Blocchi di partenza – Marco Candela

Per la nuova rubrica “Blocchi di partenza” sulla pagina Facebook “Poeti Oggi” l’incontro con la poesia di Marco Candela.

Buona lettura!

Potete consultare poesia e nota anche sul blog di Poeti Oggi:

https://www.poetioggi.com/2023/10/blocchi-di-partenza-fabrizio-bregoli.html

Tutti gli autori e le note di lettura pubblicate su Poeti Oggi sono consultabili alla pagina del blog Blocchi di partenza

Grazie alla pagina Facebook “Poeti Oggi” per l’opportunità di collaborazione.

Su “La ricostruzione di Parigi” di Paolo Gera (Transeuropa, 2023)

“La ricostruzione di Parigi (ai tempi della presente guerra)” è un libro singolare che interseca diversi generi letterari, coerentemente con l’idea di letteratura di un autore che, come abbiamo già precedentemente fatto notare, non crede in una suddivisione in compartimenti stagni. Questo libro è allora innanzitutto un diario esistenziale, che racchiude in sé anche un libro di viaggi, digressioni saggistiche e di critica letteraria, considerazioni su arte e architettura, analisi sociologiche, rivendicazioni politiche e libertarie, alternando la prosa con significative inserzioni di testi poetici, compresa la riscrittura parodica dantesca, e di poesia in prosa, con suggestioni neo-avanguardistiche.

Il filo conduttore è senz’altro la denuncia di una condizione di esclusione, percepita con disappunto e lacerazione interiore, dovuta a “Questo”, invitato scomodo e innominabile, che ha per tutti e per ciascuno causato una rivoluzione delle proprie consuetudini, delle proprie libertà, della propria vita in senso lato. L’esperienza pandemica – significativamente non menzionata con una formula di originale reticenza, annunciazione di uno stato di “mobilitazione generale” per una guerra poi effettivamente connotatasi bellicamente in Ucraina – viene allora ritratta secondo una varietà di angolazioni che fanno del non allineamento alla logica dominante – ritenuta dall’autore puro conformismo o sottomissione – la dimostrazione dimostrata di una individualità non omologabile, ma anche capace di farsi comunità con chi intende dissentire. Questo libro è prima di tutto testimonianza di una militanza insonne che – facendo proprie molte intuizioni di Benjamin, di Aragon, di Baudelaire, di Celan e di molti altri ancora, per lo più ascrivibili alla categoria dei dissenzienti – si ritaglia nella scrittura un proprio spazio di emancipazione, alla ricerca di quella “scrittura nomade“, che è aspirazione a non accasarsi aprioristicamente nei luoghi comuni, nelle frasi fatte, nel conformismo dei mezzi di comunicazione, nei comportamenti stereotipati. Senza un preordinato schema temporale o spaziale, la scrittura obbedisce solo alle proprie ragioni interne, con il risultato di una ricchezza espressiva e una varietà di temi e di stili, che riflettono la visione policentrica dell’autore, consapevole del crollo di ogni ideologia di riferimento, ma non per questo arreso ad un pragmatismo di comodo.

Interessante notare come il libro si chiuda, simbolicamente, con la visita ai luoghi pasoliniani di Casarsa, spazio di incontro e di riscoperta di quel valore etico e militante della letteratura che il maestro incarna, ricettacolo fuori dalle convenzionali mete turistiche, e quindi capace di mantenere intatti silenzio e raccoglimento, così necessari nella nostra società dell’esibizionismo e della chiacchiera. Tutto coerente con un libro che non disdegna l’impiego di scarti logici e voli pindarici, e una certa verbosità affabulatoria e qualche raffinato coup-de-theatre, ma attraversato da un filo sotterraneo di ragionata maturazione del dissenso, espresso con misura, con ragionevolezza, con intuizioni spiazzanti, senza la presunzione di poter esprimere verità apodittiche.

Foto con la copertina del libro, Fabrizio Bregoli

Per ulteriori informazioni sul libro si invita a consultare il sito dell’editore

Su “Non era mia intenzione” di Francesca Maria Federici (Ensemble, 2023)

Colpisce di questa prima raccolta di Francesca Maria Federici la leggerezza espressiva, la capacità di esprimere con profondità ed intensità, nei suoi versi, situazioni di vita quotidiana e riflessioni interiori, con un linguaggio piano eppure incisivo, libero da sedimentazioni o imitazioni letterarie. L’opera, dalla struttura eterogenea come è tipico di molte opere prime, pur con alcune residue ingenuità, assolutamente giustificabili, dimostra nell’insieme una buona tenuta, sa essere intensa e coinvolgente per temi e per stile.

Anche quando affronta il tema amoroso, come nella sezione “Gennaio”, in cui si racconta della fine di un amore, l’autrice sa introdurre quegli elementi originali che fanno la differenza, come nel caso dell’interessante poesia “Grasso per biciclette”, toccante per la luce particolare che si sa dare a un gesto che, per il resto, potrebbe passare come assolutamente inosservato: “Tutto fuori si è fermato / perché fa caldo ed è domenica sera / tranne la tua mano sapiente / che fa girare il pedale / e unta di grasso accarezza la catena.” […] “Vorrei dirti non fermarti / restiamo così per sempre, ti dico / fermati / che mi fai scoppiare il petto”. Sempre in questa sezione colpisce anche il finale della poesia “Sopravvivere”: “Dopo, al ristorante, ho indicato una vecchia coppia / e ti ho mentito . / La verità è che ho paura / di diventare come loro / e di essere quella dei due / che dovrà sopravvivere / un giorno.”.

Oltre alla sfera interiore l’autrice ha degli esiti interessanti anche nelle poesie della sezione “Fotografie ignoranti”, caratterizzate dalla attenzione sul mondo, sulle presenze che lo vivono: colpiscono soprattutto i ritratti in versi di “Una passante ” (omaggio a Baudelaire?) e dei vecchi, al margine della vita metropolitana, i quali diventano occasione per rivendicare il ruolo che compete alla poesia, come nella ottima chiusa: “Un libro è l’unico modo / per salvarsi / dal resto del mondo.”. Sempre con il minimo dispendio di risorse retoriche o letterarie, l’autrice sa con la sua semplicità andare dritta alle ragioni che intende evidenziare, offrendoci sempre uno sguardo alternativo e particolarissimo sulla realtà: nonostante l’understatement del titolo, fosse o non fosse una precisa intenzione (riprendendo il titolo della raccolta), la scrittura dimostra invece consapevolezza, determinazione.

Meritano una considerazione a sé le ultime due poesie della raccolta , caratterizzate da un linguaggio più rarefatto e allusivo: se fossero ultime, oltre che nella collocazione, anche nell’ordine cronologico di composizione, potrebbero rappresentare un’anticipazione di sviluppi poetici futuri (“Ma nuove combinazioni invisibili / di gesti e di parole / oggi si espandono” […] “trasformandosi in qualcosa”). Non ci resta che attendere questa trasformazione.

Immagine della copertina tratta dal sito dell’editore: https://www.edizioniensemble.it/prodotto/non-era-mia-intenzione/

Per ulteriori informazioni sul libro si invita a consultare il sito dell’editore

Su “Al centro della piena” di Nicola Romano (Il ramo e la foglia, 2023)

L’ultimo lavoro di Nicola Romano è l’opera matura di un autore che ci lascia anche la sua personale testimonianza poetica e umana. Come recita il titolo, l’autore raccoglie una serie di testi che sono rappresentativi della “piena” in cui è stata travolta la sua vita negli ultimi anni, esperienza centrale con la malattia e il dolore, tramite che porta Nicola Romano a una riflessione amara e disincantata sull’esistenza, acme di un percorso poetico che trova compiutezza estrema. La poesia di Nicola Romano continua ad affermarsi e a distinguersi per la limpidezza della dizione, per l’essenzialità della scrittura in cui ogni termine, ogni espressione sono scelti con sobrietà ed incisività, senza titubanze espressive e stilistiche. Tuttavia Nicola Romano non ha la presunzione di essere ultimativo ma si muove sempre con l’umiltà , tipica dei veri poeti , che si confrontano con la realtà dell’esistenza da un punto di osservazione privilegiato, ma non esclusivo, sulla stessa linea d’orizzonte del lettore che viene così condotto a una condivisione partecipata, per sperimentare queste “prove di smarrimento / quando passione urla / e tutto tace”. La fragilità dell’esistenza si traduce qui in un nuovo rapporto, o meglio un rapporto riconquistato, istintivo e sincero con gli elementi della vita e della natura (luna, ulivi, lampi, mare, e molti altri), con evidenti rimandi alle origini dell’autore, in un recupero memoriale che non è mai elegiaco, ma mezzo espressivo per un’esposizione piana ed equilibrata del dramma, per quanto “fingendo spigliatezza / sopra i carboni ardenti”.

Nicola Romano ribadisce con questi versi la necessità di superare la tracotanza di Cronos con la riscoperta di Kairòs, “il mio tempo interiore”, sottraendo allo scorrere irreversibile e distruttivo del tempo quegli attimi che valgono e debbono essere preservati come “punti luce”, “per poi varcare l’uscio / verso il niente”. Tutto è guidato da un sentimento di concretezza e di misura, dall’accettazione responsabile per quanto drammatica del corso degli avvenimenti, con un esito di preghiera laica, tanto più autentica quanto più l’autore stesso sembra smentirla: “e – come mai accaduto – / sentirsi in colpa per una poesia / che toglie il tempo / a una preghiera”; “Padre che sei già nostro / diventa un po’ più mio” […] “anche se fossi scarto di paranza / e nel gonfio mio petto / togli ogni scoria delle mie rovine”. La versificazione è estremamente controllata, condotta con garbo, privilegiando le misure brevi – soprattutto settenari, ma anche ottonari e novenari – con qualche ricorso a misure più ampie nell’intorno dell’endecasillabo; le figure retoriche e i “trucchi del mestiere” sono limitati allo stretto necessario, volendo l’autore puntare soprattutto sulla leva dei contenuti; l’esperienza rivendica così il proprio predominio rispetto alla letteratura, come ha modo di dirci lo stesso autore nell’ottimo testo conclusivo: “T’accorgerai per tempo / d’una fonia che raschia e senza metro / d’un settenario molle / e un po’ spuntato / un verso senza sangue / e senza nervo che nella foga spinge / e non deflora “. Insegnamento, quest’ultimo, di cui è bene che i poeti tengano conto.

Questo postumo “Al centro della piena” è quindi l’ulteriore conferma di una voce poetica di valore, mai sopra le righe e mai invadente, ma capace di confermarsi rappresentativa e personale, come sostenuto da Roberto Maggiani che, giustamente, parla di ” ponderata ricerca della parola e del ritmo in una lingua poetica che non lascia dubbio sul fatto che sia per noi un ponte tra Novecento e Duemila, passaggio, più che obbligato, direi desiderato e desiderabile da molti giovani poeti”, in un immaginario passaggio del testimone di cui crediamo che Nicola Romano, oltre ad esserne meritevole, sarebbe particolarmente orgoglioso.

Immagine della copertina tratta dal sito dell’editore: https://www.ilramoelafogliaedizioni.it/notizia.asp?IdNotizia=889

Per ulteriori informazioni sul libro si invita a consultare il sito dell’editore

Su Laboratori Poesia: Recensione a “tati ale ed io” di Gianmaria Giannetti – Pietre Vive Editore

Su Laboratori Poesia la recensione al nuovo libro di Gianmaria Giannetti

Scrivo nella recensione:

“Gianmaria Giannetti ci mette di fronte ad una esperienza di poesia della reticenza, o meglio di poesia dell’indicibile o dell’inesprimibile, per quanto i temi trattati facciano riferimento evidentemente alla sfera più privata e autobiografica. Ogni esperienza personale che viene tradotta in versi è nel suo insieme difficilmente decifrabile, anche e soprattutto per il ricorso ad una forma espressiva ricca di omissioni, di ellissi, di non detto, di frasi sospese o al limite dello sconnesso, tutte espressioni linguistiche che lasciano il lettore costernato e incapace di una ricostruzione univoca del contesto semantico che sta alla base.”

[…]

“Questa non è una poesia che va quindi compresa secondo i consueti strumenti razionali e interpretativi, ma una poesia che va vissuta interiormente secondo schemi assolutamente anticonvenzionali, nel dispregio di ogni luogo comune o di ogni facile ovvietà: percorso ovviamente condivisibile non necessariamente dalla cerchia più ampia dei lettori. Ogni dettaglio consueto, ogni parola, anche le più comuni e le più rassicuranti (come “letto”, “mare”, “mamma”), vengono completamente deformati, plasmati in funzione del ruolo eversivo e sussultorio che l’opera impone. Tutto, allora, diventa denotativo e simbolico al tempo stesso; ogni situazione, ogni riferimento temporale o topografico, ogni menzione di oggetti di uso comune diventa ambiguo e naturalmente polisemico, crea una frattura insanabile rispetto alla linearità del linguaggio e del suo sostrato semantico.”

[…]

Continua su Laboratori Poesia, dove è possibile leggere la recensione integrale e una selezione di poesie tratte dal libro

Immagine della copertina del libro tratta dal sito Laboratori Poesia