“Il rigo tra i rami del sambuco” di Emilia Barbato – Lettura di Clery Celeste

Neobar

Emilia Barbato – Il rigo tra i rami del sambuco (PietreVive editore, 2018)

Il rigo tra i rami del sambuco (PietreVive editore, 2018) di Emilia Barbato è il tentativo riuscito della parola di farsi lieve anche nel trattare temi dolorosi, come lo scollarsi lento dei corpi durante la malattia. Un libro che sin dal primo testo ci introduce ai diversi livelli di dialogo: il materno, il terreno e il sacro. Emilia Barbato possiede quella rara delicatezza formale che le permette di affrontare un tema scomodo come quello del passaggio di un corpo nell’imbuto del tumore, una lingua che si poggia lieve sul dolore, che lo preleva e lo porta in superficie alla luce e lo fa respirare. Emilia ci fa respirare con i suoi versi, concede ai lettori di provare il pudore e la pietà per chi osserva la malattia su una persona cara o per chi la vive in…

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Sul primo numero di Menabò

Sul primo numero della nuova rivista letteraria Menabò, edita da Terra d’Ulivi Edizioni, troverete una recensione a “Quinta Vez”, l’ultimo libro edito dalla poetessa Mariapia Quintavalla.

Riportiamo uno stralcio della nota di lettura.

Per chi fosse interessato alla lettura integrale, si rimanda alla rivista

Quinta Vez è un’opera complessa che sperimenta diversi generi letterari in ciascuna delle sezioni in cui il libro si articola e sarebbe riduttivo classificarla come silloge poetica tout court, per quanto sia la poesia la categoria letteraria a cui il lavoro stesso, per toni e temi, vada naturalmente ascritto. Già questa prima dichiarazione potrebbe apparire ai più un’evidente contraddizione, ma trova ragione nella visione secondo cui la poesia è soprattutto un sentire che si esplica mediante il ricorso a precise strutture ritmico-prosodiche associate a scarti conoscitivi e allegorici, tutti elementi che possono trovare ospitalità anche in generi letterari affini, quali la prosa o il teatro. L’autrice, ben consapevole della finta compartimentazione dei generi letterari, decide in questo lavoro di navigarli trasversalmente, puntando a un’esplorazione in profondità, che non è mai uno sprofondamento fine a se stesso, quanto piuttosto uno scandaglio della parola che va restituita alla sua possibilità immaginifica e creatrice. Poesia prima di tutto come capacità di violare confini artefatti, restituire lo spazio alla parola che con consapevolezza vuole riprenderne possesso, farsi e darsi senso. Quinta Vez è quindi una partitura ritmica in cui la poesia sceglie di prendere anche la forma della prosa e del dialogo teatrale per riscoprirsi e riconoscersi, ridarsi forma in insospettati esiti e smascheramenti, docili eversioni.

Non è quindi un viaggio semplice quello del lettore, che deve abbandonare ovvi pregiudizi e attese, per affidarsi a una nuova esegesi del dire poetico, aprirsi a un nuovo orizzonte della parola. E l’opera si apre con la prima sezione “Prenatale” che è prosa poetica che però sa mantenere controllatissimo il ritmo e la movenza della parola per lasciarne intatta la carica evocativa, perché lo spazio di azione della parola rimanga assoluto, ossia etimologicamente sciolto dalla zavorra del suo significato immediato. È lecito ritenere che molta sia l’autobiografia contenuta nei testi, ma questa viene ricombinata magmaticamente nella caldera letteraria spersonalizzandosi e dunque universalizzandosi, affinché ogni lettore possa fare propria questa materia, riplasmarla.

A parlare in Quinta Vez è sempre una voce femminile, China in una nelle sue multiformi varianti, una voce che oscilla in un binomio irrequieto di madre-figlia, fra annientamento e resurrezione o metamorfosi, in cui nascita e morte si compenetrano vicendevolmente perché solo nella loro simbiosi è consentito declinarne, se mai attingibile, un senso. Così il diventare madre è un percorso drammatico di crescita che non offre però redenzione, ma coscienza consapevole dello scacco.

Mai ti voltasti se non nell’attimo in cui baluginasti di me una donna, e divenute madri, mi chiamasti per nome.  […]

Mi chiamasti, e ad un tuo cenno mi coprii intensamente: avevo freddo ma non fretta, di riaprire gli occhi: mi sapevo nuda, e forse tremavo nel pensiero dell’incontro.

L’indagine poetica intrapresa in Prenatale passa anche attraverso lo sfondamento dell’ordinario sistema spazio-temporale comunemente percepito (mediante ricomparse, riapparizioni, simil-resurrezioni) e diviene viaggio a mezzo fra il fantasmagorico e l’esistenziale in una ricerca inesaurita di senso (e anche la stessa metamorfosi di China ne è in tal senso immagine), là dove solo la parola poetica può esercitare un suo mordente.

Un fondo di allarme sibilo batteva sotto quel tempo, dove ogni fatto e idea, sentire era deforme per l’avidità del mondo. Dove non eravamo più state né ognuna, amen.

Dove invece Mariapia Quintavalla ritorna alla forma poesia più tradizionale, il verso in senso stretto, è una voce lirica che ritorna preponderante a campire la pagina in Mater e Mater II, ma l’io è solo osservatore esterno che prende atto del mutamento, della necessità della trasformazione dove l’essere si compie, come nel naturale percorso della crescita di una figlia che necessita di creare una propria dimensione, rinnovare il miracolo dell’esistenza. Ogni dettaglio della crescita viene accennato con grazia (come in quel titolo “Nata dal riso”), con compostezza formale, ma al contempo è in grado di rendere il lettore partecipe di questo cammino. Aleggia il desiderio di un tempo nuovo in cui ciascuno possa riscoprire lo spazio di un’umanità credibile, in cui la storia possa essere solo un incubo passato e rimosso perché le generazioni future possano ambire a nuove “radure”, prospettive accessibili. Ecco allora questa poesia che brilla di una sua particolare luce nella versificazione chiara, come l’annuncio di un’era nuova, un’adolescenza restituita alla possibilità di tradursi, ossia passare indenne attraverso le insopprimibili avversità del tempo, le sue tangenze cupe, l’orrore del secolo breve e infame.

Lei è più libera più umana, non conosce

guerre, né latitudini del nero

il novecento appena lo ha leccato ma dopo,

quanto venne valicato

nel suo tam tam sinuoso, si è raccolta.

Dorme o ticchetta i suoi messaggi, pensa

nella luce, e intanto in semicerchio

si accavalla ai corpi delle amiche

in cerchi di fumo e di parole

vola via leggera, si traduce.

Continua su Menabò…

Per ordinare la rivista:

http://www.edizioniterradulivi.it/menabo-n-1/194

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“Claustrofonia” di Doris Emilia Bragagnini

Il blog “Blanc de ta nuque” di Stefano Guglielmin accoglie la nota di lettura al libro “Claustrofonia” (Ladolfi Editore) di Doris Emilia Bragagnini, un’autrice da scoprire per chi ancora non la conoscesse.

Potete leggere la nota integrale e una selezione di testi sul sito

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“Gli anelli di Saturno” di Fernando Della Posta

La recensione del venerdì de La Recherche è dedicata questa settimana a
Gli anelli di Saturno (Ensemble, 2018) di Fernando Della Posta, un giovane autore che invitiamo a scoprire


“Titolo misterioso questo “Gli anelli di Saturno” che Fernando Della Posta ha voluto dare alla sua nuova silloge poetica, lanciando al lettore una evidente sfida interpretativa, forse con l’intenzione di lasciare aperta la prospettiva di molteplici chiavi di lettura, possibilità che viene confermata dalla totale assenza di riferimenti di tipo astronomico o anche solo lontanamente attinenti al significato o alla simbologia che comunemente si tende ad associare a Saturno.  Forse sta nella eterogeneità delle formule espressive che l’autore sceglie all’interno della silloge un possibile appiglio per la comprensione: assistiamo infatti a una disseminazione di significati che, come i milioni di frammenti che formano gli anelli del pianeta dall’asse inclinato (ulteriore indizio perché il lettore adotti un piano obliquo d’osservazione, ossia fuori dagli schemi convenuti?) tocca al lettore portare a un centro di gravitazione-interpretazione, introiettando la materia poetica che l’autore gli sottopone. “ (continua… )

https://www.larecherche.it/testo.asp?Tabella=Recensioni&Id=1160

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“Zero al quoto” su “Frequenze Poetiche”

La rivista di poesia internazionale “Frequenze poetiche” ospita una selezione di testi tratti da “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018) con una breve nota introduttiva di poetica in cui si dà una, fra le molteplici, chiavi di lettura del titolo.

Potete visitare il blog on-line per leggere le poesie. La nota di poetica è anche riportata su questa pagina.

Tutti sono invitati a lasciare i loro commenti.

Dichiarazione di poetica

La poesia probabilmente non ha nessun compito fondativo, nasce spontaneamente da un vizio del linguaggio: la rivendicazione della parola a una propria ragione autonoma, indipendente da un uso pratico, fattuale. La poesia ha valore nel suo stesso esercizio, la ricerca strutturale di un linguaggio che ambisce alla pienezza della forma, l’astrazione in uno spazio solo suo, di cui si è riappropriata, quello dove forma e contenuto coincidono, convergono in senso.

E lo stesso vale anche per l’uomo per il quale è oggettivamente difficile riscontrare una necessità alla sua esistenza (a meno di ammettere orizzonti trascendentali e quindi esterni all’insieme d’appartenenza), se non la missione a una trasmissione di sé oltre il proprio esiguo dominio temporale, matematicamente inteso, come spazio del suo essere: missione alla quale solo la parola, esiliandosi nella forma-poesia, può assolvere, attraverso un processo di negazione del suo stesso atto creativo, il ripudio del suo creatore. Questo può accadere solo per divisioni successive, riduzione dei termini, smascherando del linguaggio le finzioni, con un processo non diverso, filosoficamente, da quanto avviene in un crivello di Eratostene o con la regola di Ruffini, ossia smembramenti successivi, ciascuno dei quali serve a svelare l’inganno per gradi incrementali, raffinamenti differenziali.

L’aspirazione di ogni espressione poetica (e artistica in senso lato) è ambire a qualche forma di resto utile, una scoria buona in cui sia possibile un rispecchiamento, dopo avere sfrondato la contingenza, il superfluo. Tuttavia, riuscire a distinguere questo nucleo residuale, per quanto fragile – infinitesimo – prima che esso si confonda nel rumore bianco di fondo, si riduca al suo nulla – parte di un Nulla più ampio e sistemico – significa avvicinarsi asintoticamente a una curva di senso che appare, man mano la si approssima, sempre più repulsiva alla tangenza, al contatto. È lì che uomo e poesia si incontrano.

Ma questo inarcare la parola fino al suo limite massimo, al suo disvelamento, avvicinarla al punto di collisione con questo zero al quoto – dove l’auspicato resto utile sembra essersi smarrito – per poterlo così preservare, o provvisoriamente difenderlo, è in definitiva la ragione per cui la poesia merita di essere scritta.

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Versi in affissione con ritratto in ombra dell’autore

Presso DIMA Art & Design –
via Crocefisso 2/A ang. piazza Marconi 20871 Vimercate (MB)

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Poeti in vetrina

Evento ideato ed organizzato da DIMA art& design
a partire dal 2 ottobre 2018
presso DIMA art& design Via Crocefisso, 2/a-b Vimercate (MB)
con il Patrocinio del Comune di Vimercate

Per il nuovo ed insolito progetto di DIMA art& design, che vede protagonista la poesia, non potevamo che  scomodare il “Bardo” per eccellenza in persona, William Shakespeare.
Proprio dalla sua tragedia più celebre abbiamo colto l’ispirazione per una sfida curiosa ed accattivante:  come per Giulietta, che non può far a meno di svelare a Romeo (e insieme allo spettatore della tragedia) l’agitato scorrere interiore dei suoi pensieri mentre lui si appresta al suo balcone, così noi abbiamo deciso di esporre le riflessioni in versi di altrettanti poeti ( o aspiranti tali) sulla vetrina della nostra galleria,  consegnandole ad un pubblico che non si fa più solo spettatore, ma attivo partecipante.

Ogni meseun poeta diverso accetterà di essere messo “a nudo” nello spazio del pubblico, regalando ad una vetrina, anziché alle pagine di una raccolta, i suoi “segreti pensieri”; allo stesso modo, il passante è chiamato ad accettare la sfida della comunicazione, del dialogo aperto, e a rispondere attivamente ai versi che più lo colpiscono, positivamente o negativamente.

Cosa significa del resto fare arte, che questa sia pittura, teatro, musica, danza o poesia, senza l’esistenza di un pubblico ad esaltarla o affossarla? Seguendo questa riflessione, abbiamo deciso di spingerci più in là della solita “chiamata alle arti” dei professionisti del mestiere, in questo caso dei poeti, che facciamo di consuetudine, ma di rivolgerci direttamente ai loro fruitori, dunque a chiunque abbia voglia di lasciare un proprio commento, una reazione di risposta, alla nostra iniziativa.

Mese di Gennaio 2019: La poesia di Fabrizio Bregoli

L’allestimento presso la sede DIMA Art & Design a Vimercate

Ti ricordi di loro per sconnesse

associazioni, derive del cuore.

Come di una bandana a fiori mentre

prepari la tavola, o d’un anello

a forma di serpente mentre annaffi

il giardino o nel primo dormiveglia.

O ancora d’una gita in pedalò

non sai quando, e la luce acida. Finta.

Qualcuno che fa segni dalla riva.

Li sai diseredati simboli, atomi

di una materia opaca. Nulla di nobile

– viviamo forse delle nostre perdite –

nulla di utile o appena comprensibile.

Ma comunque scriverne.

Arte del dimenticare.

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