Tomaso Kemeny su “Il senso della neve”

 

Il libro di Fabrizio Bregoli, Il senso della neve (titolo enigmatico che ha nulla in comune con Il senso di Smilla per la neve, un romanzo di successo del danese Peter Hoeg) si articola in cinque sezioni, che un lettore-esploratore potrebbe definire come cinque continenti del possibile poetico. La prima sezione “Nel dirupo dei tempi” si apre con l’anagramma nel titolo della poesia “Quel ramo amor, testo dove il poeta si interroga sul dicibile contemporaneo, epoca priva della “parola” vera, un tempo dal linguaggio devastato, ne deriva un’incertezza innegabile

                      Per questo non so come affacciarmi sui giorni

                      stretti in questi nostri tempi di tumulti

Nel testo seguente “Tempi moderni” titolo che evoca il mitico film di Charles Chaplin del 1936, l’ultimo film in cui Chaplin appare come Charlot, personaggio reso folle dai ritmi disumani della catena di montaggio e dalle nuove forme radicali di alienazione, per potere respirare bisognerebbe fuggire dai tempi moderni le cui mostruosità vengono alluse con elegante levità, senza cadere nelle paludi del ‘politichese’. Di fatti il testo richiamando la Reichstag

dovrebbe ricordare al lettore come l’incendio che la devastò (27 febbraio 1933) diede inizio alle mostruosità delle azioni naziste, mentre i crimini stalinisti vengono evocati dai boschi di Katyn, dove l’Armata Rossa massacrò più di ventimila polacchi, nefandezza negata dai sovietici fino al 1990.

Bregoli si adopera a risvegliare il linguaggio tenendo conto delle condizioni esistenziali in “Liturgia dell’assenso” e politiche in “Benedetto il secolo”, dove il “mondo” (appare) “circoscritto in un recinto”. In “Respinta al mittente – Lettera in memoria di Dario Bellezza”, anche le passioni contemporanee paiono confinate nell’effimero

                                                                        ogni amore

                           si nega nel suo darsi, trova ragione

                           solo nel suo lento quieto estinguersi

La sezione “La congettura del canto” si apre con la poesia che conferisce il proprio titolo al volume, “Il senso della neve”, dove la nostalgia di “ogni caro poetico/vecchiume di lune e favole belle” (si richiamano Leopardi, Carducci e D’Annunzio), l’ironica evocazione affettuosa della grande poesia italiana moderna, viene interrotta da Vanni Fucci (Cf. Canto XXIV, Inferno, vv.122-151), l’eversore della Parte Bianca dei Guelfi, poi brigante che depredò reliquie, corredi, oggetti sacri, cantato da Dante. La funzione di questa irruzione può significare come ogni epoca trovi i suoi mali e malandrini, ma secondo una rilevante intertestualità attivabile, può rafforzare il carattere effimero delle esperienze umane se ricordiamo i versi 4-6 del XXIV Canto

                        quando la brina in su la terra assempra

                        l’immagine di sua sorella bianca,

                        ma poco dura

Del resto la neve, “la sorella bianca” viene ripresa a chiusura della poesia in cui il poeta pare cercare il modo di trascendere espressioni facilmente cancellate nel nostro tempo. Il “bianco” connota il mistero dell’energia espressiva che non muore nella grande poesia:

                                                                             scoprire

                   la chiave del durare in ciò che è breve

                   lo spazio dove resta illeso il bianco

                   allo svanire certo della neve.

Spia del rapporto intertestuale stabilito dall’autore è che nella quinta e ultima sezione del libro torna la voce di Vanni Fucci, chiusa in un verso che chiude la poesia “Inventa la sera”. Dante affida una profezia al dannato a chiusura del Canto XXIV, profezia avversa alla Parte dei Guelfi favorevole a Dante, e Fucci ne gode.

            E detto l’ho perché doler ti debbia

Mi pare significativo ricordare come Dante, da teorico del linguaggio poetico, cercasse un linguaggio che potesse fungere da anello tra i linguaggi che scorrono (i volgari locali) e l’universalità. In De vulgari eloquentia (1, IX, 6) vuole, infatti, tenersi lontano dalle varietà delle parlate locali, i ”vulgaria municipalia”, secondo un modello universale di comunicazione. E questo, pur ricercando “simplicissima signa locutionis”. Bregoli, in “Tre punti”, si chiede se la poesia può dare un senso alla vanità del nostro vivere, e se ne vale la pena

                     Perché se magari accidentalmente

                     volessi dare senso a questo esisterci

e in “Il bianco di stoviglia”, trova la figura allegorica del lavare le stoviglie come modello per una poesia che tenti di custodire “il nitore” di un linguaggio che riporti frammenti di vita.

                       E’ privata domestica faccenda

                       questo scrivere oppressi dall’urgenza

                       del nitore, del bianco di stoviglia

                       a modello, prendendo e inarrivabile

                       la più solerte delle filippine

                       energica compatta inossidabile.

In “Dilemmi metrici” il poeta rileva che non basta un buon artigianato metrico per salvare il nitore:

                            Certo non ci salverà l’incanto orfico

                            lo scadenzario netto degli accenti

                            la moltitudine di fogli oppressi

                            per farne metro esatto dell’esistere

All’autore preme un linguaggio che dia un ritmo poetico all’esistenza e ai sentimenti come risulta in “Elettroforesi”

                             Nella congerie osmotica del secolo

                             che vede l’uomo al bivio del suo nulla

                             non serve un trabocchetto, la fasulla

                             moneta dell’incanto ad ogni costo,

                             bisogna distillare il sentimento

                             disporlo in una curva intellegibile

                             e farne il diagramma degli stimoli

                             dargli la giusta coppia, potenziale

                             impulso e carica, elettroforesi.

Nella sezione “Peregrinazioni e altri smarrimenti”, il poeta coglie, con ironia, i segnali della giovinezza che se ne sta fuggendo. Si veda “In Lei di rito”

                               accade d’improvviso una mattina

                               che una signorina di retta tempra

                               sbirciando alla tua tempia brizzolata

                               -s’accomodi ti dica coniugandoti

                               la prima volta in terza prospettiva.

E il passare del tempo impone una integrità nuova in “Al singolare”

                                 imbavaglia quel tuo freudiano raglio

                                 raffrena e scendi dalla giostra, apprendi

                                 la casta fioritura dun silenzio.

Nella sezione “Compendio di fisica applicata”, risulta che nonostante i mirabili progressi della scienza, “all’incrocio dei quanti” il nostro presente permane “impalpabile” e paradossalmente potremo

                               scoprire nell’inversa prospettiva

                               il permanere solo del già perso

Nell’ultima sezione “Canti del crepuscolo” in “Inventa la sera” si conclude con l’accettare

                              il compimento del nulla che siamo

                              che saremo

                              e detto l’ho perché doler ti debba

dove l’ultimo verso è quello dell’Inferno (v.151) di Dante come avevamo già osservato.

Se il libro di Fabrizio Bregoli attraversa le condizioni effimere e ostili in cui ci troviamo a vivere, puntando i riflettori sulla nullità del nostro esserci, il “nitore” dei suoi versi offre non solo un rifugio all’immaginazione, ma anche il nutrimento necessario per lottare per un futuro degno delle nostre più alte illusioni.

Tomaso Kemeny

21745036_1440974795994678_1871719149_o

Evento mitomodernista alla metropolitana di Milano con il capitano Tomaso Kemeny