Blocchi di partenza – Letizia Polini

Per la nuova rubrica “Blocchi di partenza” sulla pagina Facebook “Poeti Oggi” l’incontro con la poesia di Letizia Polini.

Buona lettura!

Potete consultare poesia e nota anche sul blog di Poeti Oggi:

https://www.poetioggi.com/2022/06/blocchi-di-partenza-fabrizio-bregoli.html

Tutti gli autori e le note di lettura pubblicate su Poeti Oggi sono consultabili alla pagina del blog Blocchi di partenza

Grazie alla pagina Facebook “Poeti Oggi” per l’opportunità di collaborazione.

“Disgregazioni” di Marco Antonio Sergi (Eretica Edizioni)- nota di lettura di Rita Bompadre

Oggi ospitiamo una nuova nota di lettura che ci viene offerta da Rita Bompadre per il nostro blog.

Fotografia alla copertina del libro “Disgregazioni” di Marco Antonio Sergi (Quaderni d’arte – Eretica Edizioni, 2021) https://www.ereticaedizioni.it/prodotto/disgregazioni/

“Disgregazioni” di Marco Antonio Sergi (Quaderni d’arte – Eretica Edizioni, 2021 pp. 104 € 16.00), con i disegni di Simone Capriotti, è un’opera originale che dimostra come il sodalizio artistico e poetico sia in grado di rafforzare tra le pagine i contenuti della dimensione estetica, il significato della forma d’arte. L’unione dei due codici espressivi illustra la corrispondenza esistenziale nel senso di vuoto e di smarrimento, il segno rapido e disorientante dell’assenza, indica il percorso intimista dell’inquietudine. Il poeta indaga oltre l’estremità instabile dell’anima, scruta il mistero interiore nell’inconfessato e profondo dolore, ricerca l’enigma velato degli occhi, nell’inquadratura tormentata dei volti, dipinti accanto ai versi. Comunica con immediata intensità il sentimento degli incubi persistenti, frammentati nella cavità emotiva. I versi mantengono una definita, nitida consacrazione alla autobiografia del vissuto, nell’indistinto crocevia della superficie intima e spaventata, arricchita dalle sensazioni insistenti dei ricordi, dalle sfumature della malinconia. Estendono una realtà aumentata dalla percezione sensoriale dell’oscurità rarefatta dei sentimenti, delle piccole morti quotidiane e delle conseguenze incoraggianti di ogni rinascita. Marco Antonio Sergi disgrega la propria identità attraverso l’esperienza sensibile dell’amore, accompagna la consapevolezza delle proprie variazioni poetiche nella rappresentazione delle illusioni, delle indecifrabili sconfitte. Affronta la propria irrequietezza, conosce il disordine vertiginoso dei pensieri, identifica il disturbo dell’intelletto con l’incoerenza e il disadattamento degli atteggiamenti dell’uomo. Scioglie il riferimento essenziale dell’ostilità con la comprensione della realtà transitoria degli avvenimenti, descrive la sensazione di distacco e di estraneità, riconosce la conflittualità e il deterioramento dell’equilibrio umano. La poesia di Marco Antonio Sergi consuma l’integrità dell’io, scompone l’ipnotica riflessione in reliquia imperturbabile del tempo, risolleva l’intesa complice tra parola e visione. La personificazione dei volti di Simone Capriotti, inseriti tra le poesie, è simbolo incarnato di solitudine, d’isolamento. È emblema di un anonimato oscuro e minaccioso, segnato da smaniosa sofferenza, indizio di una sospensione vitale, riflesso di alterazione. L’autenticità della poesia rivela la marcata discontinuità della maturità, trasformata dal limite sommerso  e inafferrabile dello svolgimento cognitivo degli eventi, la libertà crudele e coraggiosa degli errori. “Disgregazioni” anestetizza le emozioni, distingue il malessere dallo stupore, risveglia il contatto impressionante del passato, mantiene la sostanza dell’assenza nel presente. La fluida connessione spirituale e carnale dei versi disgiunge l’essenza della dispersione, il peso del cedimento, ma dimostra come la saggia osservazione di ogni fine sia un modo per riacquistare l’inizio e ritrovare se stessi.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

(Pubblicato su concessione e autorizzazione dell’autrice)

Per gli interessati disponibile in vendita sul sito dell’editore

Su “Vicende e chiarimenti” di Carlo Giacobbi (puntoacapo, 2022)

In questo suo ultimo lavoro dal titolo emblematico e, a tratti, programmatico, Carlo Giacobbi ci mette di fronte alla necessità di presentare, da un lato, vicende, quindi fatti circostanziati, di vita vissuta; dall’altro, di contestualizzarne natura e ragioni, avvalendosi appunto di chiarimenti altrettanto necessari. Il piano della narrazione in versi, arricchito da scarti di senso grazie alle frequenti immagini metaforiche e ai giochi linguistici, si fonde con il piano della riflessione esistenziale, pervasa da un forte bisogno etico di conversione dei fatti al loro valore formativo, di crescita per l’individuo: tutto questo, si badi bene, senza però farne un sermone o un diktat comportamentale, ma rilevando la filigrana da cui la vita viene attraversata. I due piani si intersecano e si integrano nel libro: se vi è quindi una sorta di narrazione, per frammenti e in versi, di flashback di vita vissuta, dai primi ricordi d’infanzia fino alle esperienze più recenti, vi è anche una voce ragionante che, come un basso continuo, argomenta, disamina, suggerisce, denuncia, nel bisogno di trasformare ciò che è materia privatissima (e che deve quindi la sua forza alla autenticità del particolare e del dettaglio) in sostrato universale che accomuna all’altro, fa di noi testimoni di un patrimonio che è di tutti, nelle inevitabili varianti di una matrice che è la medesima. L’io allora si spersonalizza e si fa coro, accoglienza, perché “La vita è di chi non trova luogo” (pag.41).

Giacobbi ci conduce per mano nella sua educazione sentimentale, esposta senza inibizioni, con un certo gusto anche per il dettaglio sapido e carnale, proponendoci episodi tanto ben circostanziati quanto allusivi, grazie alla loro rielaborazione nella forma di un linguaggio dalla sintassi ricercata e, talvolta, magmatica, quasi a voler riflettere la complessità del reale e la sua intraducibilità in un unico registro linguistico, che rischierebbe di appiattirla, banalizzarla. Ci sono allora salti logici, associazioni non necessariamente causali, che si creano sulla pagina, trasformando quella che avrebbe potuto essere una “semplice” narrazione in versi, in un flusso vivo di esperienze ancora in fieri, non completamente risolte e proprio per questo ancora attuali, oggetto di dibattito ininterrotto fra la voce di chi scrive e la partecipazione di chi legge. Giacobbi riesce a essere realistico, negando però il realismo limitato a esposizione per via diretta dell’esperienza, a favore di un confronto con il reale che non vuole ridursi alla bieca riduzione ai fatti; la scrittura in versi metabolizza il reale e lo trasforma in un nuovo materiale poetico, ricco delle ambiguità e delle lateralità che il fatto tende a eludere, sviare.

Ci ricorda anche, Giacobbi, che la migliore comprensione della vita la si ha quando questa vita viene donata a un figlio (o a una figlia): “negli anni luce d’apnea / tra l’ultima doglia e il primo pianto” (pag. 55) sta il punto di svolta dal quale non si può più retrocedere e la responsabilità della poesia diventa ulteriore, “il tutto congruente alla sua essenza” (pag.56). Così la vita assiste al suo lento inesorabile passaggio di testimone, in un ripetersi che non è mai un clonarsi, ma riproporsi nella sua splendida e controversa verità: “La clessidra è stata voltata. / Ormai le tempie vanno brinando. / […] La freccia non torna alla faretra. / Il muro riavuto da macerie è reverse footage / del genio dei Lumière. / […]  Mea culpa mea culpa mea maxima culpa. / Temendo mare, solo mare, dopo Gibilterra.” (pag. 60)

Immagine della copertina tratta dal sito dell’editore: https://www.puntoacapo-editrice.com/home

Per l’acquisto del libro sul sito dell’editore:

https://www.puntoacapo-editrice.com/shop

Su “Autopsia (reiterata)” di Dario Talarico (puntoacapo, 2022)

Non è impresa semplice riunire e trovare sintesi a poesia, filosofia e logica (quest’ultima branca insieme della filosofia e della matematica, a ben vedere) in un progetto di scrittura: sembrano discipline così lontane, ispirate a criteri di sviluppo e di indagine razionale così diversi da apparire inconciliabili, se non a costo di violarne in parte la struttura, la natura profonda. Proprio per questo appare affascinante la sfida che Dario Talarico ha deciso di intraprendere con questo libro, consapevole che se poesia è “in sé” “amore della sconfitta” (pag. 53), non si dà poesia senza correre rischi, senza intervenire con coscienza sul linguaggio, portarlo al suo limite estremo in cui si congiungono contraddizione e verità, necessità di dire e ricaduta obbligata nel silenzio. Ne nasce un libro ricco, denso di significati, capace di ibridare più generi fra i quali l’aforisma, il proverbio, la sentenza, il “ricordo” guicciardiniano, il sillogismo sapienziale: l’andamento poematico che gioca sulla reiterazione, sulla multi-testualità che percorre l’intera articolazione della scrittura, procede per “referti” del reale, scanditi con precisione chirurgica secondo una procedura che “è uno scrivere dopo aver smesso di scrivere” (pag.10), sezionare un mondo che si dà come compiuto e superato, indagabile solo come un cadavere, come relitto del suo stesso accadere. Da qui la figura allegorica dell’anatomopatologo, autore dell’opera e sua negazione, se, alla fine, scopre che è proprio il suo il corpo a essere stato oggetto dell’indagine.

Tutte le composizioni si caratterizzato per la brevità, per l’assoluto controllo sul linguaggio, parco di aggettivi (“dove finiscono i concetti / iniziano gli aggettivi” – pag. 51) e di figure retoriche, sull’uso circospetto della punteggiatura (in particolare del trattino e dei due punti che creano stacco, tensione, cesure originali), sulla polisemia costruita per via logica, attraverso il ricorso alla proposizione interrogativa, all’insinuazione del dubbio o di un’alternativa sempre praticabile in un bivio di senso in cui spetta al lettore districarsi, senza peraltro possibilità o presunzione di indicare una strada univoca. Assistiamo a un linguaggio nel conflitto del suo darsi, del suo indagarsi fino in fondo, fino al limite della sua praticabilità che è al tempo stesso sua realizzazione e suo fallimento; come avviene anche per l’epilogo dell’opera in cui vediamo una combinazione intelligente di sofisma e paralogismo, che porta a un’emblematica riduzione al nulla di ogni espressione verbale tentata e tentabile, quasi in una negazione dell’opera stessa come unica via per riscattarla, esattamente dove “allora nulla è mai nato” (pag.85). Sono versi, questi di Talarico, in cui il lettore deve tenere alta la guardia, contemporaneamente sul piano razionale e sul piano emotivo, oltre la consunzione necessaria di qualunque compiacimento lirico o immaginifico: una lingua che vuole “riempire il vuoto – col vuoto” (pag. 78), perché occorre “essere piccoli per il mondo” (pag.32), ma è proprio in questa umiltà la forza bruciante di una parola netta, mai compromessa, in conflitto inesausto con sé stessa per potersi fare voce, fino al limes stesso del silenzio. “Questo solo un poeta / deve sapere: il mestiere di chi parla è tacere” (pag.73), dice Talarico, con un evidente riferimento a Wittgenstein come il sottotitolo dell’opera vuole esplicitamente alludere.

Noi abbiamo trovato in questo lavoro una voce autentica, disinibita e coraggiosa, non auto-referenziale o compiacente, tale da farci indicare Dario Talarico come un autore che merita di essere seguito, come una delle voci più particolari e originali della scena poetica contemporanea.

Immagine della copertina tratta dal sito dell’editore: https://www.puntoacapo-editrice.com/home

Per l’acquisto del libro sul sito dell’editore:

https://www.puntoacapo-editrice.com/product-page/autopsia-reiterata-dario-talarico

“Non so se ho scritto troppo sull’amore” di Antonio Bianchetti (Quaderno dell’Àcàrya n° 55)- nota di lettura di Rita Bompadre

Oggi ospitiamo una nuova nota di lettura che ci viene offerta da Rita Bompadre.

Fotografia alla copertina del libro “Non so se ho scritto troppo sull’amore” di Antonio Bianchetti (Quaderno dell’Àcàrya n° 55)

Non so se ho scritto troppo sull’amore” – un altro passaggio dai giardini di ponente – di Antonio Bianchetti (Quaderno dell’Àcàrya n° 55, 2021 pp. 160 € 14.00) è una raccolta poetica che celebra la grande capacità d’amare e irradia l’intensità di una luce infinita e di una visione del mondo in cui la bellezza, la corrispondenza spirituale, l’estensione delle emozioni sono l’incarnazione della prospettiva umana del bene. Antonio Bianchetti condivide la sintonia emotiva e l’inesauribile essenza della poesia, indica la connessione del cuore, oltrepassa le distanze terrene, orienta la sostanza e la radice dell’incisività universale dei sentimenti. Il poeta spiega l’efficacia espressiva della malinconia, concentra nelle pagine l’esposizione esistenziale della nostalgia, traccia l’incessante ritmo della corrente del tempo. La struttura elegiaca dei testi si compone della direzione esclusiva dei punti cardinali, conduce l’elemento simbolico del cammino in una traiettoria sensibile per riportare alla memoria gli scenari di un viaggio interiore, per orientare il passaggio delle contraddizioni impulsive della vita, per osservare e determinare la passionale frequenza della sfera affettiva. La poesia di Antonio Bianchetti declina la validità generatrice della viva dedizione alla ragione del cuore, rinnova la componente metafisica e spirituale della quotidiana intimità, evidenzia la sintonia e la complicità mentale nei confronti dell’incondizionata meraviglia dell’anima, la definizione della magica confidenza della sensualità, il principio decifrabile dell’innamoramento. Il legame indivisibile con l’universo carezzevole dell’amore avvicina alla necessità fortunata dell’eredità romantica, allo sconfinato, imponderabile segreto dell’eternità, traduce il contenuto corporeo delle avversità, affronta gli ostacoli impenetrabili delle incomprensioni e le difficoltà dei silenzi arrendevoli. L’assenza subita identifica l’inevitabile inquietudine e la profondità del disorientamento, ma regala anche lo strumento indispensabile per riconoscere la propria consapevolezza e difendere la propria esperienza nella previsione straordinaria di una sfida individuale, nel sostegno compiuto di un distacco e di una successiva, nuova vicinanza. Antonio Bianchetti non ha scritto troppo sull’amore, ha comunicato il suo inno alla vita, accolto la fragilità pulsante del ricordo, concesso la continuità della presenza amata nello spazio inesauribile della speranza. Non ha mai allontanato l’affermazione del futuro, ha percorso il destino presente per non dimenticare l’elogio della fiducia nella rinascita, la provenienza delle stagioni dell’esistenza, scandite dal dinamismo dell’equilibrio introspettivo dei desideri. Il libro è impreziosito dalle suggestive fotografie del mosaico con la rosa dei venti impresso sul lago di Como, a simbolo dell’intuizione delle coordinate spazio temporali, nel saggio significato della guida e nella protezione della forza di volontà. Nella chiave di lettura del percorso il poeta incontra l’incanto dell’arte elegiaca, percorre la spontaneità, la dolcezza e la gratitudine dell’ascolto, in linea con la gentilezza e la generosità concesse a ogni destinazione della passione. 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

(Pubblicato su concessione e autorizzazione dell’autrice)

Per gli interessati disponibile in vendita sul sito dell’editore