Raffaela Fazio su “Notizie da Patmos”

Raffaela Fazio, con la grande perspicacia e l’ascolto attento che la contraddistinguono, ha scritto questa breve nota di lettura su “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019), che analizza la raccolta dal duplice punto di vista, stilistico e contenutistico, cogliendo bene come il tema della “paternità” espresso nella sua accezione più ampia, sia soprattutto “bisogno di appartenenza”, accettazione delle differenze, cercare di creare un varco nella inconoscibilità dell’altro, riscoprire il bene “omesso”, “trafugato”.

Le siamo davvero riconoscenti per questa sua lettura così precisa e intensa, che condividiamo con soddisfazione.

“Notizie da Patmos” è un libro dalla struttura solida, curato nella lingua, coinvolgente. Parola e pensiero si accordano intorno a un dettato essenziale, metaforico più che narrativo, portato dalla musicalità del verso e dalla rima, intenso anche quando alleggerito dall’ironia. La precisione espressiva dà corpo a una poesia sempre vibrante. La raccolta attinge a un ampio immaginario fatto di oggetti, piante, animali, proprietà chimiche e matematiche, riferimenti alla fisica, alla musica, alla grammatica, prestiti filosofici e toni spirituali. Ma tutto si tiene, perché ogni elemento suggerisce una corrispondenza, la esige.

Nella silloge traspare in filigrana proprio una ricerca di “parentele insospettate”, di “paternità”, sia in senso autobiografico ‒ nel rapporto contrastato, non-compiuto tra l’autore e il padre ‒, sia in senso astratto ‒ nello sforzo ordinatore, teso a trovare una somiglianza tra le diverse realtà, che soddisfi in parte un primordiale desiderio di appartenenza. Tale desiderio rispecchia la nostalgia di un luogo altro, tra lo spazio “costretto” e lo spazio “interdetto”: uno spazio “redento, condiviso”, aperto a una relazione capace di accettare la differenza e la non totale conoscibilità dell’altro. E soprattutto, la ricerca di appartenenza è ricerca di un bene che si situi tra il bene “omesso” e il bene “trafugato”: un bene che abbia tra i suoi nomi anche quello di “perdono”. “Notizie da Patmos” mette a nudo la fragilità, perfino l’assurdità della natura umana, ma al tempo stesso ne esalta la bellezza. E lo fa grazie a una fiducia lucida e paziente nella parola.

(Motivazione per l’assegnazione del III Premio per la poesia edita al libro “Notizie da Patmos” al XI Premio Internazionale di Poesia “Don Luigi di Liegro”).

Si può leggere una selezione di poesie tratte da “Notizie da Patmos” al link qui indicato.

Su “Partenze e promesse. Presagi” di Alfredo Rienzi (puntoacapo – 2019)

La poesia di Alfredo Rienzi, capace di distinguersi in tutto il suo percorso poetico per l’assoluta originalità e in non-allineamento dei suoi versi ad alcuna moda o tendenza, è tutta tesa a un esercizio di sezionamento e scansione microscopica della parola, perché possa essere condotta sulla soglia di una rivelazione che è sempre sospesa fra disvelamento e precipizio, ambizione a esplorare e percezione de “la certa caduta”, dello scacco. In questo libro Rienzi spinge i suoi versi in uno spazio indecifrato, tutto percorso da partenze, promesse, presagi, profezie: tutte forme, insomma, dell’indicibile che si può tangere solo per prossimità problematica, nella consapevolezza che “si torna dove si è già stati”. Ecco allora il chiamare a raccolta, come ideale sostegno alla sua poesia, la tradizione alchemica, i profeti biblici, San Giovanni Evangelista, la poesia messianica di Blake e Yeats, Eliot con la sua consapevolezza della frattura fra uomo e mondo. Con questa poesia asciutta, a tratti impertinente nella sua grazia spietata, Rienzi inchioda l’uomo alla responsabilità di indagare il senso della vita, tutta circoscritta però nel costante richiamo alla precarietà, come attraverso la splendida provocazione di “Conosco la data della mia morte”, poema nel poema, dove con disarmante semplicità si ricorda a tutti che la vita “durerà poco, come i giochi belli” e “un po’ si è tutti morti anche in vita”, ciascuno con la propria “oziosa biografia”.

Fabrizio Bregoli

(Motivazione per l’assegnazione del Premio Premio Proloco Limbiate al libro “Partenze e Promesse. Presagi” al Concorso “La girandola delle parole” Edizione 2020)

La motivazione è consultabile anche come articolo sul sito La Recherche

Tratto dal sito La Recherche al link https://www.larecherche.it/autore.asp?Utente=alfredo59

Proponiamo una poesia dal libro apparsa sulla pagina FB Poeti Oggi.

Buona lettura!

Su “La regola dell’orizzonte” di Alessandra Paganardi (puntoacapo – 2019)

La poesia di Alessandra Paganardi, come testimonia il titolo del libro che è desunto dal linguaggio della fotografia, è uno sguardo attento e partecipe sul mondo, consapevole che “tutti i posti sono ovunque” e quindi fare poesia è innanzitutto un addestramento dello sguardo, perché possa scalfire la superficie e penetrare il senso delle cose. Questo porta l’autrice ad adottare un linguaggio preciso, epurato da qualunque intento o tentazione esornativa, tutto teso a una concentrazione del verso che non permette alcun indugio di sorta: occorre saper conficcare “dentro il fianco la parola”, parola che è al tempo stesso ferita necessaria e faglia che possa far riaffiorare quel “moto opaco delle cose” di cui parla Giancarlo Pontiggia nella sua nota in quarta di copertina. C’è una rivendicazione lucida, in questi versi: al proprio diritto alla vita, al poterla e saperla amministrare nella libertà e nel rispetto del mondo, senza perdersi, ma scendendo a patti – dolorosamente, certo – con l’ordine conflittuale che lo presiede. Ne deriva un libro potente con una dizione incandescente, ma senza essere innestato in una matrice orfica, ormai fin troppo abusata, da molti: si intuisce invece una “ragione” poetica sempre presente, che ordina e governa i versi, mette a fattore comune immagine ed esperienza, come viene dimostrato dall’andamento essenzialmente poematico e intertestuale che collega fra di loro le poesie. È così che l’autrice sa offrirci, in modo convincente, una poesia “per medicare il buio / per guarire la terra”

Fabrizio Bregoli

Per una selezione di poesie dal libro si acceda al link seguente sul blog Perigeion.

Buona lettura!

Premio Letterario “Il Giardino di Babuk” – 2021

Oggi è stato pubblicato il bando della VII edizione 2021 del Premio Letterario Il Giardino di Babuk – Proust en Italie per opere inedite, in collaborazione con Il ramo e la foglia Edizioni.

Scadenza il 15 gennaio 2021.

Sezione A: Poesia | Sezione B: Racconto breve

Consiglio il premio a tutti i lettori del blog perché gratuito, per la serietà della organizzazione e della giuria, per l’indipendenza, per la correttezza nella valutazione degli elaborati (che avviene in forma rigorosamente anonima).

Posso testimoniarlo in qualità di vincitore del premio nella sezione poesia nel 2017 e successivamente avendo ricoperto il ruolo di giurato.

Ecco qui l’elenco dei giurati di quest’anno:

Giuria Sezione A (in ordine alfabetico di nominativo)

Anna Maria Curci, Antonio Spagnuolo, Bruno Centomo, Bruno Galluccio, Cinzia Marulli, Domenico Cipriano, Franca Alaimo, Gabriella Gianfelici, Gian Piero Stefanoni, Giuliano Brenna, Leopoldo Attolico, Lidia Popa, Marco Senesi, Mario Fresa, Marzia Alunni, Maurizio Soldini, Nicola Romano, Roberto Maggiani, Sandra Di Vito, Sonia Caporossi, Stelvio Di Spigno, Vincenzo Ricciardi.

Giuria Sezione B (in ordine alfabetico di nominativo)

Annamaria Vanalesti, Antonella Pierangeli, Antonio Piscitelli, Carmen De Stasio, Caterina Davinio, Daniela Quieti, Gianfranco Martana, Giulia Tubili, Giuliano Brenna, Gualberto Alvino, Ivano Mugnaini, Irene Ferrari, Luca Benassi, Maria Musik, Martina Cavallaro, Massimiliano Pecora, Nilla Licciardo, Orazio Giubrone, Patrizia Emilitri, Roberto Maggiani.

Potete trovare il bando al seguente link:

https://www.larecherche.it/premio.asp

Poesia a confronto: Ballate

Trentatreesimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è Ballate, con il confronto fra poesie di Cavalcanti, Coleridge, Sanguineti, Ceronetti.

Dice Wikipedia: “La ballata è una forma di poesia chiamata anche canzone a ballo perché destinata al canto e alla danza, è un componimento che si trova in tutte le letterature di lingua romanza […]. Inoltre era particolarmente caratteristica della poesia popolare Britannica e Irlandese dal periodo del Tardo Medioevo fino al 1800; usata ampiamente in Europa e più tardi in America, Australia e in Nord Africa. Questo tipo di poesia fu spesso utilizzata dai poeti e dai compositori a partire dal 1700 per produrre ballate liriche.”

Nella nostra proposta di ballate messe a confronto partiremo dal XIII secolo con uno dei massimi poeti di tutti i tempi: Guido Cavalcanti. Proponiamo la sua più celebre ballata, per l’esilio dalla patria e dalla donna amata, segnata tutta dall’elegia straziante (“Tanto è distrutta già la mia persona”) che nasce dalla percezione dell’impossibilità del ritorno, della ricongiunzione. Il distacco è così lacerante da portare alla dissoluzione dell’io (“vita m’abbandona; / e senti come ’l cor si sbatte forte / per quel che ciascun spirito ragiona”), come in molta produzione di Cavalcanti; l’unica cura possibile per chi si sa “servo d’Amore” è la “salute” offerta dal “valore” della donna amata, condannata però a restare distante, inattingibile. Solo tramite e anello di congiunzione fra amato e amata è appunto questa “ballatetta”, “servente” dell’autore che chiede “pietate” per chi è solo “voce sbigottita e deboletta / ch’esc[e] piangendo de lo cor dolente”. La perfetta compostezza formale, l’armonia delle rime, il controllo del ritmo rendono questa ballata un capolavoro assoluto del genere, un riferimento imprescindibile della letteratura mondiale.

[…]

Continua sul blog “Laboratori Poesia“:

http://www.laboratoripoesia.it/poesia-a-confronto-ballate/

GUIDO CAVALCANTI

(Da “Rime” – XIII secolo)

XXXV.

Perch’i’ no spero di tornar giammai,
ballatetta, in Toscana,
va’ tu, leggera e piana,
dritt’ a la donna mia,
che per sua cortesia
ti farà molto onore.

 Tu porterai novelle di sospiri
piene di dogli’ e di molta paura;
     ma guarda che persona non ti miri
che sia nemica di gentil natura:
     ché certo per la mia disaventura
tu saresti contesa,
tanto da lei ripresa
che mi sarebbe angoscia;
dopo la morte, poscia,
pianto e novel dolore.

     Tu senti, ballatetta, che la morte
mi stringe sì, che vita m’abbandona;
     e senti come ’l cor si sbatte forte
per quel che ciascun spirito ragiona.
     Tanto è distrutta già la mia persona,
ch’i’ non posso soffrire:
se tu mi vuoi servire,
mena l’anima teco
(molto di ciò ti preco)
quando uscirà del core.

     Deh, ballatetta mia, a la tu’ amistate
quest’anima che trema raccomando:
     menala teco, nella sua pietate,

a quella bella donna a cu’ ti mando.
     Deh, ballatetta, dille sospirando,
quando le se’ presente:
«Questa vostra servente
vien per istar con voi,
partita da colui
che fu servo d’Amore».

     Tu, voce sbigottita e deboletta
ch’esci piangendo de lo cor dolente,
     coll’anima e con questa ballatetta
va’ ragionando della strutta mente.
     Voi troverete una donna piacente,
di sì dolce intelletto
che vi sarà diletto
starle davanti ognora.
Anim’, e tu l’adora
sempre, nel su’ valore.

L’appuntamento con “Poesia a confronto” è a martedì prossimo.

Per consultare l’elenco di tutte le uscite del martedì della rubrica Poesia a confronto accedere al link.

“16 Marzo – L’ultima notte” di Achille Lauro – nota di lettura di Rita Bompadre

Achille Lauro è personaggio capace di far discutere di sé, artista su più fronti, non solo in ambito musicale. Sicuramente interessante considerarlo anche sul piano della scrittura, facendoci guidare dall’opinione di Rita Bompadre.

Infatti oggi ospitiamo la nota di lettura scritta da Rita Bompadre sul libro “16 Marzo – L’ultima notte” di Achille Lauro (Rizzoli, 2020).

“16 Marzo” di Achille Lauro (Rizzoli Editore, 2020) è un’attesa di adorazione pagana, un’aspettativa di ritorno nell’intermezzo romantico che esalta la dichiarazione ostentata dei sentimenti. Una fastosa attrazione su inclinazioni impulsive, una trappola estetica in cui tutti le sensazioni umane sono mescolate, confuse, disorientate e trascinate dall’amore all’odio, nella verità estrema di ogni esperienza di vita spinta al di là da ogni distinzione della bellezza. Un delirio allegorico, un effetto appassionato di sorpresa, di straniamento e di sospensione, è questo lo scenario adatto che l’artista allestisce per il suo immaginario attraverso segni visivi e immagini simboliche. I testi, poeticamente esposti al verso libero, ispirati al carattere istintivo e puro della creazione artistica, racchiudono il disincanto passionale e teatrale della vita, nelle atmosfere fumose e decadenti delle illusioni e dei desideri. La libertà lunatica dell’autore, svincolata da regole convenzionali, guida la ricerca degli affetti, il bisogno vivo e universale dei rapporti reciproci ed esclusivi e  si nutre di tutte le sue ossessioni biografiche, contamina l’irrinunciabile, viziosa, sincera voglia di perdersi in inferni meravigliosi, in esaltazioni ed infatuazioni per la commedia umana, nella vertigine delle percezioni. Lo specchio profondo della miseria e dello sconforto è il riflesso dell’altra parte di sé, l’eterna maschera di chi, equilibrista dell’anima, si affida ad una disillusa ma quanto mai solenne recita, incline alle suggestioni dell’ambizione e della speranza, struggente e malinconicamente sognante. La lente deformante attraverso la quale Achille Lauro guarda alle colpe, agli errori e alle trasgressioni degli uomini intensifica la consapevolezza illimitata degli inganni, del disamore, della resa incondizionata all’idealizzazione della persona amata, che esiste solo come creazione nell’immaginazione, una trasposizione inconsapevole della presenza che stordisce e divora l’innocenza dell’anima. Achille Lauro padroneggia il mondo che attraversa con un’aspirazione inconfessata all’amore, alla disperata relazione con la felicità. Il libro “16 marzo” è uno sregolamento in stile biblico, un’intossicazione da troppa nostalgia, nella sacralità laica di risposte ultime ed indecifrabili. Un’ultima destinazione di un viaggio poetico che accompagna l’avventura di un eterno sopravvissuto, lucidamente abbandonato all’inevitabile spettacolo dei sensi. Le atmosfere surreali dei tormenti e i patimenti rivisitati dell’apocalisse si contendono il primato dell’interpretazione visionaria in cui il supplizio della carne e la leggerezza del cielo sono le espressioni diaboliche ed angeliche della stessa insistenza amorosa. L’artista seduce l’ordine di un culto estetico, è la presenza rarefatta nella composizione visiva ed artistica dell’immateriale, sa flirtare amabilmente con la malìa delle imprevedibilità e le contradditorietà delle invocazioni interiori, defunte preghiere mistiche ed infedeli incise sul fatalismo misterioso dell’equilibrio emotivo. Achille Lauro celebra e dimentica l’amore nell’eleganza del disprezzo, sostiene la sua icona alterando la creatura tra il talento e l’abisso nascosto nelle sue “letterarie” inquietudini e conquista il seguente omaggio poetico:

“L’inverno, noi andremo in un vagone rosa/con azzurri cuscini./Staremo bene. Dentro quei soffici cantucci/Ci son nidi di baci./Chiuderai gli occhi allora, per non vedere, fuori,/Torcersi le ombre oscure,/Arcigne e mostruose, nera plebe serale/Di lupi e di demoni./Ti sentirai sfiorare lievemente la guancia…/Un lieve bacio, simile a un ragno forsennato,/Ti correrà sul collo…Mi dirai: “Cerca qui!” chinando un poco il capo, – Ma ci vorrà del tempo per scovare la bestia/ Che viaggia senza posa….” (Sogno d’invernoArthur Rimbaud)  

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

(Pubblicato su concessione e autorizzazione dell’autrice)

Recensione a “Silvia è un anagramma” di Franco Buffoni

Sul lit-blog Laboratori Poesia trovate oggi la nota di lettura a “Silvia è un anagramma(Marcos y Marcos – 2020), il più recente lavoro di Franco Buffoni. Un libro che fa parlare di sé, un libro importante.

Dalla nota di lettura:

“Per un artista il fatto di essere omosessuale costituisce un modo unico e fondamentale di guardare al mondo, ai rapporti di relazione e naturalmente a sé stesso” (pag.288). Aggiungeremmo: soprattutto se si parla di poesia. Partiamo da questa citazione per cercare di inquadrare questo nuovo lavoro di Franco Buffoni, lavoro che ha già attirato molta attenzione, sollevato critiche e contestazioni, levate di scudo – verrebbe da dire – a difesa della “onorabilità” (termine quanto mai inappropriato in questo contesto) o della tutela della “privatezza” delle vite di cui nel libro si tratta, soprattutto (ma non solo) di Leopardi, Pascoli e Montale. I tre protagonisti figurano sulla copertina con la nota sottostante “Per una giustizia biografica” su bandiera arcobaleno e, poco più sotto, “NO OMOFOBIA” a doveroso memento: copertina che è in sé manifesto. Il libro è al tempo stesso un saggio di critica e di storia della letteratura affrontata con una prospettiva nuova (considerando come di vitale importanza il cosiddetto fattore “O” – pag.9) e uno scritto militante che affronta la questione, ancora oggi non completamente risolta, della difesa dei diritti della persona, a partire da quelli relativi all’orientamento sessuale, alla consapevolezza di genere, alla libertà di espressione, alla possibilità di vivere la vita che più naturalmente appartiene a ciascuno. 

[…]

È un libro molto coraggioso quello di Franco Buffoni, il quale non ci ha mai fatto dubitare nemmeno in passato del suo spirito battagliero a difesa di una nuova consapevolezza etica che vada a rimuovere in via definitiva tutta una serie di pregiudizi e di retaggi anti-storici e mistificanti. Buffoni decide consapevolmente di contrastare, a livello critico, “il neutro accademico eterosessuale” (pag.12), cioè la linea ancora dominante nella critica italiana (e non solo) di relegare il fattore “O” a argomento da trascurare, derubricare o addirittura non considerare per una pruderie che nasconde in verità un’avversione a affrontare e prendere di petto la questione o, anche solo semplicemente, a assumere il fattore “O” come ipotesi possibile per una interpretazione nuova. Tuttavia, e concordiamo con Buffoni, il tema è effettivamente di primaria importanza, decisivo: permette di comprendere in modo davvero compiuto la scrittura degli autori e dare un quadro critico obiettivo, responsabile, aderente ai fatti. Come giustamente Buffoni ci ricorda, considerando soprattutto i periodi storici in cui l’omosessualità era considerata atto disdicevole, reato o malattia psichica (in ogni caso un comportamento soggetto a “stigma sociale”), è naturale ritenere che il poeta e scrittore omosessuale potesse essere indotto (salvo eccezioni molto coraggiose) a nascondere o non ammettere la propria omosessualità per non incorrere in conseguenze gravi, mettere in pericolo la propria incolumità fisica, mentale, sociale nel senso lato del termine. Quindi il lavoro del critico consiste anche nel sapere interpretare gli scritti (soprattutto quelli privati: vedi le lettere, i diari, gli appunti personali, insomma gli scritti dove l’autore poteva essere più libero di esprimersi, non essendo di pubblico dominio) alla ricerca di quegli indizi, di quei riscontri, che permettano invece di ritenere il fattore “O” plausibile o, per lo meno, ipotizzabile, a seconda dei casi. Silvia è un anagramma, dunque, perché riferendosi al caso specifico di Leopardi (replicabile in verità anche per gli altri), Buffoni cerca di decifrare – in modo convincente a nostro avviso, circostanziandolo con documenti e fatti difficilmente oppugnabili se non travisandoli – una serie di elementi relativi alle vite degli autori qui indagati, sbrogliando tutta una serie di “messaggi in codice”, spesso “crittografati” ad arte, manomessi o rimossi, per estrarre materiale capace di offrire una comprensione nuova degli autori stessi.

[…]

Nell’ultima parte del libro, “Colpi di coda”, sono soprattutto gli affetti personali, degli amici più cari, che insieme a Buffoni hanno percorso il cammino della lotta per la difesa dei diritti omosessuali (come Mario Mieli ai tempi del FUORI), a dominare la scena: con il loro esempio Buffoni ci ricorda quanto ancora sia lontana una società auspicabile in cui non esista più la percezione di “differenze” legate all’orientamento sessuale e di genere, una società in cui un ragazzo possa innamorarsi del proprio compagno di banco – ci dice Buffoni – senza che questo sia avvertito come insolito, ma sia semplicemente la “normalità” (la fase 4, la chiama Buffoni a pag. 120 – mentre assistiamo ancora ai colpi di coda della fase 1: la criminalizzazione o la colpevolizzazione, pag.318-322). E questo nuovo lavoro di Buffoni ci insegna soprattutto a operare e a batterci per questo traguardo, per questa nuova società – tutti, nessuno escluso -, a prendere tutto il coraggio che serve per renderli una realtà. In Italia, nel resto del mondo. Ci vuole, questo coraggio. E Buffoni dimostra di averne. E molto.

Continua su Laboratori Poesia:

http://www.laboratoripoesia.it/silvia-e-un-anagramma-franco-buffoni/

Su “In che luce cadranno” di Gabriele Galloni

Sono passati più di due anni da questa recensione apparsa sulla rivista on-line La Recherche; era il 7 Settembre 2018, sembrano secoli oggi.

Parole che rilette assumono una luce nuova.

Addio Gabriele e grazie per la tua poesia: quella resta.

“Eleggere a tema di una silloge poetica il mondo dei morti, visto come una comunità sui generis a mezzo fra l’utopico e l’escatologico, è senz’altro tentativo ambizioso, che come tale va misurato, con tutti i rischi che questo può comportare se sceglie di diventare materia poetica. Il giovane poeta Galloni si cimenta in un’impresa che ha una serie numerosa di ascendenti nella tradizione letteraria, dai più antichi fino ad alcune delle pietre miliari della poesia contemporanea, grandi maestri con i quali diventa inevitabile per Gabriele il colloquio.

I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe di inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
Non
dubitare, – m’investe della sua forza il mare –
Parleranno.

(Vittorio Sereni)

Verranno

una notte inattesa e prenderanno 
possesso della città: nerastri, untuosi, 
le algose chiome
 sciogliendo,
a sconvolgere verranno, per tingere,
infine, di catrame
i rami, e benzinose essenze.

(Fabio Pusterla)

Così a volte succede che nel buio 
si insanguini un volto, una mano 
ci implori – così c’è 
chi ignora e chi invece ha nel cuore 
la comunione dei vivi e dei morti 

(Giovanni Raboni)

[…]

Parlare dei morti è, per paradosso, l’espediente migliore per riferirsi in realtà ai vivi, che da termine di paragone diventano, con un capovolgimento di ruoli, i veri protagonisti dello scritto. Come dice l’autore “la musica dei morti è il contrappunto / dei passi sulla terra” (questo il distico che suggella la raccolta) e sono proprio i morti a poter affidare ai vivi prospettive nuove, “le coordinate per un’altra vita”, comunicando per accenni, segnali ambigui che vanno per l’appunto decodificati dai vivi e “sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile / della conversazione.  Sanno amarci // con una mano – e l’altra all’Invisibile”. Ed è la parola il tramite autentico di questa comunione, la sua forza nel farsi nominazione e in tal modo favorire la riappropriazione del nostro spazio più autentico, come viene ben espresso in questi versi

Preferiscono

ricordarsi di un nome,

scomporlo in sillabe, accorgersi che è il loro.

[…]

E il dire poetico di Galloni procede senza esitazioni, con una buona costruzione d’insieme, non sempre comune per un autore così giovane, che dà ottima prova di profondità ed originalità, di tenuta del ritmo, di compattezza nell’architettura dell’opera.

Pertanto mi fa piacere chiudere con questi suoi versi […] perché la poesia è soprattutto atto di difesa della vita, creazione di uno spazio abitabile grazie alla parola.

Un corpo morto non è abbandonato.

Ignora – è verità – le altre creature;

ignora i diktat dell’eternità.

Ma stanne certo: un giorno tornerà

alla vita e avrà voce di Creatore.

La recensione completa sul sito de La Recherche