Su “La visionaria” di Assunta Sànzari Panza (Vallecchi, 2026)

La visionaria” è l’ultimo raccolta di poesia pubblicata da Assunta Sànzari Panza per i tipi di Vallecchi Editore, con prefazione di Davide Rondoni.

Come esplicitato dal titolo della raccolta, a dominare la poetica dell’autrice è una profonda matrice orfica che crede la poesia manifestazione di uno strato profondo dell’esistenza di cui la parola diventa tramite. Infatti, fin dalle citazioni in esergo, l’autrice fa riferimento al bisogno della costruzione di un linguaggio specifico, fine a se stesso, che non necessita di dare spiegazione di sé; si parla anche di arte che si avvale deliberatamente di artificio (in linea con la concezione anche di Montale) per dare forma al pensiero, dare alla visione la concretezza di “brani di carne”.

Al lettore spetta quindi lasciarsi coinvolgere e guidare da una parola poetica fedele solo a se stessa, alle sue ragioni inderogabili e recondite, senza quindi dover trovare chiavi interpretative certe o anche solo plausibili: l’autrice chiede al lettore una sostanziale adesione alla forza creatrice della sua parola, nel suo procedere per salti e impreviste sterzate, deviazioni o derive di senso, associazioni inattese, evoluzioni e tragitti di cui risulta vano individuare una destinazione prefissata e definita una volta per tutte. Alla spinta oracolare dei tropi e delle analogie, molto immaginifici e non sempre completamente afferrabili, si combina un bisogno di concretezza, di rispecchiamento nella dimensione personale e affettiva di cui si dà traccia per lievi accenni, con frequenti inserzioni di estratti dialogici che rompono una tensione altrimenti troppo spinta, su una soglia di inconoscibile che rischierebbe di spaesare.

Più che nelle prime sezioni della raccolta che vedono composizioni molto ampie e articolate, ma, per così dire, policentriche e talmente articolate da correre il rischio di risultare, in alcuni passaggi, eccedenti, la voce di Sànzari Panza ci risulta, personalmente, più efficace nella forma breve dell’ultima sezione “Fragmenta” in cui la focalizzazione su singoli temi che fungono da “occasioni” consente di concentrare la leva metaforica e analogica in una forma più sintetica e, in ultima istanza, pregnante: la sfera visionaria e onirica viene domata in una dizione più contratta e l’epifania viene circoscritta in un confine che la rende più densa proprio perché circoscritta.

Come scritto da Davide Rondoni nella prefazione all’opera, la raccolta è senz’altro indicata al lettore che crede in una poesia “dove la vita, nel tumulto di parole e metafore, si sorprende, quasi sostando”: dirompenza della forza espressiva e senso di incolmabile attesa di una parola che non può mai del tutto dirsi, del tutto penetrare il fondo insondabile della realtà, sono le due dimensioni in perenne rapporto dialettico nella raccolta, in una conflittuale contesa cosmica di cui il singole è partecipe, attore e spettatore insieme: “l’irrisarcibile / distanza da alpha a omega”, “lo sguardo sull’arida sintesi / di cielo e terra / vita morte / principio e fine”.

Per ulteriori informazioni sul libro si invita a consultare il sito dell’editore

Copertina del libro, tratta dal sito dell’editore
https://www.vallecchi-firenze.it/poesia/la-visionaria/

Su “Gli anni di mezzo” di Rudyard Kipling (Oligo Editore, 2026)

Rudyard Kipling è noto al lettore italiano soprattutto per i racconti contenuti nei libri della giungla, dei quali molti conoscono più le trasposizioni cinematografiche, più o meno fedeli, che non la versione originale in volume. In realtà la figura di Rudyard Kipling è importante nella letteratura inglese anche per i suoi lavori poetici, che si sono sviluppati negli anni in numerose raccolte fra le quali “Gli anni di mezzo” viene proposta da Oligo Editore nella prima traduzione integrale in lingua italiana, nella ricorrenza dei 90 anni dalla morte.

Queste poesie sono un’eccellente testimonianza dello spirito del loro tempo nel passaggio dalla Belle époque alla tragedia della Prima Guerra Mondiale. Kipling, da poeta testimone del proprio contesto storico, e in particolare da suddito dell’impero britannico, si conferma esponente di rilievo di una poesia civile che, inevitabilmente, presenta i pregi, e anche i difetti, che le derivano dalla concezione ancora dominante che vedeva il poeta voce autorevole della propria società in rapporto alla Storia, ponendolo come figura di riferimento, vate: si pensi al caso analogo e contemporaneo di Carducci e, in parte, di Pascoli e D’Annunzio, per le nostre lettere nazionali. Lette oggi, molte delle poesie contenute nella raccolta possono apparire al lettore contemporaneo troppo cariche di tono oratorio, anche nella sincerità di fondo, troppo allineate con il pensiero dominante che è fondamentalmente imperialista e favorevole al colonialismo come forma di civilizzazione europea nei confronti delle altre civiltà. Da qui l’idea di una missione imprescindibile dell’impero britannico, contrapposto alla barbarie, inclusa quella risorgente nel continente europeo e identificata con il Reich tedesco.

Per il lettore contemporaneo altre sono le poesie che suscitano concreto interesse, e maggiore rispecchiamento. Infatti, in molti passaggi, è possibile rilevare una certa autonomia di giudizio e di sensibilità da parte di Kipling rispetto alle convenzioni, in particolare nel rilevare gli aspetti più tragici ed ingiustificati della guerra, rappresentata come occasione per esprimere atti di eroismo, ma anche caratterizzata da violenza fine a se stessa, manipolazione delle coscienze, sofferenza atroce dei protagonisti e dei rispettivi familiari. Spiccano per verità soprattutto gli epitaffi di guerra, così laconici e pregnanti nell’evidenziare queste contraddizioni, senza appigliarsi a facili giustificazioni, ma sostanziati di una lirica senza sentimentalismi, lapidaria. In sostanza, la raccolta evidenzia in Kipling significative incrinature di quella funzione, propria del vate, di sostegno e celebrazione della grandezza imperiale britannica, a favore di una dizione più critica e problematica, in significativa vicinanza con lo spirito di oggi.

La traduzione di Maurizio Maria Taormina, estremamente fedele nei contenuti all’originale, sobria nei mezzi espressivi e nelle scelte stilistiche, bene riproduce la poesia asciutta e mai decorativa del Kipling originale. Ovviamente, a causa delle sostanziali differenze metriche fra il verso inglese e il verso italiano, dovute ai diversi isocronismi delle rispettive lingue, il traduttore ha cercato, credibilmente, di replicare lo spirito e la ragione della scrittura di Kipling, senza cercare inutili e impossibili repliche di aspetti formali altrimenti non riproducibili (come rime, cesure, etc.).

Il libro ha il grande merito di proporre al pubblico dei lettori di poesia in Italia, in una traduzione fresca e attuale, la personalità poetica di Kipling, contestualizzata in una raccolta emblematica, in tutti i suoi tratti salienti, nell’ottica di una migliore conoscenza di una delle voci che ancora oggi deve essere considerata fra le più autorevoli del primo scorcio del secolo scorso, di cui ha saputo offrire un quadro decisamente significativo per la sua comprensione.

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Copertina del libro, tratta dal sito dell’editore

Appunti sulla poesia di Rossana Nicotra

La poesia di Rossana Nicotra ha la forza degli elementi primordiali, un sostrato orfico e immaginifico che cerca tuttavia sempre una base salda nell’esperienza personale, nelle radici di un io, mai esibito, anzi sfuggente, tanto da rendere difficile ogni contestualizzazione o oggettivazione. Se poesia, leopardianamente, è apertura all’indeterminato e all’indefinito (che non è tuttavia vago o imprecisato, anzi il suo opposto) in ogni loro declinazione, i versi di Rossana Nicotra sembrano modellare questa sobbollire materico, cercando di guidarlo e convogliarlo nell’espressione di un senso, che non può mai del tutto sottrarsi alla naturale ambiguità e ambivalenza del linguaggio. Linguaggio che, talvolta, viene sottoposto a una fucina espressionistica, quasi a un effetto deformante o adulterante (come anche nello stesso titolo dell’ultimo lavoro “Nell’abbaiare del mare“, Convivio Editore, 2025), torsione analogica come forma di disarcionamento programmatico dalla convenzionalità, creazione di ulteriori fenditure di un significato, che resta sempre allusivo, mai determinato definitivamente. I versi modulano e mimano la ricerca: la prosodia è centrata sul valore semantico delle parole, non obbedisce a una metrica predeterminata, si riplasma secondo il coraggio o l’indugio del respiro, in una metamorfosi adattativa e cangiante, in evoluzione di verso in verso.

Dall’essere “note a margine”, come si dice nella chiusa della prima composizione, a porsi “fuori dal margine“, come forma di travalicamento e oltranza, è un percorso di crescita paziente della parola, : occorre “camminare andare / andare laggiù” a capofitto fino a recuperare le tracce di un “canto caduto”, ricongiunzione che può convertirsi nella scoperta e acquisizione di un “nuovo alfabeto”. E come elemento archetipico che convalida questa ricerca poetica, la sostanzia e la costringe a mettersi in discussione, a scendere a patti con la propria urgenza, ecco la presenza, costante nei versi, del mare “che sa guarire / dove si muore alle proprie credenze”, il mare simbolo della sua stessa oggettiva concretezza di elemento primigenio, presenza arcana e taumaturgica in cui occorre disciogliersi, consapevoli che “l’assenza non è silenzio”: c’è sempre un verso ulteriore da scrivere, che Rossana Nicotra accetta, come sfida, di poterci offrire.

Immagine della copertina tratta dal sito dell’editore: https://www.ilconvivioeditore.com/poesia/ormeggi/index.php?page=item&id=43

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Appunti sulla poesia di Flavio Vacchetta

La poesia di Flavio Vacchetta si caratterizza per la sua dimensione magmatica e inclusiva: qualunque evento o situazione che abbiano impatto sull’immaginazione dell’autore (si tratti di un accadimento della quotidianità, di una notizia di pubblico dominio o anche solo di una costruzione della fantasia o del pensiero) diventano materia plasmabile in versi: ne deriva, come ben nota Alessandro Ramberti nella prefazione all’ultimo lavoro di Vacchetta, una tendenza naturalmente rapsodica, una varietà di movimenti in cui possono trovare accoglienza temi fra i più disparati e dissonanti, raccolti a fattor comune, forse a voler proprio rappresentare quella contraddittorietà omologante della nostra società contemporanea, dove tutto sembra poter essere fagocitato in un medesimo meccanismo, e qui sottoposto a torsione, a sfinimento.

L’irruenza della poesia di Vacchetta non è solo impulsività o pulsione irrefrenabile a dire, affastellamento fine a se stesso, ma espressione di un procedimento espressivo che trova conferma in tutti i suoi più recenti lavori, rendendoli tasselli di un disegno che caratterizza bene la cifra del loro autore: immediatezza, gusto per il rocambolesco, ironia che non si vuole far domare, sberleffo della postura accademica, in definitiva libertà d’espressione in cui non può negarsi nemmeno un’impronta ludica, amaramente ludica. Tutto questo in una versificazione anch’essa libera, spezzata, nervosa nei ritmi e nei movimenti.

Un autore di cui consigliamo la lettura.

Recensione a “Referti” di Fabrizio Bregoli | L’Altrove

Scrive Daniela Leone: “Felice di aver letto “Referti” di Fabrizio Bregoli (Società Editrice Fiorentina, collana Pasifæ diretta da Mario Fresa). Un’opera di rara coerenza intellettuale che interroga i limiti del linguaggio attraverso scienza, matematica e fisica. “Bisogna disimparare a scrivere” – dice l’autore – per arrivare a una “poesia come referto, cruda formula”. L’immersione nel lessico scientifico non è ornamento ma necessità: ogni formula diventa occasione per sondare l’opacità del reale.

Grazie all’autore e all’editore per questo libro coraggioso.”

Potete leggere la recensione sul blog L’Altrove – Appunti di Poesia

Buona lettura!