Da “Cronache Provvisorie” (VJ Edizioni, 2015)

AVVERTENZE PER L’USO

Ti scrivo da un’assenza d’anni

da una lacca di nebbie, a fiato corto.

Da quest’arso ammarato relitto

nulla sembra mutare, il tempo sosta

tra consuetudine di luoghi, piogge

nascite ovvie, rare calamità.

Brandisco aria, trascorro ore a sommare

parole inutili a inutile vento.

Fibra a fibra, avvivo vene di vetro

alle guance avvizzite di chi resta

e scioglie ghiaccio rappreso alle palpebre

ne fa limpido specchio a chi verrà.

Questo ti lascio, un imbuto di giorni

levigato ad un’acqua di memorie:

stillane l’ultimo nettare, o cenere

una macchia disperata d’inchiostro.

MAZINGA E L’UOMO RAGNO

(D’un carnevale antico, e nuovo)

Passare la domenica allo specchio,

estrarre la sequenza delle rughe                  

per farne perno, fingersi più vecchio,

rimpiangere il passato fra le fughe

delle piastrelle sorde ad ogni passo.

Così si sfoglia l’album di famiglia

convinti che ci possa dar la sveglia

con rapidi rintocchi di memoria,

rivedi poi la maschera di Zorro,

lo scudo di Mazinga, l’uomo ragno

gettare la sua tela in bianco e nero

sul volto imbalsamato di chi resta

e in controluce sai, si fa straniero.

E’ vita trattenuta sulle labbra,

riavvolta sulla spola il lunedì

nella promessa nuova del mattino,

resistere alle code in tangenziale,

fuggire il cannocchiale del vicino,

indovinare il titolo al giornale

espedienti tutti, e ali di fortuna,

sopravvivenza spiccia, da manuale.

Il cellulare piatto sotto petto,

la giacca abbottonata, la cravatta

fanno scordar l’azzurro del costume,

la chiazza di colore, dozzinale.

E’ tempo d’oggi, d’attizzare il lume

del quotidiano giogo al carnevale.

PULIZIE DI PASQUA

Così s’afferra al volo quello straccio

e lo si strizza bene nel catino,

si tiene stretto un manico di scopa,

muovendo mani e fianchi in consonanza,

reinventando il lindo canovaccio

di spazzole secchiello lavandino,

si libera la stanza dall’impaccio

degli altri che sarebbero di troppo,

lo spazio giusto alla tua solitudine

giustificata ad arte, in prepotenza

perché ora nulla resti in eccedenza

fuorché lo scivolare di pantofole

sul lucido lavoro del tuo gomito.

Scopri come sia per niente insolito

stringersi alle pareti, alla tua casa,

la stanza plasmi il senso delle cose,

quella forma che sa riempire il vuoto

lasciato dal contorno della polvere,

quel vago sentimento dell’esistere.

STORIE DI PIANURA

Restano i nomi, pronunciati per abitudine

distrattamente, obliqui serbano gli echi dei luoghi,

i riverberi – tre cantoni, feniletto di sotto,

il mulino del conte, la vecchia filanda, la seriola –

o neppure restano per i cascinali rossi

diroccati, nell’alternarsi di muschio e gramigna.

Qualche racconto tramandano i vecchi

sottovoce; se verità o mito

più nessuno sa dirlo:

Zaira verde bendata, passo di riccio,

la più abile a domare le mosche con le mani

o Pietro, pelle tabacco arsa dal sole,

smorfie di sorriso come carezze di vanga

o Diletta immobile nella sua sedia di giunco

o Demetra la bigotta, Nando il pazzo, Vittorio

e lei – per chi sa – nata quella notte, vissuta

nello spazio fra i primi vagiti e il silenzio,

battesimo consumato su occhi di madre, soltanto.

Sono le ferite della terra, appena più profonde

nel reticolo fessurale, nel duro delle zolle.

Le diresti durare, per un’ora più lunga di sole,

le leviga poi un breve scroscio di pioggia.

Sono le storie catturate nei cerchi dei tigli

che le annodano ai tronchi, in riva ai fossi

per preservarle forse…                

e mentre sfiorata dal plettro del tempo

più alta ne avvampa la voce

non ho che labbra di sabbia

mani di paglia.   

VAN REYMERSWAELE E IL LATINORUM

Se penso alla misura del mio tempo

arretro alla stagione della scuola,

ai libri ravvivati dagli inserti

per fare sopportabile la storia,

a un quadro d’un maestro impronunciabile

– o solo una lacuna di memoria –

fiammingo testimone del progresso,

a un quadro sotterfugio di mercanti

tra monete compìti nella conta

del retto dare-avere calvinista.

Erede indegna alligna la finanza

un don Abbondio acrobata del dire

virtù della moderna stravaganza

dell’acciuffare banconote d’aria

senza il conforto d’oro che tintinna.

Se ancora ci ripenso, a dismisura

rimpiango gli esercizi di grammatica

delizia per l’infanzia alla graticola,

il semplice futuro di quegli anni,

allo smagato labbro l’ottativo

e l’aura socialista del supino

ribelle alla sua scorza di passivo,

il congiuntivo tremulo di fiato,

la prodigalità del partitivo

ed a stento si compita il dettato

d’un tempo scarno di superlativo,

d’un mondo declinato al genitivo.

UN ALTRO MATTINO

Si raccoglie nel nido delle mani

si difende dall’impudenza di passi

dall’ovvietà di tragitti, dall’uggiolio

di freni che addentano rotaie.

Visi affondano occhi nei giornali

s’assolvono nello scudo delle spalle

respirano per abitudine, per rassegnazione.

Sono le nuove tavole della legge

irreprensibili, scolpite sul monte

dei pegni, dei facili pentimenti,

delle conversioni estorte sulle ceneri

d’un rovo combusto, morente.

E nessun altrove

mai.                   

           

                             

Sono fuscelli impastati di fango

inermi fili di paglia le dita.

Così si stinge un altro mattino

implume alle rapacità del giorno,

balbettio su opacità di labbra.

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