Rudyard Kipling è noto al lettore italiano soprattutto per i racconti contenuti nei libri della giungla, dei quali molti conoscono più le trasposizioni cinematografiche, più o meno fedeli, che non la versione originale in volume. In realtà la figura di Rudyard Kipling è importante nella letteratura inglese anche per i suoi lavori poetici, che si sono sviluppati negli anni in numerose raccolte fra le quali “Gli anni di mezzo” viene proposta da Oligo Editore nella prima traduzione integrale in lingua italiana, nella ricorrenza dei 90 anni dalla morte.
Queste poesie sono un’eccellente testimonianza dello spirito del loro tempo nel passaggio dalla Belle époque alla tragedia della Prima Guerra Mondiale. Kipling, da poeta testimone del proprio contesto storico, e in particolare da suddito dell’impero britannico, si conferma esponente di rilievo di una poesia civile che, inevitabilmente, presenta i pregi, e anche i difetti, che le derivano dalla concezione ancora dominante che vedeva il poeta voce autorevole della propria società in rapporto alla Storia, ponendolo come figura di riferimento, vate: si pensi al caso analogo e contemporaneo di Carducci e, in parte, di Pascoli e D’Annunzio, per le nostre lettere nazionali. Lette oggi, molte delle poesie contenute nella raccolta possono apparire al lettore contemporaneo troppo cariche di tono oratorio, anche nella sincerità di fondo, troppo allineate con il pensiero dominante che è fondamentalmente imperialista e favorevole al colonialismo come forma di civilizzazione europea nei confronti delle altre civiltà. Da qui l’idea di una missione imprescindibile dell’impero britannico, contrapposto alla barbarie, inclusa quella risorgente nel continente europeo e identificata con il Reich tedesco.
Per il lettore contemporaneo altre sono le poesie che suscitano concreto interesse, e maggiore rispecchiamento. Infatti, in molti passaggi, è possibile rilevare una certa autonomia di giudizio e di sensibilità da parte di Kipling rispetto alle convenzioni, in particolare nel rilevare gli aspetti più tragici ed ingiustificati della guerra, rappresentata come occasione per esprimere atti di eroismo, ma anche caratterizzata da violenza fine a se stessa, manipolazione delle coscienze, sofferenza atroce dei protagonisti e dei rispettivi familiari. Spiccano per verità soprattutto gli epitaffi di guerra, così laconici e pregnanti nell’evidenziare queste contraddizioni, senza appigliarsi a facili giustificazioni, ma sostanziati di una lirica senza sentimentalismi, lapidaria. In sostanza, la raccolta evidenzia in Kipling significative incrinature di quella funzione, propria del vate, di sostegno e celebrazione della grandezza imperiale britannica, a favore di una dizione più critica e problematica, in significativa vicinanza con lo spirito di oggi.
La traduzione di Maurizio Maria Taormina, estremamente fedele nei contenuti all’originale, sobria nei mezzi espressivi e nelle scelte stilistiche, bene riproduce la poesia asciutta e mai decorativa del Kipling originale. Ovviamente, a causa delle sostanziali differenze metriche fra il verso inglese e il verso italiano, dovute ai diversi isocronismi delle rispettive lingue, il traduttore ha cercato, credibilmente, di replicare lo spirito e la ragione della scrittura di Kipling, senza cercare inutili e impossibili repliche di aspetti formali altrimenti non riproducibili (come rime, cesure, etc.).
Il libro ha il grande merito di proporre al pubblico dei lettori di poesia in Italia, in una traduzione fresca e attuale, la personalità poetica di Kipling, contestualizzata in una raccolta emblematica, in tutti i suoi tratti salienti, nell’ottica di una migliore conoscenza di una delle voci che ancora oggi deve essere considerata fra le più autorevoli del primo scorcio del secolo scorso, di cui ha saputo offrire un quadro decisamente significativo per la sua comprensione.
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