Su “Eresia dei giusti” di Rudy Toffanetti (Vallecchi / poesia, 2026)

L’ultimo uscito della collana VallecchiPoesia, il libro di Rudy Toffanetti, dal titolo “Eresia dei giusti”, viene etichettato dalla direttrice di collana Isabella Leardini, come “opera matura” in cui l’autore ha compiuto “una trasformazione ardua e fertile” […] “senza perdere il suo filo di incandescente chiarezza”: indicazioni senz’altro preziose in quanto scritte da chi conosce in profondità il percorso di scrittura dell’autore.

A chi, come il sottoscritto, si approccia per la prima volta ai versi di Rudy Toffanetti colpisce la ricchezza della forma espressiva, sia a livello di stile sia a livello di linguaggio, la capacità di combinare insieme alto e basso, lirico e cronachistico, elegiaco e ironico, con una tenuta credibile e una buona riuscita complessiva.

Il motivo conduttore della memoria, in particolare riferito al periodo dell’infanzia rivissuto senza vaghi sentimentalismi, ma come costante termine di paragone per svelare le contraddizioni e i disastri del presente, e per evitare così di diventare “adulti senza speranza”, si colora della ricerca di un “tempo precedente”, come lo chiama l’autore servendosene per il titolo di una sezione eponima: “i geologi / lo chiamano tempo profondo – io lo chiamo / la mistica dei mostri, l’eresia dei giusti”. All’insegna di questo “culto dei ricordi” che è la parte nobile della nostra condizione di uomini, i versi di Toffanetti si cimentano in temi che variano nelle singole composizioni, ma mantenendo un basso continuo di riferimento che vibra nella fiducia di non doversi arrendere al conformismo, all’indifferenza, al male in tutte le diverse forme che può assumere, anche impercettibilmente, insinuandosi sotto pelle, facendo deragliare dal significato più profondo che la vita invita a preservare, fosse pure “come bruma – tutta perdita e fiducia”.

Percorrono le pagine del libro, come autentico fil rouge contrappuntistico, e si insinuano in numerose composizioni i dinosauri, passione dell’infanzia e testimoni di un mondo che, pur irrimediabilmente perduto, com’è del resto ogni istante della vita che ci trasforma e ci travalica, riemerge come sedimento non rimosso, richiamo alla nostra realtà di esseri “inafferrabili e pungenti”, proprio come i fuochi fatui o “corpi santi”, esalati “dai cadaveri nei cimiteri fuori dalle mura”, presenze fantasmatiche che si riplasmano nell’amara e disincantata vita delle periferie, degli esclusi, dei dimenticati cui l’autore sa dare voce nella raccolta.

Chiude il tutto una “Appendice“, nella forma di otto sogni, dedicata al poeta Franco Loi e alla moglie Silvana Corti, ricordo del maestro con “uno sguardo di convesso / a ciò che ride con malinconia”, in cui la nota elegiaca si colora di affettuosa ironia perché “Un poeta canta pure nei singhiozzi”.

Per maggiori informazioni e per l’ordine del libro si prega di consultare il sito dell’editore:

Su “Tempo” di Ida Travi (Vallecchi / poesia, 2026)

L’ultimo uscito della collana “Le parole della poesia” di VallecchiPoesia, collana diretta da Isabella Leardini, è dedicato al tema del “Tempo” affidato alle parole sapienti e immaginifiche di Ida Travi, che vi condensa con brevi interventi particolarmente incisivi e suggestivi, la quintessenza della sua poetica, con riferimento particolare e specifico alle ragioni più profonde che ci hanno donato una saga poetica di grande originalità e spessore come quella dei Tolki.

Ida Travi rivendica il valore pregnante della parola pronunciata, della tradizione orale come “sintassi primordiale” e espressione compiuta del tempo da “tenere”, coincidente con l’attimo stesso che lo contiene senza però potervisi esaurire, trascendendolo fino a rendere “tutto irraggiungibile”, affidato all’inesplicabilità sorgiva della poesia.

Nell’agone della parola che concretandosi nel suo kairos privilegiato vince l’inarrestabile e divorante flusso di chronos, Ida Travi con pregnanti riferimenti e considerazioni che toccano le riflessioni sul tempo di Agostino e di Bergson, sulla forma dell’epica e della tragedia greca, sul “distacco” come traguardo più autentico del percorso iniziatico mutuato da Meister Eckhart, ci ricorda il valore del “fondo” come limite estremo della conoscenza di sé, unico fondamento praticabile per la restituzione alla “esperienza della prima lingua” e per l’attuazione concreta di quell’atto rivoluzionario che è alla radice della parola poetica.

Con una parola sempre oscillante fra lucidità dei contenuti e visionarietà della forma, Ida Travi ci porta nella coerenza assoluta del suo mondo poetico, offrendoci la chiave per accedervi nella pienezza del “Thauma”, invitandoci a non spegnere mai quel senso di meraviglia che è alla base di ogni letteratura che possa rivendicare di essere tale.

In onda su Radio Popolare – Percorsi PerVersi

Disponibile sul sito di Radio Popolare il podcast della puntata di Percorsi Perversi di Venerdì 6 marzo alle 22.00.

In dialogo con Paolo Massari, conduttore del programma, Fabrizio Bregoli ha letto alcune poesie da Referti (Società Editrice Fiorentina – SEF, 2025, postfazione di Mario Fresa).

Paolo Massari lo ha incalzato su Fisica dei Semiconduttori, geometrie non euclidee e conoscenza del romanesco.

Dodecafonie a cura di Monica Paes.

Il podcast disponibile al link sotto riportato:

https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-percorsiperversi/percorsiperversi_06_03_2026_22_00

“Referti” sulla rivista on-line “Il Gazzettino Nuovo”

Il critico e scrittore Federico Migliorati, redattore di laboratori Poesia e giurato al Premio Camaiore, recensisce il mio ultimo “Referti” sulla rivista on-line “Il Gazzettino Nuovo”.

Ringraziamo per la splendida nota critica, ricca di suggestioni e considerazioni utili alla migliore comprensione dell’opera.

Buona lettura!

Su “La visionaria” di Assunta Sànzari Panza (Vallecchi, 2026)

La visionaria” è l’ultimo raccolta di poesia pubblicata da Assunta Sànzari Panza per i tipi di Vallecchi Editore, con prefazione di Davide Rondoni.

Come esplicitato dal titolo della raccolta, a dominare la poetica dell’autrice è una profonda matrice orfica che crede la poesia manifestazione di uno strato profondo dell’esistenza di cui la parola diventa tramite. Infatti, fin dalle citazioni in esergo, l’autrice fa riferimento al bisogno della costruzione di un linguaggio specifico, fine a se stesso, che non necessita di dare spiegazione di sé; si parla anche di arte che si avvale deliberatamente di artificio (in linea con la concezione anche di Montale) per dare forma al pensiero, dare alla visione la concretezza di “brani di carne”.

Al lettore spetta quindi lasciarsi coinvolgere e guidare da una parola poetica fedele solo a se stessa, alle sue ragioni inderogabili e recondite, senza quindi dover trovare chiavi interpretative certe o anche solo plausibili: l’autrice chiede al lettore una sostanziale adesione alla forza creatrice della sua parola, nel suo procedere per salti e impreviste sterzate, deviazioni o derive di senso, associazioni inattese, evoluzioni e tragitti di cui risulta vano individuare una destinazione prefissata e definita una volta per tutte. Alla spinta oracolare dei tropi e delle analogie, molto immaginifici e non sempre completamente afferrabili, si combina un bisogno di concretezza, di rispecchiamento nella dimensione personale e affettiva di cui si dà traccia per lievi accenni, con frequenti inserzioni di estratti dialogici che rompono una tensione altrimenti troppo spinta, su una soglia di inconoscibile che rischierebbe di spaesare.

Più che nelle prime sezioni della raccolta che vedono composizioni molto ampie e articolate, ma, per così dire, policentriche e talmente articolate da correre il rischio di risultare, in alcuni passaggi, eccedenti, la voce di Sànzari Panza ci risulta, personalmente, più efficace nella forma breve dell’ultima sezione “Fragmenta” in cui la focalizzazione su singoli temi che fungono da “occasioni” consente di concentrare la leva metaforica e analogica in una forma più sintetica e, in ultima istanza, pregnante: la sfera visionaria e onirica viene domata in una dizione più contratta e l’epifania viene circoscritta in un confine che la rende più densa proprio perché circoscritta.

Come scritto da Davide Rondoni nella prefazione all’opera, la raccolta è senz’altro indicata al lettore che crede in una poesia “dove la vita, nel tumulto di parole e metafore, si sorprende, quasi sostando”: dirompenza della forza espressiva e senso di incolmabile attesa di una parola che non può mai del tutto dirsi, del tutto penetrare il fondo insondabile della realtà, sono le due dimensioni in perenne rapporto dialettico nella raccolta, in una conflittuale contesa cosmica di cui il singole è partecipe, attore e spettatore insieme: “l’irrisarcibile / distanza da alpha a omega”, “lo sguardo sull’arida sintesi / di cielo e terra / vita morte / principio e fine”.

Per ulteriori informazioni sul libro si invita a consultare il sito dell’editore

Copertina del libro, tratta dal sito dell’editore
https://www.vallecchi-firenze.it/poesia/la-visionaria/