprendibile, abbiamo un crogiolo di simbologie scaturite da un titolo (Patmos, l’isola sommersa che emerge grazie al desiderio, che è illuminata dalla volontà di chiarirla) e un riferimento analitico di accezione psichica, il padre del simbolo che dona la possibilità di dare un senso all’esperienza.

Dunque le perplessità iniziali sulla veridicità di questa affermazione si sono finalmente sciolte: “ Le parole di Bregoli riemergono da un fondale che sembra poco rassicurante ma hanno il coraggio della realtà”. Ipotizziamo che la realtà in questo libro disponga le sue fondamenta su un’esperienza revisionata dalla storicizzazione: “[…] Quell’idea /di un padre che sia nome condiviso /colpevole soltanto del suo amore/ sola cattività che rende liberi. // E la bugia, specialità del cinema/di spacciarsi per vita compiuta. Intera./(Soltanto un figlio può/supporla vera.)”; e che, come per la visione mitica di Patmos, tale realtà si palesi per bagliori, come una pulsazione o un balbettio: “Comincia tutto ripetendo un nome/ da un buio prossimo, colpo di coda/di qualche creatura d’abisso. Dopo/è la stagione del balbettio – certe muschiose lallazioni – infine frasi/ fatte, proverbi storpiati, eserghi/o falsi. Rovine che non sorreggono.”; che per essere decifrato questo bagliore abbia bisogno di un linguaggio che sincronicamente lo renda significativo (il lemma scientifico) e lo mantenga sul fondale (la poesia).

Il coraggio della realtà di cui parla Marelli sta nel riprodurre significativamente quella storia che, come l’isola di Patmos, emerge e scompare lasciandoci solo la visione di una parola.

Fabio Prestifilippo

(Tratta dalla pagina Facebook di Residenze Poetichepost del 29/09/2020).

Si può leggere una selezione di poesie tratte da “Notizie da Patmos” al link qui indicato.

Residenze Poetiche – Incontro con Fabrizio Bregoli

La registrazione completa della presentazione di “Notizie da Patmos” (La Vita felice, 2019) in dialogo con Matteo Galluzzo e Fabio Prestifilippo

(Cliccare sul link per vedere il video direttamente sul Canale YouTube di Residenze Poetiche)

Si può leggere una selezione di poesie tratte da “Notizie da Patmos” al link qui indicato.

Matteo Galluzzo su Notizie da Patmos

Fabio Prestifilippo su Notizie da Patmos

Il blog di Elenia Stefani

Grazie a Elenia Stefani che sul suo blog personale segnala cortesemente il nostro blog come sito consigliato fra quelli da visitare, insieme a quello degli altri autori qui riportati.

Contraccambiamo con piacere invitandovi alla lettura del blog di Elenia Stefani ricco di considerazioni su arte, poesia, letteratura. Ne apprezziamo la sincera passione, la genuinità.

Sul nostro blog trovate anche la recensione al suo ultimo libroUna danza d’emozioni” e al precedente “Il mio girotondo di emozioni

Buona lettura!

Poesia a confronto: Dire addio

Trentacinquesimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è Dire addio, con il confronto fra poesie di Ungaretti, Auden, Bishop, De Angelis.

Perdere una persona cara è sempre un avvenimento tragico, irrimediabile. È una delle esperienze che segna maggiormente le nostre vite, lasciando spesso delle ferite insanabili, sollevando interrogativi ai quali si è impossibilitati a rispondere. Il tema del distacco, del commiato è da sempre appannaggio profondo della parola poetica. Come sostiene anche Rilke, in fondo, “noi viviamo per dire sempre addio”.

[…]

Auden sceglie invece il blues (appartenente alla tradizione dei neri d’America, genere musicale ancora oggi molto noto) per dare corpo alla perdita dell’amato. A prevalere in questa poesia è la figura retorica dell’iperbole: agli accadimenti quotidiani, alla natura, all’ordine stesso del cosmo viene chiesto di sconvolgersi, arrestarsi nel loro ordinario accadere, perché tutto deve essere vestito a lutto, specchio nero della perdita. La dura realtà è riassunta in un verso semplice, netto: “I thought that love would last forever: I was wrong”.

[…]

Continua sul blog “Laboratori Poesia“:

http://www.laboratoripoesia.it/poesia-a-confronto-dire-addio/

WYSTAN HUGH AUDEN

(Da “Four Cabaret Songs for Hedli Anderson”, 1940)

FUNERAL BLUES

Fermate tutti gli orologi, staccate il telefono,
perché non abbai, gettate al cane il suo osso succoso,
zittite i pianoforti e nel suono smorzato dei tamburi
portate fuori la bara, inizino i lamenti.

Gli aeroplani gemano in cerchio là in alto
scarabocchiando in cielo il messaggio ‘È morto.”
mettete un nastro in crespo al bianco collo dei piccioni,
che i vigili indossino guanti di cotone nero.

Era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est, il mio Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo domenicale,
il mio mezzogiorno, la mia mezzanotte, la mia voce, la mia canzone;
pensavo che l’amore durasse per sempre: sbagliavo.

Le stelle non servono a nulla, ora; spegnetele tutte,
impacchettate la luna e smantellate il sole,
prosciugate l’oceano e spazzate via i boschi;
perché niente ora può essere di alcun conforto.

(traduzione di Fabrizio Bregoli)

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L’appuntamento con “Poesia a confronto” è a martedì prossimo.

Per consultare l’elenco di tutte le uscite del martedì della rubrica Poesia a confronto accedere al link.

“Viaggi nell’esistenza” di Filippo Passeo (Samuele Editore, 2020)

Segnaliamo all’attenzione dei lettori del blog la nuova pubblicazione del poeta Filippo Passeo dal titolo “Viaggi nell’esistenza” (prefazione di Fabrizio Bregoli), di recentissima pubblicazione per i tipi di Samuele Editore.

Immagine tratta dalla pagina Facebook di “Samuele Editore”
https://www.facebook.com/samuele.editore/photos/pcb.3305087522879408/3305083339546493

Riportiamo alcuni passaggi dalla prefazione:

La poesia di Filippo Passeo si contraddistingue per l’immediatezza della dizione, per la sua volontà di comunicare e instaurare un dialogo fitto con il lettore, per la forte aderenza agli avvenimenti che accadono giorno dopo giorno nella vita quotidiana, siano essi della sfera privata (soprattutto famigliare) siano essi relativi alla società o al mondo in senso lato, con il quale il confronto è comunque strettissimo, partecipativo. Colpisce soprattutto la forte componente di umanità che fa naturalmente ascrivere questa poesia alla sfera propria della poesia dell’io, centrale e mai mascherato o disconosciuto, e in questo senso è fondamentalmente poesia lirica, soprattutto quando tratta il tema degli affetti, dei ricordi, delle relazioni con gli altri. In questo senso la poesia di Passeo è essenzialmente ancorata alla vita, alla sua esperienza esistenziale (“Voglio dire dentro e attorno a questa vita”), una poesia che tenta di rifuggire dalla letteratura (nella accezione negativa di cui parla Verlaine nella sua “Arte poetica”) o più propriamente dalla letterarietà (“Il mio lavoro è stato lontano dai libri / da aule e biblioteche da saccheggiare. / Il mio lavoro è stato sottoterra”). Lo dimostra l’uso di un linguaggio diretto, scevro da inutili intellettualismi, pur non rinnegando, soprattutto nell’impiego di certe figure e metafore, tutto il patrimonio della tradizione, lirica in primis (si considerino queste espressioni, a titolo di esempio: “il tremolio dell’alba”, “canto d’oro”, “fiore bianco sulla carne”, “verde distesa / del cielo”, “un’estasi di ansimanti sospiri”, e potremmo proseguire a lungo). Il registro rimane colloquiale, rispettoso della sintassi e dell’ordine naturale del discorso, la strutturazione delle composizioni è fondamentalmente regolare, tutta improntata a costruire un finale a effetto, dove spesso lo scarto semantico costringe a rivedere gli assunti iniziali, generando quella sorpresa che dà una coloritura particolare e mai banale alla scrittura (si legga come esempio la poesia “Lenti”).

È soprattutto il fondo di ironia che domina in molti testi (si vedano “Disforia”, “Contatti”, “Pasticceria siciliana” con il suo erotismo sopra le righe, “Funerale” o “P.S. Noi morti” in cui si sbeffeggia la morte in un paradossale abbraccio fra ossa che “sbatacchiano”), l’ironia – dicevamo – a creare una naturale empatia con il lettore, una leggerezza misurata e gestita con intelligenza che crea avvicinamento, condivisione. Non vi è mai nulla di atteggiato o di ostentato: a Passeo preme soprattutto esprimersi con sincerità, “senza abbagli” come recita il titolo di una sua poesia, senza filtri, artefatti o espedienti retorici mistificanti, in una lingua piana e tutta giocata sulla pregnanza del significato, sull’evidenza del contenuto che è il cuore pulsante della sua scrittura. […]

La sua poesia (“una fessura / per guardarvi i lineamenti della felicità”), che ha potuto esprimersi compiutamente solo dopo un’intera vita dedita al lavoro e alla famiglia (“ora, con un carico d’anni, il tempo è arrivato”), assume una forma detonante, smaniosa di dire (“eppure ciò che ribolliva / tra gola e budella / reclamava una forma”) e legata, con una metafora affascinante, alla professione di una vita: poesia dunque come “arte mineraria”, estrazione nell’interiorità dell’io, perché la miniera insegna “certo a muover[e] / nei camminamenti più profondi, / a districar[s]i tra il groviglio di dubbi / in labirintici sotterranei e / soprattutto a convivere col buio / che piomba dai pozzi / e spesso scivola alle spalle, senza paura.” E, d’altronde, era anche di Ungaretti l’idea della parola poetica come emersione dal profondo, scavo (“Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso” – da “Commiato” ne “L’allegria” – 1916). La poesia dunque come risorsa, come strumento per fare luce sulla vita: “Fu quando mi tirarono […]

Nel libro di Passeo il lettore si confronterà pagina dopo pagina con poesie dallo stile e dal contenuto a tratti anche dissonanti, ma capaci di distinguersi per la loro unicità di forma e ispirazione, per l’autonomia di ciascuna nella struttura polifonica che è naturale per questo lavoro. Insomma sarà per il lettore l’occasione per accogliere una voce senz’altro particolare e atipica, le sue evoluzioni e i suoi “attraversamenti”, in un quadro composito e variegato, volubile e contraddittorio come è proprio, in definitiva, della vita.

Per approfondimenti si rimanda alla scheda al sito dell’editore (Samuele Editore)

Alcuni testi tratti dal libro sono disponibili per la lettura sul lit-blog Laboratori Poesia

Paolo Gera su Poeti Oggi

Paolo Gera, autore controcorrente e fortemente originale, formatosi alla scuola di Edoardo Sanguineti, riesce nella sua poesia a traghettare tutta l’esperienza della neo-avanguardia combinandola con le sollecitazioni che originano dalla nuova società contemporanea così immersa nel mondo della informazione di massa, nella socializzazione spesso apparente della rete. Ne mutua il linguaggio e lo rielabora in una forma espressiva che attraversa la classica distinzione dei generi a favore di un intreccio di registri e di stili che ne rappresenta la personalità distintiva come autore. Il tema di questo dialogo ideale con Recaptcha (nuova divinità tecnologica?) è la solitudine affollata dei nostri tempi, così densa di informazione ma altrettanto deserta di comunicazione autentica, di rapporto sincero fra gli individui.

“Notizie da Patmos” su “Residenze Poetiche”

Appuntamento Giovedì 1 Ottobre ore 21,30 per la presentazione di “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019) in dialogo con Fabio Prestifilippo, Matteo Galluzzo, Maria Grazia Rossi.

Sulla Pagina Facebook e sul Canale Youtube di Residenze Poetiche

Si può leggere una selezione di poesie tratte da “Notizie da Patmos” al link qui indicato.

In memoria di Anna Elisa De Gregorio

Con grande tristezza apprendo della scomparsa improvvisa della poeta Anna Elisa De Gregorio, che ho avuto modo di conoscere alcuni anni fa in occasione di un evento letterario e di cui ho apprezzato la cortesia, la schiettezza, la voglia di dialogo e di confronto. Purtroppo non c’è stato il tempo di frequentarci di più, di conoscerci meglio.

Continuerà a essere con noi con la sua poesia, la sua voce personale e autentica.

Mi piace ricordarla con una sua poesia tratta dal libro “Un punto di biacca” (La Vita Felice, 2016)

«Ma c’è un’arte più tenera di questa lentezza?» (*)

Le mattine d’autunno, benedette
di luce, a Delft, valgono cento perle.
In casa adesso io sola sono sveglia,
puoi trovarmi in cucina
con il giallo corpetto e il viso assorto.
Raccolgo pensieri,
liberi in quest’ora che s’allunga:
dopo la notte il tempo è intorpidito.
Ben accorta che non cada una goccia
travaso dalla brocca il latte nuovo.
Scende a filo nel tegame di coccio,
filo denso d’opale.
Dal cesto già ho preso il pane nero,
e sul tavolo l’ho tagliato in pezzi.
Sarà la colazione dei padroni,
io lesta mangerò gli avanzi.
Ma questo sarà dopo.
Adesso fredda e assonnata si versa
la luce sui miei polsi,
pulita da ogni male.
Poi ci sarà quel vetro da cambiare
(guarda lassù la grata che si sbianca),
da vuotare lo scaldino, e altre faccende:
quando il silenzio se ne andrà altrove.

Jan Vermeer, La lattaia, Rijksmuseum, Amsterdam.

(*) «Ma c’è un’arte più tenera di questa lentezza» sono i due versi finali della poesia Grazia (secondo Gide) dalla raccolta Mancanze  di Alessandro Fo.

“Anna Elisa De Gregorio è nata a Siena da genitori campani. Abita ad Ancona dal 1959 dove lavora presso una agenzia di marketing.
Ha pubblicato nel 2010 il suo primo libro di poesie Le Rondini di Manet (Polistampa), prefazione di Alessandro Fo (Premio Pisa 2010 opera prima; Premio Contini Bonacossi 2011 opera prima). Nel 2012, grazie al concorso «Inedito Colline di Torino», ha pubblicato il suo secondo libro Dopo tanto esilio (Raffaelli Editore), prefazione di Davide Rondoni (nella cinquina finalista del premio Gradiva, New York 2013, primo premio Borgo di Alberona 2014). Nel 2013 ha pubblicato, grazie al dars di Udine, una plaquette di poesie dal titolo Corde de tempo in dialetto anconetano.
E’ presente in numerose antologie, pubblica articoli su riviste letterarie e blog. Ha organizzato stage presso le scuole medie e elementari sulla poesia Haiku.”

(biografia tratta dalla pagina dell’autrice sul sito de La Vita Felice)

Tre poesie su “Poetry Factory”

Il nuovo blog di poesia Poetry Factory, curato da Davide Uria, ospita oggi una selezione di poesie tratte dal mio ultimo lavoro “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019).

Ringraziamo per la cortese ospitalità il blog e invitiamo alla lettura. Grazie in anticipo.

Immagine tratta dal sito https://poetryfactory.altervista.org/