Poesia a confronto: Poesia e matematica

Settantaquattresimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è Poesia e Matematica con il confronto fra poesie di Pessoa, Trilussa, Galluccio, Anedda.

Poesia e matematica sembrano appartenere a prospettive e orizzonti culturali fra di loro incompatibili, ma in realtà tutta la poesia contemporanea è attraversata, nel tentativo di rivitalizzare la sua lingua, dal bisogno di istituire un dialogo con il mondo della scienza e, di conseguenza, anche con la matematica.
Bisogno di congiunzione fra poesia e matematica che, per voce del suo eteronimo Alvaro De Campos, Pessoa evidenzia istituendo un raffronto fra Venere di Milo e binomio di Newton, entrambi espressione di bellezza, anche se solo pochi sono in grado di intuire questa affinità, comprendere la grazia che porta alla definizione di una formula matematica, splendida nella sua sintesi e nella sua simbologia. La parte finale della poesia sembra proprio alludere a questo senso di meraviglia avvalendosi di un evidente effetto onomatopeico.

[…]

FERNANDO PESSOA
(Àtica, 1944)
 
(Poesia dell’eteronimo ÀLVARO DE CAMPOS)
 


O binómio de Newton é tão belo como a Vénus de Milo.
O que há é pouca gente para dar por isso.
 
óóóó — óóóóóóóóó — óóóóóóóóóóóóóóó
 
(O vento lá fora).
 

****
 
Il binomio di Newton è bello come la Venere di Milo.
C’è che è poca la gente capace di notarlo.
 
Oooo — oooooooooo — oooooooooooooo
 
(Il vento là fuori)

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L’appuntamento con “Poesia a confronto” è a martedì prossimo.

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Su “La verità degli anni” di Franca Donà (Kanaga Edizioni, 2021)

La silloge “La verità degli anni”, raccolta multiforme e composita, ha come filo conduttore la percezione dell’azione del tempo, la sua inesausta opera di cancellazione e di rigenerazione, che ci riguarda come esseri viventi, creature fragili. Il mondo degli affetti viene riscoperto e declinato con una voce personale, sensibile, attenta, con parsimonia di mezzi e intensità espressiva mai retorica. Con una vocazione essenzialmente lirica, che non disdegna tuttavia di affrontare anche temi di natura sociale, con un linguaggio comunicativo ma innervato di slanci metaforici e suggestioni sinestetiche e sensoriali, la parola poetica di Franca Donà si caratterizza per la sua discrezione, lo sguardo rispettoso e meravigliato sul mondo, una contemplazione attiva che serve a riscoprire il “miracolo della nostra imperfezione”, “per non perdere il vizio della vita”.

Per ulteriori informazioni sul libro rimandiamo al sito dell’editore Kanaga Edizioni

Su Laboratori Poesia: Recensione a “Le Crepe” di Franca Grisoni – Collana Gialla Oro PordenoneLegge di Samuele Editore

Su Laboratori Poesia la recensione al nuovo libro di Franca Grisoni

Le crepe, Franca Grisoni (Samuele Editore-Pordenonelegge, 2021, Collana Gialla Oro)

Scrivo nella recensione:

“Nella sua ultima raccolta Franca Grisoni prosegue con coerenza e con consapevolezza lungo il percorso poetico che la contraddistingue fin dagli esordi, confermando la sua presenza, discreta e al tempo stesso fondamentale, nel contesto della poesia contemporanea di pregio, di rilievo. Sempre fedele alla grazia ruvida del suo dialetto bresciano, nella variante parlata sulla gardesana, la lingua della Grisoni si contraddistingue per la forza incisiva, netta, della dizione: nessuna edulcorazione, nemmeno quando i versi prendono una forma lirica più accentuata, ma grande sobrietà e misura unite all’autenticità di una parola che può essere anche scabra, impudica se questo serve a denunciare l’ingiustizia, il male. Ne esce un quadro di verità estrema, una poesia disinibita e incapace di scendere a compromessi, onesta fino in fondo ma senza ostentazione, sempre aperta a porre domande (a porre le domande) sapendo che non si hanno risposte certe, si possono solo aprire prospettive, chiavi interpretative che a ciascuno, individualmente e eticamente, spetta sviluppare, fare proprie. Naturalmente per chi, come il sottoscritto, abbia dimestichezza con il dialetto bresciano è possibile apprezzare le sfumature minime nelle scelte terminologiche, l’efficacia della “parola esatta” e chirurgica, ma anche per chi debba principalmente riferirsi, per la comprensione del testo, alla versione in lingua, rimane intatta la forza icastica della parola della Grisoni, la sua espressività e la sua potenza semantica, a dimostrazione di come la poesia di valore possa “tenere” anche in traduzione.”

[…]

Continua su Laboratori Poesia, dove è possibile leggere la recensione integrale e una selezione di poesie tratte dal libro

Le crepe - Franca Grisoni
Immagine della copertina tratta da “Laboratori Poesia”

Poesia a confronto: Solitudini

Settantatreesimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è Solitudini con il confronto fra poesie di Petrarca, Leopardi, Camerana, Pavese.

La solitudine è uno degli stati d’animo più frequenti; spesso osteggiata, per l’inquietudine che induce, altre volte ricercata come luogo della riflessione interiore e del raccoglimento, è senza dubbio lo spazio dove è solita nascere la poesia.

Il sonetto di Petrarca, molto celebre, con cui apriamo questa rassegna, è tutto giocato su una serie di contrapposizioni e di ossimori, che servono a dare evidenza alla conflittualità interiore di chi, da un lato, cerca di fuggire dalle pene d’amore e, dall’altro, vi è impossibilitato, perché il confronto e il dialogo con Amore sono irrinunciabili. Gli spazi deserti, la loro vastità (amplificata con l’uso del polisindeto e della elencazione), in cui il poeta cerca rifugio per sottrarsi agli occhi indiscreti della gente, non riescono dunque a essere consolatori; la natura stessa sembra comprendere il travaglio del poeta, che non può mentire, sottraendosi al sentimento che lo assilla.

[…]

FRANCESCO PETRARCA
(Da Rerum Vulgarium Fragmenta (Canzoniere) – 1374)
 
Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.
 
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:
 
sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.
 
Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co·llui.

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CasaMatta n.6 è on-line

Annunciamo che è on-line il sesto numero (Settembre 2021) di CasaMatta, consultabile alla pagina web

www.casamattablog.it

Ecco l’indice del numero:

  • In Afghanistan, di Nella Roveri
  • E’ proibito far volare aquiloni, di Martina Barbieri
  • Corpi neri di donne invisibili, di Alessandra Gasparini
  • I bambini sui treni del dopoguerra, di Laura Montanari Bolognesi
  • Rita, di Ivan Andreoli
  • Le parole e la tela: Piero Marelli e Nadia Galbiati, a cura di Marco Bellini e Simona Bartolena
  • Oltre Adamo e Eva, di Pierluigi Cassano
  • Come la fluidità di genere sta cambiando la lingua, colloquio fra Anna Maria Farabbi e Matteo Ricciuti
  • Riscopriamo Aldo Braibanti, di Paolo Gera
  • Laura Lepetit, di Daniela Ferrari
  • Omaggio a Liliana, di Vincenzo Lauria
  • Suggestioni per pianoforte di Patrizia Bernelich: un percorso musicale e poetico, di Annalisa Ballarini
  • American skin, di Ivan Andreoli
  • Mei banfa: il fucile belga, di Alessandro Rolandi
  • Christian Boltanski, di Alessandra Gasparini
  • Basta cartoni: l’uomo di latta, di Paolo Gera
  • Lacrimae rerum 2, di Francesco Roat
  • La storia giusta, di Zena Roncada
  • Note di lettura: Jessy Simonini, Pierluigi Cassano, graphic novel “Evase dall’harem”, Piera Oppezzo, Marco Bellini, Willem van Toorn, Gianluca Caporaso, Bruno Tognolini, Marinella Caputo
  • Scritture: Aleksandr Puskin, traduzione di Roberto Michilli
  • Carteggio: Lettera da Kabul, di Tiziano Terzani, a cura di Nella Roveri

Buona lettura!

“Dentro tutte le cose c’è amore” di Paolo Parrini (puntoacapo Editrice, 2021)- nota di lettura di Rita Bompadre

Oggi ospitiamo una nuova nota di lettura scritta da Rita Bompadre che riportiamo di seguito.

Il nuovo libro di Paolo Parrini “Dentro tutte le cose c’è amore” (Puntoacapo Editrice, 2021) racchiude la materia della memoria, tanto cara all’autore, il continuo stato di provvisorietà e di tumulto interiore alimentato dal senso d’inafferrabile malinconia offuscata tra le righe e nell’ombra dei versi. I testi orientano e governano i luoghi e gli odori collegati ai ricordi, i correlativi oggettivi della natura, l’aspetto somatico dei sentimenti, ispirando l’universale miracolo dell’amore, la declinazione poetica di ogni più viva felicità lungo il cammino delle relazioni umane, nell’intimità degli incontri, nell’essenza delle invocazioni, nell’obbedienza nobile all’ascolto di parole coniugate alla saggezza. Il poeta difende il limite degli scenari spontanei, impressi nelle sue poesie, contempla la devozione alle emozioni mediando l’arte elegiaca con la generosa comprensione degli accadimenti della realtà, decantando la fiducia in un sorriso, ritrovando gli accordi inespressi dell’immaginario sognato e desiderato. L’alchimia degli elementi esistenziali rende unica e indissolubile ogni corrispondenza altruista, trasforma il significato spirituale del tempo, intreccia il mantenimento benevolo nei legami, dilatando il confine di ogni spazio esiliato, la considerazione della coscienza, l’infinita osservazione della reciprocità. La poesia di Paolo Parrini, innamorata dell’attesa, realizza sapientemente la sostanza di ogni piccola, grande previsione empatica, districando la cifra del dolore nella premessa del sentire, modellando l’architettura intimista di ogni distacco nel risveglio della quotidianità, nella gioia di “un filo d’erba” nel paesaggio, rispettato come elemento di riflessione e di consolazione. La perseveranza e la fedeltà al proprio cuore scolpiscono la materia dell’autore, imprimono il suo punto di vista, ricavano l’umanissimo significato delle preghiere pagane rivolte alla vita, confermano l’alleanza con le dinamiche sensibili, mutando la desolazione di ogni sofferenza in risveglio caritatevole. Il poeta è testimone dell’influenza rigeneratrice della propria anima, preserva l’integrità delle espressioni nello stile evoluto in equilibrio con l’esigenza di un indirizzo purificatore, nella vocazione di una identificazione e di un confronto ricambiato con il lettore, dedicando alla purezza di ogni risorsa percettiva l’attraversamento di ogni avversità mediante l’amore. L’amore quindi come esortazione alla cura e all’evoluzione di sé, dono di attenzione profonda al proprio esistere, dialogo nelle azioni e dolcezza nei gesti, voce e silenzio. L’altruismo poetico di Paolo Parrini rafforza l’entusiasmo e la gratitudine, salvaguarda lo svolgersi coraggioso delle separazioni, ripara le offese, accresce la limpidezza della linfa vitale, genera l’identità delle proprie intuizioni. “Dentro tutte le cose c’è amore” è un benefico sortilegio d’amore, avvolge l’universo biografico in un’aura protettiva, disegna la prospettiva struggente della commozione, adattata nella resilienza dei conflitti, adegua la dimensione intima di ogni piccola morte alla rinascita di ogni inclinazione nostalgica, superando il vuoto delle solitudini, nel vero significato della speranza, nelle parole di Pablo Neruda: ”Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno.”

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

(Pubblicato su concessione e autorizzazione dell’autrice)

Pietre su pietre

si sommano i giorni,

si sfrangiano ruote

sulla strada in salita.

Dov’era la notte

il buio si squarcia

in atomi di stelle.

(Paolo Parrini)

Riletture estive – “Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020”, a cura di Mario Fresa – da “Casamatta – Luglio 2021”

Il dizionario critico della poesia italiana è un lavoro che cerca di dare un quadro complessivo della poesia italiana degli ultimi anni, nella formula appunto di sintetiche voci critiche dedicate agli autori, dandosi come confini temporali il 1945 come data di prima pubblicazione e il 1979 come anno di nascita degli autori selezionati. Questo porta a considerare autori che abbiano già una produzione di rilievo alle spalle, un contributo riconoscibile sulla scena poetica contemporanea, senza però retrocedere lo sguardo fino alla produzione primo-novecentesca. Ovviamente, come dichiara lo stesso curatore, ogni selezione rischia di essere di per sé stessa imperfetta, ma ciò che conta è la scelta da parte del curatore di coinvolgere nel processo di selezione e di segnalazione numerosi altri autori, critici, esperti di letteratura, in modo da rendere la scelta il più possibile obiettiva e condivisa, volta all’inclusione, oltre che dei nomi più noti e accreditati, anche di autori che possono vantare una minore visibilità o che sono stati rimasti nell’ombra ingiustamente nel corso degli ultimi anni, o ancora dimenticati. Tra i redattori delle voci del dizionario, oltre al curatore Mario Fresa, leggiamo i nomi di Maurizio Cucchi, Maria Borio, Plinio Perilli, Luigi Fontanella, Tiziano Rossi, Sebastiano Aglieco, Rita Pacilio, Matteo Bianchi, Davide Rondoni, Marco Corsi, Monia Gaita, Enzo Rega, Matteo Zattoni, Mary Barbara Tolusso, Eugenio Lucrezi, e numerosi altri a garanzia della qualità complessiva del lavoro.

Un’opera che, certamente, fa discutere e destinata a far discutere in merito alle scelte effettuate, il tutto a dimostrazione del fatto che l’attenzione che raccoglie è significativa, la sua presenza nel dibattito culturale pregnante: l’obiettivo è fornire uno strumento di riferimento e di consultazione per tutti, in modo da offrire un orientamento alla lettura a chiunque voglia approfondire la poesia contemporanea, che sappiamo tutti essere troppo trascurata, ai margini del mercato editoriale e, di conseguenza, della curiosità dei lettori. Un dizionario che è da intendersi come corpo vivo, opera in fieri e non consolidata una volta per tutte: dà un’istantanea sulla situazione corrente, ma – crediamo e speriamo – non mancheranno nel tempo revisioni, aggiornamenti, integrazioni che potranno rendere il lavoro sempre più completo e ricco di voci.

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Riletture estive – “Boghes” di Stefano Baldinu – da “Casamatta – Luglio 2021”

La raccolta di Stefano Baldinu comprende poesie scritte in lingua sarda, impiegando in sostanza tutte le principali varianti linguistiche dell’isola, tanto da dare uno spaccato molto rappresentativo delle diverse forme espressive in cui la lingua sarda può prendere forma, le sue varietà, le sue potenzialità stilistiche. Si tratta di una raccolta poetica, come testimoniato dalle note introduttive ed esplicative, per la quale l’autore si è trovato impegnato in uno studio approfondito della lingua sarda, avvalendosi di tutti i principali strumenti disponibili: la tradizione orale della sua famiglia, le documentazioni scritte e registrate in suo possesso, i vocabolari, le fonti on-line; siamo di fronte a un libro che, aldilà dell’aspetto propriamente letterario, è innanzitutto un documento sociale e culturale che vuole dare spazio alle “voci” (come dice il titolo) di questa terra, così bene riconoscibile ma altrettanto variegata e diversificata nelle sue espressioni verbali.

Il progetto di questo libro però non ha nulla di nostalgico, ma incarna coerentemente lo spirito della poesia neodialettale in cui si inserisce a pieno titolo: il dialetto, in questo caso in senso ancora più stretto vera e propria lingua, rifugge dalle tentazioni folcloristiche vernacolari per farsi strumento di poesia a ampio spettro, capace di rappresentare le istanze della contemporaneità, trattare con un linguaggio vivo e non accademico i temi che sono propri della poesia in senso lato, della più frequentata poesia in lingua. Nonostante la difficoltà evidente che può incontrare chi non conosce la lingua sarda, il consiglio è di confrontarsi con i testi nella loro lingua originale, farsi attraversare dai suoni e dalla musica delle varianti linguistiche, per comprendere integralmente la portata del lavoro di Baldinu, che la traduzione, sempre a sua firma, può rispecchiare, ma – inevitabilmente – più sul piano del senso che della forma. L’autore infatti dà un’impostazione che prende a riferimento i movimenti di una sinfonia (ouverture, quattro tempi, conclusione), a dimostrazione della importanza che viene assegnata alla ricerca sul suono, sul ritmo: elementi evidenti nella lingua originale. 

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Poesia a confronto: Poesia e arte

Settantaduesimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è Poesia e arte con il confronto fra poesie di Keats, Auden, Williams.

“Trasporre opere dell’arte figurativa (pittura, affresco, scultura, etc..) in versi (procedimento noto, per i tecnici, come ecfrasi) è una sfida non semplice della quale abbiamo diverse testimonianze in poesia, tre delle quali sono oggetto del confronto di oggi.

Il primo testo, celeberrimo, è l’ode su un’urna greca di Keats. Molto probabilmente l’ode è ispirata a un’urna realmente vista dall’autore e l’impresa in versi tentata da Keats cerca di incarnare in poesia lo spirito di quella “leggenda istoriata”. Alla imperturbabilità dell’arte in cui la vita è per sempre scolpita nel marmo si contrappone la transitorietà di ogni accadimento umano, destinato a consumarsi dopo essere avvenuto nella sua bruciante fattualità. L’arte permette così di dare voce e rendere plausibili anche “arie senza suono”, è lo spazio dove tutto permane e potrebbe accadere. Ma l’arte è anche una “fredda pastorale”, manca della sostanza contraddittoria e pulsante di cui è fatta la vita, pur nella sua inevitabile imperfezione e nel suo destino che la porta all’auto-cancellazione, all’auto-consunzione. Ecco allora la chiusa sentenziosa, così misteriosa nella sua apparente semplicità: “”Beauty is truth, truth beauty”, e come intenderlo pienamente è un enigma ancora aperto a cui ciascuno può dare la sua personale decifrazione.”

[…]

JOHN KEATS

ODE ON A GRECIAN URN

Thou still unravish’d bride of quietness,
Thou foster-child of silence and slow time,
Sylvan historian, who canst thus express
A flowery tale more sweetly than our rhyme:
What leaf-fring’d legend haunts about thy shape
Of deities or mortals, or of both,
In Tempe or the dales of Arcady?
What men or gods are these? What maidens loth?
What mad pursuit? What struggle to escape?
What pipes and timbrels? What wild ecstasy?

Heard melodies are sweet, but those unheard
Are sweeter; therefore, ye soft pipes, play on;
Not to the sensual ear, but, more endear’d,
Pipe to the spirit ditties of no tone:
Fair youth, beneath the trees, thou canst not leave
Thy song, nor ever can those trees be bare;
Bold Lover, never, never canst thou kiss,
Though winning near the goal yet, do not grieve;
She cannot fade, though thou hast not thy bliss,
For ever wilt thou love, and she be fair!

Ah, happy, happy boughs! that cannot shed
Your leaves, nor ever bid the Spring adieu;
And, happy melodist, unwearied,
For ever piping songs for ever new;
More happy love! more happy, happy love!
For ever warm and still to be enjoy’d,
For ever panting, and for ever young;
All breathing human passion far above,
That leaves a heart high-sorrowful and cloy’d,
A burning forehead, and a parching tongue.

Who are these coming to the sacrifice?
To what green altar, O mysterious priest,
Lead’st thou that heifer lowing at the skies,
And all her silken flanks with garlands drest?
What little town by river or sea shore,
Or mountain-built with peaceful citadel,
Is emptied of this folk, this pious morn?
And, little town, thy streets for evermore
Will silent be; and not a soul to tell
Why thou art desolate, can e’er return.

O Attic shape! Fair attitude! with brede
Of marble men and maidens overwrought,
With forest branches and the trodden weed;
Thou, silent form, dost tease us out of thought
As doth eternity: Cold Pastoral!
When old age shall this generation waste,
Thou shalt remain, in midst of other woe
Than ours, a friend to man, to whom thou say’st,
“Beauty is truth, truth beauty,—that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.”

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Su “Verranno tempi altri” di Sara Rodolao (Mario Vallone Editore, 2021)

Il titolo della raccolta, un buon augurio necessario, data l’esperienza individuale e collettiva che ciascuno di noi ha vissuto negli ultimi due anni, esprime da subito il bisogno di ricorrere alla poesia come via di fuga, senza però essere un ripiego, anzi ponendosi come strumento indispensabile di speranza, senza però alcun compiacimento consolatorio o senza superflue aspettative palingenetiche. Bene riassume lo stato d’animo e il modo di fare poesia dell’autrice il distico: “Sono un semplice verso / confuso in un poema complicato” (pag.81). Consapevolezza di dire e coscienza al tempo stesso del suo limite, dunque.

La poesia di Sara Rodolao, fortemente ancorata alla tradizione poetica della chiarezza espressiva e della centralità degli affetti e delle emozioni, è essenzialmente lirica, vive delle sensazioni e dei moti interiori che il mondo naturale e le esperienze personali sono in grado di suggerire: è una rappresentazione del mondo “en plein air”, trasposto sulla pagina a presa diretta, con una espressività immediata e plastica. La riflessione interiore interviene a dare ordine, trarre dalla materia viva del verso il nucleo più intimo, il messaggio da preservare e da trasmettere al lettore. Poesia dell’interiorità dunque e dell’equilibrio sempre teso fra parola e silenzio, fra manifestazione e mistero del mondo che la poesia cerca di rappresentare, ma anche della memoria, del ricordo.

Nelle composizioni brevi, soprattutto, si esprime bene la tensione lirico-elegiaca dell’autrice come in questa poesia che riportiamo a titolo d’esempio:

Sono come ciuffi d’erba fiorita

tra le crepe dei muri,

certi amori.

Sentimenti senza radici,

esposti alle intemperie.

(pag.66)

Rimandiamo al lettore il compito di attraversare più approfonditamente questo libro in tutte le sue molteplici sfaccettature.

Riletture estive – “Nella consuetudine del tempo” di Luisa Delle Vedove – da “Casamatta – Giugno 2021”

La poesia di Luisa Delle Vedove è uno scandaglio nell’interiorità, alla ricerca di quelle ragioni interiori che stanno alla base del dialogo fra uomo e tempo, nel tentativo di poter tradurre questa esperienza cognitiva in parola, in verso. Si tratta quindi di una poesia essenzialmente intimistica, tutta concentrata sulla emergenza dell’io, che si interroga a fondo, esplora le zone di buio che si annidano pervicacemente nella nostra interiorità, per portarle alla luce, esporle in forma di versi per chi le vorrà accogliere. Ma questo non comporta nella poesia di Delle Vedove un ripiegamento solipsistico, anzi porta alla comprensione che scaturisce dal dialogo silenzioso con sé stessi, ossia che si è unità in movimento di resistenza con l’intera comunità degli uomini: “moltitudine unita in cammino / mentre la terra frana”. Risiedere “nella consuetudine del tempo”, come recita il titolo della raccolta, non significa allora adeguarsi a un ordine imposto, accettare lo status quo dell’esistenza in tutte le sue implicazioni problematiche, ma interrogarsi sul senso di un percorso nel quale la poesia è una delle strade concrete da attraversare, da percorrere.

Colpisce nella poesia di Delle Vedove la rilevanza che si attribuisce alla memoria e al ricordo (cioè la forma con cui la memoria sa esprimersi), per riportare in emersione il passato che ci appartiene; ma anche saperne svelare la trasformazione, svelarne ogni illusorietà conformistica. La figura della casa, il luogo della intimità domestica e dell’accoglienza, a cui la memoria ci riconduce, il luogo ”della breve / murata infanzia”, diventa allora lo scenario disabitato delle nostre aspettative irrisolte, tutto “blocchi di buio” e cortili in cui “l’erba cresce a dismisura”: la poesia di Delle Vedove diventa così anche poesia che accerta  lo spossessamento, il sabotaggio di tutto quanto autenticamente ci appartiene. 

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Riletture estive – “Oltre Infinito” di Liliana Ugolini e Vincenzo Lauria – da “Casamatta – Giugno 2021”

Oltre infinito - Vincenzo Lauria - Liliana Ugolini - - Libro - La Vita  Felice - Contemporanea | IBS

Oltre Infinito è un libro che raccoglie i testi poetici della esperienza di poesia performativa omonima (Oltre Infinito 1, Oltre Infinito 2.0, Ol3 Infinito) che Vincenzo Lauria (VL) e Liliana Ugolini (LU) hanno realizzato in un progetto in cui si uniscono poesia, musica, teatro, cinema, pittura e collage – immagini, video, voce, luci – in un’idea di arte totale che travalichi i compartimenti stagni fra le forme e i generi, “in una totalità allargata e cosmica” (LU). Progetto questo che va apprezzato innanzitutto per lo spirito di condivisione fra autori, che va in contro-tendenza con la naturale pulsione narcisistica di ciascuno: qui le individualità, nel rispetto e nella stima reciproci, si fondono, si integrano e intersecano in un’esperienza poetica comune. Oltre Infinito è anche “manifesto” dell’oltranza: ripudiando la poesia “intimistica” e, dunque, la poesia tutta centrata sull’io, Oltre Infinito è la proposta di una poesia, la cui materia è “scientifica e tecnologica”, privilegiando “contenuti a carattere non autoreferenziale” (VL) e quindi impone all’io di proiettarsi sul mondo, di espandersi verso l’ esterno soggetto / oggetto della poesia – “L’altro è il mio fuori e dentro di noi due / due filastrocche tonde in uroboro” (LU) -, l’Altro come mezzo per riscoprirsi più autenticamente. “La destinazione è l’espansione del circostante / in un perenne non-arrivo a un non-dove finito”: scommessa quindi di un’oltranza che, lungi dal ritenersi perseguibile, deve il suo significato alla ricerca in sé, alla sfida imposta dalla soglia perché “Il margine oltrepassato è terra libera” (VL).

È proprio grazie all’indagine, allo sprofondamento nel magma della nuova realtà tecnologica, informatica e cibernetica, nella realtà virtuale e nel tessuto connettivo delle reti di telecomunicazioni, onde radio e fibre ottiche, grazie a tutto questo – dicevamo – che è possibile prendere coscienza del rischio, sempre più pervasivo, della disumanizzazione, della perdita della dimensione interiore e spirituale dell’uomo, in un processo di alterazione che porta l’uomo verso la sua riduzione meccanicistica, alla prospettiva concreta del cyborg, alla falsificazione come nuovo paradigma di verità (a cui naturalmente ogni poesia, conscia del proprio ruolo etico, come quella dei due autori, non può se non ribellarsi). Ecco allora versi come: “Decostruisco la vista che m’automa” (LU), “Tecnologicamente obsoleta / la trama del vivere si dopa virtualmente” (VL), “con la presente intendo inoltrare autodenuncia / per abusiva costruzione / di una multi-proprietà identitaria / ospitata in una volumetria in perenne espansione” (VL).

[…]

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