Poesia a confronto: Nell’opera del mondo

Quarantasettesimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è Nell’opera del mondo con il confronto fra poesie di Saba, Levi, Luzi, Anedda.

Prendiamo in prestito “Nell’opera del mondo”, un’espressione luziana – autore qui antologizzato -, per affrontare oggi un tema di vastissima portata che riguarda il senso del rispetto e della comunione fra gli esseri viventi, il sentirsi parte di un destino comune dal quale non ci si può sottrarre, tutti ugualmente imperfetti e fragili, capaci di rimediare a questa mancanza solo riscoprendo il valore della “pietas”, della compassione (dal latino cum-patior, sentire insieme, condividere uno stesso sentimento, la medesima sorte).

[…]

Nella poesia con cui si apre il suo libro testimonianza “Se questo è un uomo”, Levi inchioda ciascuno di noi alla necessità della memoria, all’impegno morale che ci impedisce di chiudere gli occhi di fronte al male universale che è stata la Shoah. È necessario raccontare quanto è accaduto, tramandarlo ai figli senza alcun eufemismo (da cui le immagini crude che il poeta usa) perché nulla debba più ripetersi: questo è il dovere di ciascuno a cui il poeta ci richiama, con la verità della sua vita, con la consapevolezza di chi è stato parte di quella Storia.

[…]

PRIMO LEVI

(Da “Se questo è un uomo” – De Silva, 1947)

SE QUESTO È UN UOMO

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

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L’appuntamento con “Poesia a confronto” è a martedì prossimo.

Per consultare l’elenco di tutte le uscite del martedì della rubrica Poesia a confronto accedere al link.

Su “Oggi ti sono passato vicino” di Tommaso Urselli (Ensemble Editore – 2020) – Blog Versante Ripido

Sul blog Versante Ripido, potete leggere la recensione al bel libro “Oggi ti sono passato vicino” di Tommaso Urselli (Ensemble Editore, 2020).

Scrivo nella nota di lettura:

Se è possibile individuare un tema conduttore, come suggerito con evidenza dalla sezione eponima, è il ricordo del padre, la sua presenza pervasiva nel libro, anche nelle sezioni in cui meno ci si aspetterebbe di trovarla; un padre, ci annota l’autore, che era anche lui poeta e con il quale avviene una sorta di passaggio del testimone, a inseguire quei “pesci-parole” che lui scriveva, che il figlio oggi raccoglie non solo come omaggio alla memoria, ma come percorso che va continuato (“camminare / è parlare coi piedi”): quello forse il rimedio alla “rabbia / di essere sempre soltanto / figlio.”. Il tema dell’addio (per usare le parole di Milo De Angelis) è declinato con sobrietà e intensità emotiva, senza mai cadere nel patetico o nel sentimentalistico: la lingua asciutta dell’autore e il rispetto che è dovuto al lettore / pubblico, lezione del teatro, si combinano nella costruzione di un universo interiore essenziale e ricco di connotazioni al tempo stesso. Il dialogo con chi ci ha lasciato diventa allora l’attraversamento di una porta a doppia mandata (come si sottolinea nella intensa “Giorno otto”), una soglia dalla quale è impossibile decifrare l’ingresso e l’uscita, o frapporre un diaframma impermeabile all’osmosi fra i due mondi: “E sono fuori // o dentro non lo so.”. E ad attraversare questo varco sono proprio le parole, che affrontano sfrontatamente il silenzio, lo obbligano a rispondere: “una lingua / questo cerco”. Tema, quello del rapporto fra padre e figlio, del loro distacco forzato, per la legge della nostra mortalità, che riverbera anche nelle sezioni che hanno a sfondo una matrice mitologica (come nel caso di “In labirinto” ispirata al noto mito del minotauro a cui si combinano le vicende di Dedalo e Icaro e di Teseo), contribuendo così alla coesione del lavoro, avendo come filo conduttore il non arrendersi a “l’autunno che divora la mano”.

[…]

Nell’insieme, riteniamo che il libro dia una buona prova delle doti poetiche dell’autore, confermate in numerosi testi e con esiti spesso convincenti. Il libro ha inoltre l’indiscusso merito di evitare la ripetitività, sia di temi sia di stili, mantenendo alta l’attenzione del lettore, non facendo venir mai meno l’elemento sorpresa, combinato a una certa freschezza e curiosa godibilità del linguaggio, come avviene anche per il testo di commiato “Miei figli”, poesia in prosa monologante in cui l’autore assomma molta della ricerca sulla parola evidente negli altri testi.

Fabrizio Bregoli

La nota di lettura integrale è disponibile su Versante Ripido. Ringraziamo Claudia Zironi e tutta la redazione per l’ospitalità.

Buona lettura!

L’elenco di tutte le recensioni scritte da Fabrizio Bregoli è disponibile sulla pagina Le mie recensioni

Limina – VII. Cinque poesie di Stefania Bortoli, Annamaria Ferramosca, Gianfranco Isetta, Enrico Mario Lazzarin, Angela Suppo

Domenica in poesia con le proposto di “Limina” a cura di Alfredo Rienzi

DI SESTA E DI SETTIMA GRANDEZZA - Avvistamenti di poesia

* * *

Se viaggia tra memoria e desiderio
tempo vivo è la nostra vita.
La scrittura interiore
si distende come neve
coltiva la trasparenza del vetro
l’opacità dei riflessi
lo sguardo cerca l’azzurro
nelle fenditure ghiacciate dei nevai.

Il desiderio del tempo in attesa del disgelo.

di Stefania Bortoli, in Con la promessa di dire, Book Ed., 2016

* * *

hai visto ieri quei fuochi d’artificio
ipnotici
sembravano nascere da
tagli improvvisi in una dark zone
un esplodere di segni
di colpo troncati dal silenzio nessuna eco

come ogni volta che muto ti avvicini
senza guardarmi senza la luce dell’attesa
un chiudersi di stanze un cadere nel buio
sentirmi far parte di macerie

eppure è così che prende forma la terra
emerge –fuoco d’artificio–
da tutta la cieca materia dei detriti
muri crollati tendini recisi e
dalle foreste perdute tronchi ossa piume
tutto farà humus
per…

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Qualche appunto imperfetto su “I Cantos” di Ezra Pound – su Poeti Oggi

Poeti Oggi ha lanciato qualche mese fa l’iniziativa #sottochiave, rivolta a tutti i lettori della pagina.

Fra i numerosi “libri del cuore” è prevalsa la mia attenzione (e quasi devozione) nei confronti dell’opera “I Cantos“, che è anche la summa poetica, del grande Ezra Pound.

Non sono che semplici appunti che potete leggere qui:

Qual è il vostro libro da mettere sottochiave? Perché non mandate anche voi una vostra proposta a Poeti Oggi?

Poesia a confronto: Ricette in poesia

Quarantaseiesimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è Ricette in poesia con il confronto fra poesie di Bianchi, Pascoli, Fabrizi, De Filippo, Balestrini.

La poesia non ha mai rinunciato ad accettare sfide, anche le più impervie o singolari; fra queste ne affronteremo nel confronto di oggi una particolarissima: la ricetta in versi, sperando che nel caso siano di vostro interesse possiate cimentarvi nella loro esecuzione (in definitiva la parola poesia etimologicamente deriva del verbo greco “fare”, concretamente, con le proprie mani, e cosa c’è di più concreto se non cimentarsi in una ricetta?).

Augusto Bianchi, cronista del “Il Corriere della sera” e caro amico di Giovanni Pascoli, indirizza al poeta, dopo averglielo promesso, una ricetta in versi su uno dei cavalli di battaglia della cucina milanese: il risotto allo zafferano. Scrive Augusto Guido Bianchi (La cucina italiana, 1930): “Una sera, a Pisa, io gli parlai, durante un pranzo improvvisato in casa sua, del risotto alla milanese, che a lui pareva, con quel suo color di zafferano, una preparazione alchimistica. Gli promisi di inviargli la ricetta per farlo. E la promessa mantenni. Dio me lo perdoni, come il Pascoli mi perdonò, cercando nobilitare la ricetta scritta da mia moglie, col tradurla” in versi. Pascoli a sua volta scrisse come tutta risposta una ricetta in versi per un “risotto / romagnolesco”, quello cucinato dalla sorella Mariù. In perfette terzine dantesche, e una chiusa con una quartina, canzonando l’amico e le sue rime in -ai che rimandano a un imprecisato futuro, Pascoli gli propone invece un piatto “più sicuro / perché presente”: anche per il grande poeta, studioso assiduo delle lettere classiche, un piatto ben cucinato è il miglior “ristoro, / dopo il mio greco, dopo il mio latino”.

[…]

AUGUSTO GUIDO BIANCHI

(1904 – Ne “La cucina italiana”, 1930)

Occorre di carbone un vivo fuoco;
la casseruola; cento grammi buoni
di burro e di cipolla qualche poco.
Quando il burro rosseggia, allor vi poni
il riso crudo; quanto ne vorrai
nel mentre tosta l’aglio e poi scomponi.
Del brodo occorre poi: ma caldo assai;
mettine un po’ per volta, che bollire

deve continuo, né asciugarsi mai.
Nel tutto, sulla fine, diluire
di zafferano un poco tu farai
perché in giallo lo abbia a colorire.
Il brodo tu graduare ben saprai,

perché denso sia il riso, allor che è cotto.
Di grattugiato ce ne vuole assai.
Così avrai di Milan pronto il risotto.

GIOVANNI PASCOLI

(1904 – Ne “La cucina italiana”, 1930)

Amico, ho letto il tuo risotto in …ai!

È buono assai, soltanto un po’ futuro,
con quei tuoi “tu farai, vorrai, saprai”!

Questo, del mio paese, è più sicuro
perché presente. Ella ha tritato un poco
di cipolline in un tegame puro.

V’ha messo il burro del color di croco
e zafferano (è di Milano!): a lungo
quindi ha lasciato il suo cibrèo sul fuoco.

Tu mi dirai:”Burro e cipolle?”. Aggiungo
che v’era ancora qualche fegatino
di pollo, qualche buzzo, qualche fungo.

Che buon odor veniva dal camino!
Io già sentiva un poco di ristoro,
dopo il mio greco, dopo il mio latino!

Poi v’ha spremuto qualche pomodoro;
ha lasciato covare chiotto chiotto
in fin c’ha preso un chiaro color d’oro.

Soltanto allora ella v’ha dentro cotto
Il riso crudo, come dici tu.
Già suona mezzogiorno…ecco il risotto
romagnolesco che mi fa Mariù.

INGREDIENTI:
350 gr riso carnaroli
200 gr funghi
100 gr fegatini di pollo
1 bicchiere di passata di pomodoro
1 cipolla
80 gr burro
1 bustina zafferano
carota sedano cipolla prezzemolo per il brodo vegetale

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L’appuntamento con “Poesia a confronto” è a martedì prossimo.

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Blocchi di partenza – Jacopo Gasparro

Per la nuova rubrica “Blocchi di partenza” sulla pagina Facebook “Poeti Oggi” l’incontro con la poesia di Jacopo Gasparro.

Buona lettura!

Grazie alla pagina Facebook “Poeti Oggi” per l’opportunità di collaborazione.

Tutti gli autori e le note di lettura pubblicate su Poeti Oggi sono consultabili alla pagina del blog Blocchi di partenza

Limina – V. Cinque poesie di Giancarlo Baroni, Elena Bonassi, Emanuela Dalla Libera, Matteo Maragna, Sonia Vatteroni

Limina: Proposte per una lettura domenicale, dal blog di Alfredo Rienzi

DI SESTA E DI SETTIMA GRANDEZZA - Avvistamenti di poesia

* * *

Dopo una terribile tempesta
vediamo un delfino guizzare
davanti alle nostre teste,

ci guida verso Delfi.
Poche domande all’Oracolo
salute fortuna figli:

quante sfide e pericoli
vi attendono al ritorno
,
e altro non aggiunge

di Giancarlo Baroni, in Il colore del tempo (Poesie e Fotografie), Quaderni della Fondazione Daniele Ponchiroli, 2020, pag. 18

Una telefonata del numero verde

E’ ferma la mattina
bloccata come tutto
adesso che tutto si é fermato.
La voce mi risveglia
La aspettavo
Parla della tenaglia che ha nel cuore
del nero tutto intorno, della morte.
Medicina per me quelle parole
per me malata della stessa malattia
della stessa pena che si cura
solo mettendo insieme le parole.

di Elena Bonassi, inedito, 2021

Non ci sono più

Non ci sono più, mi dicevi, i pini umidi
di neve che ci coprivano d’ombra nel bosco
pieno d’ombre. Non ci…

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I fondamentali: Catullo (2)

XI.

Furi et Aureli comites Catulli,
sive in extremos penetrabit Indos,
litus ut longe resonante Eoa
tunditur unda,


sive in Hyrcanos Arabesve molles,
seu Sagas sagittiferosve Parthos,
sive quae septemgeminus colorat
aequora Nilus,


sive trans altas gradietur Alpes,
Caesaris visens monimenta magni,
Gallicum Rhenum horribile aequor ulti-
mosque Britannos,


omnia haec, quaecumque feret voluntas
caelitum, temptare simul parati,
pauca nuntiate meae puellae
non bona dicta.


Cum suis vivat valeatque moechis,
quos simul complexa tenet trecentos,
nullum amans vere, sed identidem omnium
ilia rumpens;


nec meum respectet, ut ante, amorem,
qui illius culpa cecidit velut prati
ultimi flos, praetereunte postquam
tactus aratro est.

XI.

Furio e Aurelio, compagni di viaggio di Catullo,
sia che lui s’avventuri tra gli sperduti Indi,
le spiagge d’oriente che il rimbombo dell’onda
percuote incessante,


sia che giunga tra gli Ircani o gli Arabi oziosi,
o tra i Sagi o i Parti così abili nell’arco,
o fino alla foce dove con le sue sette bocche
colora il mare il Nilo,


sia che lui valichi le altissime Alpi,
per ammirare le vestigia di Cesare il grande,
il Reno Gallico, l’Oceano spaventoso e i remo-
tissimi Britanni,


e tutto questo, qualunque sia la volontà
del Cielo, pronti ad affrontarlo sempre insieme;
riferite alla mia ragazza queste minime parole
per niente gentili:


che lei se la spassi e se ne stia con i suoi amanti
che tiene avvinghiati a sé in più di trecento
non amando veramente nessuno, ma sfiancando
gli inguini di tutti, senza tregua;


né che si aspetti più, come prima, il mio amore
che per colpa sua è caduto come un fiore
al margine del prato, dopo che è stato, di colpo,
reciso dall’aratro.

(traduzione di Fabrizio Bregoli)

Immagine di pubblico dominio tratta da Wikipedia – Catullo da Lesbia, dipinto di Lawrence Alma-Tadema (1865) – https://it.wikipedia.org/wiki/Gaio_Valerio_Catullo#/media/File:Catullus-at-Lesbia’s-large.jpg

“21 grammi di solitudine” di Gianni Venturi- nota di lettura di Rita Bompadre

Oggi ospitiamo una nuova nota di lettura scritta da Rita Bompadre che riportiamo di seguito.

21 grammi di solitudine” di Gianni Venturi (Giuliano Ladolfi Editore, 2020) è il peso poetico di un respiro, il soffio intimo, l’impalpabile essenza del dolore umano, l’evanescenza di sentimenti puri e autentici. Il poeta, attraverso la fermezza descrittiva, essenziale e distensiva nelle immagini, fende il terreno emotivo tracciando la superficie dei solchi interiori, imprimendo la traccia profondamente radicata delle espressioni viscerali, del mondo sensibile, del patrimonio familiare delle origini e della terra sopra il tempo della vita indifesa e fragile. Si narra che 21 grammi sia il peso dell’anima, pochi granelli inconsistenti sul peso di un destino che ognuno di noi riconosce nella fatalità prestabilita ed imperscrutabile degli eventi. La poesia di Gianni Venturi si inoltra lungo le condizioni e i sentimenti umani sradicando ogni passaggio spazio – temporale della memoria, frequenta le lacerazioni impulsive e la resistenza nelle intuizioni drammatiche e nostalgiche, nei frammenti di una disperazione in cui la solitudine è al centro di tutto. Il tragitto privilegiato della poesia verso la personale testimonianza dell’autore è presenza illuminata, eco deformata dell’anamnesi, rifugio ancestrale, richiamo ad una trama remota che si svolge oltre i limiti consueti della conoscenza, solitaria e sofferente, dell’umanità. I versi, affatturati all’efficacia espressiva degli abbandoni, suggeriscono un altrove quieto, un nascondiglio protettivo, dove custodire l’incondizionata immutabilità dell’assenza, nell’ostentato distacco di ogni atteggiamento intellettivo e carnale. L’estrema limitatezza della coscienza umana circoscrive l’evocazione del passato e domina il segno del presente. L’intensità accentuata ad ogni mutamento individuale è luogo di transito e di sosta della creatività, materializza la rappresentazione esplicita e cruda della infranta condizione umana. Il poeta è nel disamore della malinconia, nella perdizione del recupero di un passato che non muore ma che dilata una sconfitta insofferente e vagabonda e pone lo sguardo sulle essenze illusorie dell’uomo, accenna ai turbamenti e ai disorientamenti emotivi, è l’ombra cupa di ogni tormento. “21 grammi di solitudine” approda ad un’introspettiva identità, assapora l’incanto suggestivo dei colori e delle forme delle possibilità, assorbe il sollievo dei cambiamenti, prolungando la corposità e la generosità dei ricordi. La dissolvenza rarefatta delle stagioni vitali congiunge la volontà di estendere l’accogliente risposta alla propria natura, alle radici, alle fondamenta che trattengono l’inclinazione di ogni qualità emotiva, in ogni alchimia delle proprie tensioni, confessando la consistenza rivelata dalle percezioni. I versi maturi sono consumati in una misurata e toccante lacerazione spirituale nella lontananza dell’isolamento. Nella semplicità e nella determinazione dei frammenti di un’esistenza svuotata, il poeta delinea scaglie di vita consumata, alla deriva nella nebbia esistenziale dell’uomo, segue la direzione della speranza e della rassegnazione, del coraggio e della paura, donando al valore della coscienza, il riscatto e l’accordo alla salvezza. Il peso sostenuto da chi sopravvive, libero di trasmigrare in altri luoghi del cuore è l’ispirazione per la più dolce elegia.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

(Pubblicato su concessione e autorizzazione dell’autrice)

Proponiamo anche un testo dal libro:

le pietre parlano

la lingua sconosciuta dell’ontano

lo sciamano alti scopre i canti

alla dea del fiume che ravviva novembre

è il canto del vento tra le foglie

questa terra ha silenzi circolari

memorie granitiche

orari definitivi per la vita

Per maggiori informazioni sul libro e per l’eventuale acquisto potete accedere alla pagina dell’editore Ladolfi Editore

I fondamentali: Catullo

VIII.

Miser Catulle, desinas ineptire
et quod vides perisse perditum ducas.
Fulsere quondam candidi tibi soles
cum ventitabas quo puella ducebat
amata nobis quantum amabitur nulla.
Ibi illa multa cum iocosa fiebant
quae tu volebas nec puella nolebat.
Fulsere vere candidi tibi soles.
Nunc iam illa non vult. Tu quoque impotens noli
nec quae fugit sectare, nec miser vive
sed obstinata mente perfer, obdura.
Vale puella! Iam Catullus obdurat
nec te requiret, nec rogabit inuitam.
At tu dolebis cum rogaberis nulla.
Scelesta! vae te! quae tibi manet vita?
quis nunc te adibit? cui videberis bella?
quem nunc amabis? cuius esse diceris?
quem basiabis? cui labella mordebis?
At tu Catulle desinatus obdura.

VIII.

Povero Catullo, smettila di farneticare

e quanto è perduto consideralo perduto per sempre.

Tempo fa, ci furono per te cieli limpidi

quando seguivi ovunque la tua ragazza

amata più di quanto non lo sarà mai nessuna.

Là ci si divertiva un mondo, si faceva

tutto quanto volevi né la tua ragazza lo negava.

Ci furono davvero per te cieli limpidi.

Ma ora lei non vuole più; pure tu non volerlo

non farle la corte se fugge, non vivere allo sbando

ma ostinatamente resisti, tieni duro.

Addio, ragazza! Ora Catullo tiene duro,

e lei non ti cercherà più, né ti implorerà se non vuoi.

Ma tu, ragazza, ti pentirai quando non ti vorrà più nessuno.

Maledetta, guai a te! Quale vita ti resterà?

Chi ti corteggerà ora? A chi sembrerai bella?

Chi amerai ora? Di chi dirai di essere la ragazza?

Chi bacerai? A chi morderai le labbra?

Ma tu, Catullo, imperterrito tieni duro.

(traduzione di Fabrizio Bregoli)

Immagine di pubblico dominio tratta da Wikipedia – Catullo da Lesbia, dipinto di Lawrence Alma-Tadema (1865) – https://it.wikipedia.org/wiki/Gaio_Valerio_Catullo#/media/File:Catullus-at-Lesbia’s-large.jpg

I fondamentali: Walt Whitman

(Da “Leaves of Grass” – Philadelphia, David McKay, 1892)

SONG OF MYSELF (51-52)

Do I contradict myself?

Very well then I contradict myself,

(I am large, I contain multitudes.)

I concentrate toward them that are nigh, I wait on the door-slab.

Who has done his day’s work? who will soonest be through with his supper?

Who wishes to walk with me?

Will you speak before I am gone? will you prove already too late?

The spotted hawk swoops by and accuses me, he complains of my gab and my loitering.

I too am not a bit tamed, I too am untranslatable,

I sound my barbaric yawp over the roofs of the world.

CANZONE DI ME STESSO (51-52)

Mi contraddico?

Molto bene: allora mi contraddico

(ho tutto lo spazio che serve, contengo moltitudini)

Mi concentro su chi mi è vicino, lo aspetto sulla soglia di casa.

Chi ha già terminato il suo turno di lavoro? Chi ancora prima sbrigherà la cena?

Chi desidera camminare con me?

Parlerai prima che me ne sia andato? O ti troverai già in ritardo?

Il falco maculato mi piomba vicino e mi accusa, si lamenta delle mie chiacchiere e del mio bighellonare.

Anch’io non sono stato domato, niente affatto. Anch’io sono intraducibile,

faccio risuonare il mio barbarico yawp sopra i tetti del mondo

.(traduzione di Fabrizio Bregoli)

Immagine di pubblico dominio tratta da Wikipedia – Photo of American poet Walt Whitman. Caption reads: “Whitman at about fifty.” Scanned from A Life of Walt Whitman by Henry Bryan Binns. Published by Methuen & Co., 1905. – https://it.wikipedia.org/wiki/Walt_Whitman#/media/File:Whitman_at_about_fifty.jpg