Poesia a confronto: Dialetti

Novantottesimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è Dialetti con il confronto fra poesie di Porta, Belli, Marin, Loi.

La poesia dialettale, per un paese come l’Italia che vanta numerose varianti locali anche fra comuni vicini, rappresenta un grande valore, grazie alla presenza di autori di grande profilo e originalità che danno un contributo fondamentale alla letteratura nazionale, pur non scrivendo in lingua.

Partiamo dai classici del genere: il milanese Porta e il romano Belli. La loro poesia, come nei due esempi riportati, ritrae spesso personaggi tratti dalla vita reale, come avviene per Carlo Milanes e per er Cardinale, che sono rappresentati in versi con un tratto realistico e provocatorio, per mettere in risalto difetti, contraddizioni, ipocrisie, compromessi che la vita quotidiana comporta. L’ironia, tipica della tradizione comico-realistica, è il tratto comune ai due testi che, dal punto di vista formale, rispettano le forme chiuse della tradizione: in entrambi i casi si tratta di perfetti sonetti in endecasillabi, con osservanza rigorosa del metro e delle rime.

[…]

CARLO PORTA

Sissignor, sur Marches, lu l’è marches,
marchesazz, marcheson, marchesonon,
e mì sont el sur Carlo Milanes,
e bott lì! senza nanch on strasc d’on Don.

Lu el ven luster e bell e el cress de pes
grattandes con sò comod i mincion,
e mì, magher e biott, per famma sti spes
boeugna che menna tutt el dì el fetton.

Lu senza savè scriv né savè legg
e senza, direv squas, savè descor
el god salamelecch, carezz, cortegg;

e mì (destinon porch!), col mè stà su
sui palpee tutt el dì, gh’hoo nanch l’onor
d’on salud d’on asnon come l’è lu.

(Da Poesie di Carlo Porta; a cura di Dante Isella; collezione: I meridiani; A. Mondadori Editore;
Milano, 1975)

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L’appuntamento con “Poesia a confronto” è a martedì prossimo.

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“Prima della voce” di Paolo Parrini (Samuele Editore, 2021)- nota di lettura di Rita Bompadre

Oggi ospitiamo una nuova nota di lettura che ci viene offerta da Rita Bompadre.

Copertina del libro tratta dal sito dell’editore, Samuele Editore, 2021,
https://www.samueleeditore.it/prima-della-voce-paolo-parrini/

L’opera “Prima della voce” di Paolo Parrini (Samuele Editore – Collana Callisto, 2021 pp. 70 € 12.00) parla al cuore della vibrazione poetica, modula i segni espressivi dello stupore interiore, trasmette l’essenza iniziale delle parole considerando la materia comune della memoria con l’appropriata elezione d’immagini e tradizioni universali. Il poeta concede al linguaggio una diffusione rituale, iniziatica, attribuisce al miracolo incantevole della poesia la traduzione biografica in riflessioni indispensabili, contratte tra l’intuizione di una sensazione provvisoria e la sensibilità permanente, custodisce la rispondenza sonora della vita nell’oscillazione di una devozione pagana con la natura correlativa degli eventi. Prolunga il senso sottile e delicato della relazione estetica con l’unità dell’esperienza sensibile, osserva il presentimento acuto della visione del mondo e dei suoi struggenti accordi, traccia il rilievo emerso delle emozioni, distingue la cavità difensiva dell’ispirazione come il salvifico territorio delle occasioni e della verità. Il percorso elegiaco incrocia la scheggia indicativa nell’intreccio dei ricordi, l’intensità dello sguardo quotidiano sulla consistenza saggia della realtà. “Prima della voce” rintraccia la grammatica e la ricostruzione dei significati affettivi, recupera il dialogo spirituale trasferendo nella rappresentazione delle fotografie artistiche, contenute nel libro, la contemplazione della bellezza, riscatta la percezione delle impressioni che il disincanto ha estinto intorno alla nostra esistenza. Paolo Parrini riacquista la possibilità di vivere i legami con la naturale capacità di ascoltare e capire le proprie passioni, accoglie la cura dei sentimenti, concentra il raccoglimento religioso delle attese nei labirinti dei propri desideri, salvaguarda il sincero legame con le proprie promesse, affermando l’estensione di un’esecuzione lirica obiettiva, l’elevazione di un’epifania meravigliata, in comunione con un equilibrio riportato in  luce oltre la discordanza oscura del vivere. Risana l’intermittente dimensione del tempo e la direzione di appartenenza ai propri versi, ricompone le incertezze nell’esercizio stilistico di conquista dell’amore e di perizia dell’inquietudine, abita il luogo esteso dell’anima, ospita intenzioni e metafore della quiete. Il ritmo dei testi celebra la visione dinamica della pagina, come spazio e corpo degli elementi letterari, il carattere sacro e sensuale di una conversazione insistentemente scampata alla dimenticanza. La poesia di Paolo Parrini riconduce sulla soglia di un avvenimento, traduce il realizzarsi scrupoloso della successione del rumore e della sospensione, nel calpestio dei passi della vita,  definisce una voce segreta e ritrovata, estende la cortina della fragilità nell’infinito riflesso dell’estremità esistenziale, percorre le venature, la condensazione e  l’evaporazione dell’assenza. Fonda la sua dottrina nel respiro del miracolo sacro e familiare della tenerezza, nell’impalpabile sensualità, annoda il tessuto evocativo dei luoghi inattesi, escludendo il debito della parola alla deviazione del silenzio: “La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. La memoria è un presente che non finisce mai di passare.” (Octavio Paz)

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

(Pubblicato su concessione e autorizzazione dell’autrice)

Per gli interessati disponibile in vendita sul sito dell’editore

Poesia a confronto: Donne

Novantasettesimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è Donne con il confronto fra poesie di Compiuta Donzella, Stampa, Campo, Rosselli

Dedichiamo il confronto di oggi a poesie scritte da autrici femminili, in un’ottica di restituzione storica e riscoperta verso grandi scrittrici che solo parzialmente hanno avuto l’attenzione che meritavano, a causa del pregiudizio fortemente maschilista della società del loro tempo, auspicando che nel nostro tale pregiudizio possa definitivamente essere rimosso, cancellato.

Una delle prime donne in Italia a cimentarsi nella scrittura poetica fu Compiuta Donzella, in un periodo storico in cui la scrittura femminile era soggetta a un evidente ostracismo. La sua poesia, riferita all’impellente esperienza autobiografica, denuncia, con grande coraggio, l’imposizione del padre che la vuole costringere a sposare un uomo che non ama: la primavera allora, stagione felice degli innamorati che si possono incontrare e gioire insieme, diventa, per contraltare, la stagione di “marimenti e pianti”, di “gran tormento” interiore a cui la mitezza del clima e della natura non possono porre rimedio. Il sonetto si chiude in un perfetto cerchio in cui gli elementi naturali del primo verso ritornano nell’ultimo ma in prospettiva capovolta.

[…]

COMPIUTA DONZELLA

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tut[t]i fin’ amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’inamora,
e di servir ciascun trag[g]es’ inanti,
ed ogni damigella in gioia dimora;
e me, n’abondan mar[r]imenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ha messa ‘n er[r]ore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,

ed io di ciò non ho disìo né voglia,
e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.

(Da “Poeti del Duecento” a cura di Gianfranco Contini, Ricciardi, Milano-Napoli 1960)

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Poesia a confronto: Orfismi

Novantaseiesimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è Orfismi con il confronto fra poesie di Pindaro, Rilke, De Angelis, Ceni

Il mito di Orfeo è alla base di una lunga tradizione poetica che, partendo dall’antichità, giunge fino ai nostri giorni, ispirando quel filone della poesia a cui generalmente si fa riferimento con il nome di “poesia orfica” o “orfismo” in senso lato. Per quanto ogni categoria, in poesia come nella vita, non sia tale da rappresentare nel suo insieme le specificità del singolo, irriducibili a qualunque etichetta, cercheremo oggi di confrontare fra di loro testi riconducibili a questa matrice.

Una delle prime testimonianze scritte riconducibile all’orfismo è il frammento di Pindaro che riportiamo, in cui si mette bene in evidenza il concetto di “un’immagine della vita”, concessa dagli dèi, che è capace di persistere oltre la soglia della morte; la percezione di questa “immagine” più profonda può essere esperita solo mediante un’esperienza iniziatica che può avvenire, ad esempio, con il sogno, quando ci si spossessa della dimensione corporale. Sono questi i principi che stanno alla base di un’idea dell’ispirazione che nasce da un altrove, si esprime per una strada non razionale, ma istintiva, originaria, spirituale. Questo porta all’idea di una parola oscura e ambigua all’apparenza, di ardua decifrazione e lontana dalla comunicabilità, ma l’unica capace di mettere in contatto la sfera del soggetto finito e determinato con lo spazio dell’altrove, della spiritualità che lo preordina e assiste, in cui ne è racchiusa l’essenza non visibile.

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Poesia a confronto: Occhi

Novantacinquesimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è Occhi con il confronto fra poesie di Jacopo da Lentini, Cavalcanti, Hikmet, Celan.

Gli occhi, secondo un modo di dire molto comune, sono lo specchio dell’anima; certamente con la loro espressività e con la particolarità e l’incisività del loro sguardo sanno trasmettere molto dello stato d’animo della persona. Gli occhi sono quindi fra i dettagli anatomici che hanno riscosso maggiore successo in letteratura e in poesia in modo particolare.

La prima poesia scelta è di Jacopo da Lentini, della scuola siciliana, e si tratta di un sonetto nato come risposta a una tenzone poetica relativa significato dell’amore. Si tratta della formalizzazione del credo dell’amore cortese per cui Amore nasce, al principio, dallo sguardo per trovare poi dimora nel cuore, proprio perché gli occhi hanno la qualità di comprendere nel profondo chi si confronta con loro. Il sonetto rappresenta dunque questa fenomenologia dell’amore che “regna fra la gente”, dispensando gioia e piacere a chi lo prova.

Molto più drammatica la rappresentazione nel sonetto di Cavalcanti, dove Amore nasce sempre da uno sguardo ma porta a lacerazione interiore (si vedano “taglia”, “disfatto”, “tremando”), rende la vita “angosciosa”, invivibile. Amore è dunque una “virtù” che nasce da occhi gentili, ma è talmente distruttiva che porta a ferire a morte il cuore dell’amato, fin dal primo colpo. Siamo davvero all’opposto rispetto alla visione di Jacopo da Lentini in cui l’amore è “desio”; qui l’amore è innanzitutto sbigottimento, “voce alquanta che parla dolore”.

[…]

GUIDO CAVALCANTI

Voi che per li occhi mi passaste ’l core
e destaste la mente che dormia,
guardate a l’angosciosa vita mia,
chè sospirando la distrugge amore.

E ven tagliando di sì gran valore
che’ deboletti spiriti van via;
riman figura sol’ en signoria

e voce alquanta che parla dolore.

Questa virtù d’amor, che m’à disfatto,
da’ vostr’occhi gentil presta si mosse:
un dardo mi gittò dentro da ’l fianco.

Sì giunse ritto ’l colpo al primo tratto,
che l’anima tremando si riscosse
veggendo morto ’l cor nel lato manco.

(Da “Guido Cavalcanti. Rime.” A cura di Ercole Rivalta. Bologna, Zanichelli, 1902)

[…]

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Su “Zebù bambino” di Davide Cortese (Terra d’Ulivi, 2021)

Occorre coraggio nel fare poesia: scardinare le convenzioni, osare, correre il rischio di sovvertire lo schema definito, portare il linguaggio fino alla soglia della sua negazione, in una sorta di blasfemia consapevole e necessaria perché possa rimettersi in gioco, ricostituirsi per una dizione nuova, inattesa. Per rendere credibile questo sabotaggio serve allora la scuola dell’ironia, pronta immediatamente a virare nella parodia o nella satira, ma con quella coscienza matura che la parola è su una corsia obbligata dalla quale diventa impraticabile l’inversione a U che la riconduca alla piatta normatività: il bivio è stato imboccato, la sacralità del tempio viene incrinata per ritornare alla verifica delle sue fondamenta, per capire se la struttura ha ancora basi solide, se l’impianto tiene.

Questo lavoro di Davide Cortese si colloca in questa prospettiva erosiva, proponendo un poemetto in versi in cui si procede a un racconto per negazione in una sorta di contrappasso della vulgata, della narrazione canonica: protagonista è il demone bambino, indicato con quell’abbreviativo e vezzeggiativo insieme che lo porta a rimare con il suo inevitabile antagonista (Zebù/Gesù), nel ritratto di un’infanzia surreale che riprende la tradizione di parte dei vangeli apocrifi, sovvertendola e trasformando tutto ciò che là era presagio di una missione salvifica che avveniva in nuce, nella certezza, qui, di una naturale predisposizione al sovvertimento di quella missione, anche se ancora nella forma ingenua (e pura verrebbe da dire) con cui un bambino può esercitarlo. Zebù prende allora la forma del monello irriverente, già seminatore di discordia e demone incendiario, ma quasi assolto dalle circostanze attenuanti perché in definitiva destinato a svolgere quel ruolo, anzi spinto a eseguirlo dalla natura stessa del suo rapporto con l’uomo: ““L’ho imparato dagli uomini” / ogni santa volta dice” (pag. 20). Avviene quindi, paradossalmente, una identificazione mimetica del lettore che diventa solidale, ancorché con la sospensione provvisoria di ogni metro di giudizio etico e giuridicamente razionale, con questa figurazione moderna di un diavolo bambino, lui pure afflitto da quella solitudine che è propria di ciascuno, tanto da starsene talvolta in disparte “ginocchia sotto il mento / in cima ad un pensiero / battuto dal vento” (pag. 23), ma alla fine capace di affascinare il suo stesso avversario e fare “breccia / nel cuore di Gesù” (pag. 25).

Siamo tutti “volti” che “si specchiano / nelle ginocchia sbucciate / del demone bambino” (pag. 5) in definitiva; e Davide Cortese ci ricorda che è inevitabile il confronto con il proprio lato oscuro, bisogna farci i conti, “accendere la luce per vedere il buio pesto” (pag. 19), senza inutili drammi, ma accettando di buon grado, con ironia raggelata, la lezione inevitabile della vita.

Immagine della copertina tratta dal sito dell’editore: https://www.edizioniterradulivi.it/zebu-bambino/

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