“Cronache dalla terra di nessuno” di Maria Giovanna Massironi (Albaccara , 2020) – nota di lettura di Rita Bompadre

Oggi ospitiamo una nuova nota di lettura che ci viene offerta da Rita Bompadre per il nostro blog.

Immagine della copertina del libro, di Rita Bompadre

“Cronache dalla terra di nessuno” di Maria Giovanna Massironi (Albaccara – Casa editrice, 2020 pp. 112 € 12.00) è una raccolta poetica intensa che assorbe dalla consapevolezza del dolore la linfa vitale e compassionevole della memoria. La poesia di Maria Giovanna Massironi accoglie testi arrendevoli al disagio emotivo e resistenti  al vincolo della speranza. L’autrice genera, attraverso una persistente confessione quotidiana, l’apprensione del proprio stato d’animo, la sofferenza dei giorni e delle notti, scandita dall’irrequietezza dei pensieri, in balìa del segnale della frattura esistenziale. Coglie la lesione dell’anima, una ferita accompagnata dalla malinconica amarezza di ogni sospensione della vertigine e dal profondo tormento per gli incubi e i fantasmi che si aggirano, crudeli e magnetici, nella sua mente. Maria Giovanna Massironi abita la terra di nessuno, il territorio conteso dai timori e dalle incertezze del vivere, il non-luogo della fluidità sensibile, il confine interpretativo della propria identità. Il libro confessa la rapida e spontanea evidenza dello smarrimento emozionale, sintonizza il fruscio segreto dell’umore, il silenzio nascosto dell’inadeguatezza. I testi, solo apparentemente frammentari, elaborati con la lealtà dell’impulso, donano il senso compiuto e graduale di una scrittura senza impedimenti, la libertà sincera di una funzione liberatoria, la capacità creativa di orientare le energie soffocate dall’affanno della perdizione. “Cronache dalla terra di nessuno” esprime una forma di premonizione istintiva, avvinta alla soglia del mondo interiore e all’esperienza delle sensazioni, collega l’ipotesi indefinita e disorientante delle difficoltà al riscatto di un orizzonte vagheggiato, varca la soglia della malinconia osteggiando l’inquietudine. Maria Giovanna Massironi resta “in limine”, sulla soglia dell’espressione, dona al lettore il suggerimento sentimentale per affidare alla vita sempre una straordinaria opportunità di rivendicare il proprio tempo. L’occasione letteraria di sollevare le proprie riflessioni evidenzia il privilegio di tradurre l’oggettività delle pagine dense di significato, di comprendere l’avvicendarsi degli eventi patiti, di condividere l’importanza del vissuto, la commovente e indecifrabile percezione della grazia. La poesia gratifica ogni ispirazione individuale, estende la consistenza del respiro universale, sfiorando la complicità della resistenza. La provvisorietà di una bruciante esistenza collega l’influenza dei versi, disgiunge la frattura dell’anima, il duro scontro inevitabile con la realtà, coglie la complessità delle vicissitudini, l’enigma delle illusioni. La poetessa, con uno stile originale, convincente e attuale, segue sempre l’eco di una psicologica attenzione al monito della coscienza, nell’individuare la riparazione del torto, nel consolidamento temporale dello spirito.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

(Pubblicato su concessione e autorizzazione dell’autrice)

“Alcyone 2000 – Vol.15” – recensione di Raffaele Piazza

Su gentile concessione e proposta dell’editore Guido Miano ospitiamo la recensione del poeta e critico letterario Raffaele Piazza a ALCYONE 2000Quaderni di poesia e di studi letterari, vol. 15, 2022.

“La composita pubblicazione che prendiamo in considerazione in questa sede, costituisce un volume che per sua natura (anche per la presenza di contributi pittorici e scultorei riprodotti a colori) potrebbe essere considerato un ipertesto, per la commistione e l’interazione che si vengono a realizzare tra i suddetti contributi e i saggi di critica letteraria, le recensioni e le sillogi poetiche che racchiude.

La collana di quaderni di poesia e studi letterari “Alcyone 2000”, pubblicata da Guido Miano Editore, i cui volumi sono impaginati come una rivista, emerge nel panorama letterario italiano odierno per l’aspetto culturale come una delle più prestigiose pubblicazioni per l’importanza dei nomi dei critici letterari, dei poeti, nonché dei pittori e degli scultori che hanno firmato le parti letterarie e figurative, tutte connotate dal comune denominatore dell’incontrovertibile alta qualità, della bellezza e dell’intelligenza.

Nel tempo della pandemia che tutti stiamo vivendo, fenomeno tragico che ha provocato tra l’altro un aumento numerico dei poeti a causa delle chiusure e del dolore, una simile opera nel mare magnum di una società postmoderna, globalizzata e consumistica che vede la caduta dei valori e il prevalere della mentalità dell’avere su quella dell’essere, come già stigmatizzato dal filosofo e psicologo Erich Fromm negli anni ottanta del secolo scorso, ben vengano questi quaderni quasi come espressione del pensiero divergente anche perché cartacei non destinati solo a un limitato numero di cultori.

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A livello esemplificativo, analizzando il volume 15 di “Alcyone 2000”, ci si sofferma su tre dei saggi che ritroviamo nella sezione dei “Contributi letterari”: quello di Ivo Lovetti intitolato Jean Guitton l’ “eternità” in un istante, quello di Marco Zelioli, La “incontemporaneità” di Eugenio Corti scrittore cattolico più noto all’estero e quello di Ferdinando Banchini, Lugi Fallacara e il Francescanesimo.

Come scrive Lovetti, riguardo a Jean Guitton, il primo dei suddetti scritti L’infinito in fondo al cuore. Dialoghi su Dio e sulla fede, 1999,costruito come un libro intervista da Francesca Pini, giornalista del “Corriere della sera”,si può considerare il sorprendente, esauriente, per certi versi inatteso testamento spirituale del grande pensatore cristiano che ha attraversato quasi nella sua interezza il nostro secolo fino a diventarne un autorevole testimone e interprete. L’immagine che ne scaturisce è quella di un nomo eternamente giovane, sognatore che affermava che la vita gli sembrava fatta di sogni, alcuni dei quali sono notturni altri diurni, dotato di una grande libertà e originalità di pensiero, ma nello stesso tempo rispettoso dell’ortodossia cattolica, innamorato della vita nel dichiarare che va bene aspettare la felicità dopo la morte ma è ancora meglio godere adesso della felicità senza preoccuparsi di tutto quello che accadrà dopo la morte. Quando afferma il concetto di “eternità” in un istante Guitton pare rievocare l’assunto di Heidegger sull’attimo come feritoia atemporale dove il tempo si ferma e non è né passato né futuro ed è forse per sempre. In ogni caso attimo, istante e momento come categorie temporali non sono strettamente sinonimi e tra i tre termini esistono sottili differenze la cui spiegazione esauriente dal punto di vista filosofico sarebbe stato felice di darcela lo stesso Guitton se la sua interlocutrice nell’intervista gliela avesse chiesta. Guitton ha scritto anche il saggio Dio e la scienza nel quale come prova dell’esistenza di Dio il Nostro sostiene che la materia che costituisce le galassie, i pianeti e ogni cosa presente nell’universo è aggregata in maniera così precisa e perfetta e che solo una mente ordinatrice teleologicamente poteva costituirla in questo modo con quella che viene chiamata Creazione.

Nel saggio La “incontemporaneità” di Eugenio Corti scrittore cattolico più noto all’estero che in patria di Marco Zelioli il critico scrive che tra i “casi letterari” del XX secolo senza dubbio uno dei più eclatanti è quello dello scrittore e saggista Eugenio Corti, di cui il 2021 è stato il centenario della nascita. Per quanto incredibile possa risultare a chiunque ne scorra il curriculum culturale, Eugenio Corti più che in Italia è noto all’estero, soprattutto in Francia (le sue opere sono state tradotte in Francese, Inglese, Lituano, Polacco, Portoghese, Romeno, Russo, Spagnolo ed anche Giapponese). Esordì con I più non ritornano, 1947 insieme romanzo e cronaca della rovinosa ritirata dei soldati italiani dalla Russia nel 1942-1943. Il capolavoro di Eugenio Corti è senza dubbio Il cavallo rosso, 1983. Prodotto in oltre trenta edizioni e venduto in quasi quattrocentomila copie, è un romanzo di così ampio respiro da ricordare quelli dei Grandi della letteratura russa tra Ottocento e Novecento da Tolstoj a Dostoevskij a Solzeniciyn. Non per nulla, e soprattutto grazie a quest’opera, dopo aver ricevuto nel 2000 il “Premio internazionale al merito della cultura cattolica”, lo scrittore fu preposto per il Premio Nobel 2011 da un comitato spontaneo, sostenuto dalla Provincia di Monza e Brianza e dalla Regione Lombardia; una figura che il critico ha fatto bene a riattualizzare dopo la sua parziale rimozione dopo la sua morte e anche prima.

Nel saggio dedicato a Luigi Fallacara Ferdinando Banchini riporta le parole dello stesso Fallacara che affermava che il suo incontro con S. Francesco fu anche la scoperta del senso metafisico di ogni vera poesia, nella apertura dell’amore per tutte le creature. L’incontro tra il Nostro e il santo avvenne ad Assisi dove visse tra il 1920 e il 1925. Ivi nel 1921 entrò nel terz’ordine e tradusse le confessioni di Angela da Foligno, mistica francescana del Duecento e soprattutto portò a compimento quella “storia di una crisi religiosa” che è il suo primo importante, duraturo libro di poesia Illuminazioni drammaticamente esemplato sul graduale iter mistico della grande seguace di San Francesco. Il libro successivo I firmamenti terrestri del 1929 presenta, in cinque lunghe poesie in ottave, episodi della vita di Francesco, commossa esaltazione di chi sentì contro il suo cuore, il cuore di Cristo che ricolma il mondo, di chi si fece «carne d’amore, carne di dolore / flutto approdato ai piedi del Signore». Nel ‘55 curò un’edizione delle Laude di Jacopone da Todi, altro grande francescano, diversissimo da Angela ma di lei non meno ardente.

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Passiamo ora ad un’altra sezione del vol.15 di “Alcyone 2000”; il brano intitolato Itinerari di letteratura comparata: cieli ed epoche diversi uniti dalla poesia fa da introduzione ad una serie di saggi appunto di Letteratura Comparata, campo poco praticato nel panorama letterario nazionale contemporaneo. I raffronti, i confronti, i paragoni, le comparazioni tra autori di epoche e lingue diverse, non sono solo utili per allargare il nostro sguardo oltre quel provincialismo che spesso limita in modo angusto il nostro orizzonte culturale, ma addirittura bisogna che siano inevitabili e necessari se si vogliono comprendere gli influssi reciproci tra le varie correnti letterarie e capire a fondo quel sentire comune, quella comune sensibilità poetica e ideale che attraversa in modo osmotico gli autori europei, nell’esprimere un patrimonio di valori sul quale si fonda la vera civiltà umana: legandoli insieme sentiremo una voce unica a difesa e per i principi fondamentali sul quale si basano il nostro sistema di vita e la nostra cultura occidentale. Le comparazioni come linee di codice in un sistema di insiemi sottesi a un principio comune che vede nella parola scritta il suo fondamento comune a prescindere dai luoghi, dalle civiltà, dai costumi e dalle religioni di ogni singolo poeta, romanziere o saggista.

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Alcyone 2000” comprende anche una sezione dedicata a sillogi di poeti contemporanei; si analizzano a titolo esemplificativo due raccolte: quella di Guido Miano e quella di Renata Cagliari. In I colori dell’isola di Guido Miano predomina la linearità dell’incanto, lo stupore e la capacità della meraviglia per la bellezza inserita nel cronotopo sotto i cerchi limpidi del cielo. Come scrive Enzo Concardi queste liriche sono una dichiarazione d’amore per la natia terra siciliana: le radici, l’identità, la cultura, l’infanzia, il sogno e il successivo abbandono, il dolore, la lontananza, la memoria, la disillusione. Poetica tout-court neolirica e del sogno ad occhi aperti dalla quale trasuda uno sconfinato amore per la natura incarnato negli idilliaci paesaggi della natale isola percepita in una policromia di sensazioni che dai sensi raggiungono l’anima e il cuore del poeta. Una notevole ricerca e raffinatezza del lessico connota il poiein di Miano. La magia della parola diviene il precipitato di una cosciente sospensione che si lega a visionarietà e la natura stessa si fa a tratti numinosa e neoromantica più che neoclassica. In alcuni componimenti il poeta si fa interprete della metafora vegetale e l’infanzia pare collimare con il verde tenero delle piante stesso. Da notare che il poeta nomina con il nome preciso le specie vegetali (l’ulivo saraceno e il gelsomino bianco d’Arabia) come Seamus Heaney, premio Nobel irlandese. L’esattezza di una parola sapientemente dosata è esaltata nei componimenti sempre ben controllati e magistralmente risolti. È affrontato il tema del dolore in un componimento struggente in cui una cerva ferità è alla ricerca del suo piccolo e stabilmente si raggiunge una musicalità nei versi nei quali è presente un ritmo sincopato. Anche un’aurea di favola è presente quando il poeta mette in scena la sirenetta con la coda di delfino, creatura mitica e forse simbolo di bellezza, sirenetta che nuota nel mare che circonda la sua amatissima Sicilia. Si emerge con piacere dalla lettura di questi testi originali e carichi spesso di un arcano fascino.

Nella silloge Attimi di luce di Renata Cagliari nei versi colloquiali e affabulanti ritroviamo il senso e il tema dell’epica del quotidiano e della fiducia nell’amicizia nei passaggi in una poesia in cui l’io-poetante oppresso dal peso della vita va a casa dell’amica Flavia dove la vita stessa ritrova colore, forza e sorriso. Addirittura la casa diviene Paradiso come un rifugio incantato e in essa anche gli oggetti sembrano stagliarsi benevoli e quasi apotropaici, e si fanno correlativi della gioia e della sicurezza. La poetica espressa è neolirica e come scrive Michele Miano si tratta di una poesia intimista, dove la parola si carica d’immagini salvifiche. La luce entra nelle cose e nell’anima come dal titolo della silloge nel permearla e negli attimi il tempo pare fermarsi in un sicuro ottimismo che si manifesta in una vena ludica e giocosa così rara perché si percepisce che la felicità può esistere sia nel giorno che nella notte e che anche se è un fiore raro esiste anche l’amicizia della quale anche il Cristo ha parlato nei vangeli. Una vena sorgiva quella della poetessa di matrice neolirica che provoca emozione e stupore nel lettore e pare anche di intravedere in essa una connotazione vagamente minimalistica. Il senso del bene che viene detto con urgenza è presente, il bene che sconfigge il male e non è buonismo.         C’è anche un aspetto religioso in questa poetica e una poesia è dedicata al Natale e alle sue magiche atmosfere e un’altra a Marco del quale è detto che nella sua vita si è risollevato tante volte dalle tribolazioni e che ora con il suo serafico sorriso aiuta il prossimo a trovare pace e armonia ed è detto qui Dio che pare emanarsi dal sorriso dello stesso protagonista.

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Ci sarebbe da dire molto sulla collana di quaderni “Alcyone 2000” di Guido Miano Editore che richiederebbe un saggio per un’analisi di tutte le sue parti e non lo spazio di una recensione; la presente collana di studi letterari si configura come espressione di una raffinata cultura all’insegna della bellezza come esercizio di conoscenza.”

Raffaele Piazza

Alcyone 2000 – Quaderni di Poesia e di Studi Letterari, n°15; Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 108, isbn 978-88-31497-83-1, mianoposta@gmail.com.

(Immagine di copertina su gentile concessione dell’editore)

Su “La macchina del tempo” di Raffaele Floris (puntoacapo, 2022)

Il tema del tempo, del suo inesorabile trascorrere e del suo trascinare e consumare tutto con sé, alterando e annullando le vite, è uno dei motivi principi della riflessione ontologica sul senso dell’esistenza, sulla nostra natura e sul nostro destino di uomini, di individui singolari che si confrontano con la complessità del mondo, secondo ragioni e finalità che risultano impossibili da circostanziare pienamente: in sostanza enunciati indecidibili.

Raffaele Floris conduce nei suoi versi una riflessione misurata, a tratti malinconica, sulla “macchina del tempo” in cui si intrecciano indissolubilmente fatti e intenzioni, accadimenti e memoria, con quel suo linguaggio fermo e insieme pacato al quale ci ha abituato in tutti i suoi lavori, con coerenza, con indiscutibile riconoscibilità, oltre che dello stile, della sua idea poetica e culturale nella sua accezione più larga. Con i piedi ben piantati nella tradizione poetica, appresa con la frequentazione attenta e sensibile dei maestri, soprattutto novecenteschi, Floris ci offre un’opera in cui la lingua proposta, funzionale ai temi esistenziali che vi si affrontano, è sorvegliata e centellinata in ogni singola declinazione fonica e semantica, tutto centrato su una koinè di fondo in cui la misura, l’equilibrio si impongono naturalmente, per costituzione, senza nessun artificio o forzatura. Questa pervasiva “leggerezza” dello stile, anche quando la materia di cui si tratta è in realtà viva e incandescente, come per certi temi sociali, contribuisce alla lucidità dell’argomentazione, a una prevalenza del contenuto esistenziale per il quale la forma, curatissima, diventa strumento di chiarezza, di esposizione disincantata, mediata dalla lingua per elevare il senso, renderlo tangibile.

Il libro è strutturato secondo un’architettura rigorosa in cui a gruppi di tre poesie (trittici che vedono unità a livello contenutistico), composte da tre quartine in endecasillabi sciolti o a rima alternata, si alterna una poesia a strofa singola di lunghezza variabile, sempre in endecasillabi sciolti, la quale si riferisce a precise situazioni storiche e sociali, in cui si testimonia l’ingiustizia e la crudeltà della comunità degli uomini irrispettosa della sua stessa dignità (“non c’è scampo / a quello strazio assurdo, a quel dolore”), del valore di ogni singolo individuo. La trama geometrica della raccolta (15 gruppi di 4 composizioni, terminate da un trittico finale) vuole così restituire un ordine in cui il lettore possa orientarsi, stante invece la natura di per sé caotica e contraddittoria dell’esistenza, di tutti e di ciascuno, dove “la macchina del tempo / è solo un trucco”. La poesia è allora la leva che operando sul fulcro vivo dell’esperienza e della testimonianza riporta in superficie brevi attimi di consapevolezza, lame di luce che ritagliano prospettive di senso su un fondale altrimenti opaco (“un’improvvisa risonanza / di luce nel morire delle cose”), forse indecifrabile per naturale sua essenza, ma permeabile alla parola, che è atto di rivolta silenzioso, strumento di conoscenza, “Forse perché cercare altrove / è come ricongiungersi, o morire”.

È sempre un’esperienza gratificante confrontarsi con una poesia, come quella di Floris, che non rinuncia al rigore, che sa tenere alta l’asta dello stile e della compostezza formale, senza rinunciare al bisogno di incidere sulla realtà, confrontarsi con la concretezza dell’esistenza individuale e collettiva, campo vivo della sua azione.

Immagine della copertina del libro tratta dal sito dell’editore:
https://www.puntoacapo-editrice.com/product-page/la-macchina-del-tempo-raffaele-floris

Su “Prima” di Gabriella Cinti (puntoacapo, 2022)

La poesia di Gabriella Cinti sembra emergere da un fondale mitico e mistico in cui la parola lotta e si divincola per liberarsi dalla “prigione della materia”, attingere all’Essere nella sua natura più ancestrale, ricongiungersi al mistero dell’Origine, termine che si ripete più volte in questo suo ultimo lavoro “Prima”, edito da puntoacapo. In questo senso la poesia della Cinti è cosmogonica, crede nella forza creatrice e rivoluzionaria della parola. Immergersi nel prima non significa tuttavia negare il presente: anzi, significa proprio tentare di indagarne la ragione e l’essenza, aldilà della precarietà che è insita in ogni contingenza circostanziata, nel quotidiano che altrimenti non potrebbe sfuggire alla misura dell’effimero.

Il linguaggio impiegato da Gabriella Cinti è ricco, denso di metafore e di espedienti verbali, utilizza a piene mani il gergo scientifico (con vocaboli tratti dall’astronomia, dalla biologia, dalla zoologia, dalla botanica, dalla fisica quantistica), ma quest’ultimo è uno strumento per risalire alla matrice spirituale dell’universo: la poesia della Cinti è istintuale, materica per definizione, è il tramite per risalire a quel contatto primigenio con l’Uno di cui l’apparizione del due, del duale, vela la realtà, maschera la verità incandescente che spetta proprio al poeta riportare alla luce. È un viaggio verso la luce, appunto, quello intrapreso da Gabriella Cinti, la riappropriazione di quello spazio condiviso in cui possono rivivere e permanere gli affetti (anche quelli più intimi e personali), ma in cui soprattutto è possibile riscoprire il senso dell’umanità, privato di qualunque condizionamento apocrifo, affrancato dalla gabbia ingannevole del Divenire. Il rapporto empatico con le altre forme viventi, comprese le più umili (alghe, protozoi, primati preistorici), oggetto di invocazione e di dialogo privilegiato dei versi della Cinti, sono l’ammissione di una visione olistica del “bios”, di un universo in cui “tutto si tiene”, costituzionalmente: alla parola poetica tocca modularne il respiro, dargli voce, risalire allo pneuma dell’origine da cui tutto prende forma e ragione. Il percorso evolutivo diventa allora cammino dell’Essere, ritorno alla consapevolezza che spetta alla poesia assicurare, riattingendo alla sua matrice più elementare, ossia il suo saper essere insieme nitida e oracolare, primariamente tesa al vero e al bello.

Sono tutti elementi che è possibile ritrovare nella poesia di Gabriella Cinti a cui il lettore si deve avvicinare pronto a esserne travolto, condotto oltre la sfera più immediatamente razionale, in quella rete di nessi necessari e profondi di cui il cosmo è naturalmente tramato.

Immagine della copertina tratta dal sito dell’editore:
https://www.puntoacapo-editrice.com/product-page/prima-gabriella-cinti

Una selezione di testi è disponibile sul blog Tragico Alverman

“Sintomi poetici” di Marisa Cossu (Guido Miano Editore, 2022) – recensione di Giuseppe Ruggeri

Su gentile concessione e proposta dell’editore Guido Miano ospitiamo la recensione del dott. Giuseppe Ruggeri al libro “Sintomi poetici” di Marisa Cossu.

Quali sono i “sintomi” della poesia? Sembra su questo interrogarsi Marisa Cossu alla quale la pratica psicopedagogica ha insegnato la ricerca dei segni arcani della vita in mezzo ai detriti del tempo. Sintomi poetici è, di fatto, un florilegio di versi articolati in soluzioni metriche differenti, tutte puntualmente riportate in calce ai singoli brani. Così scorrono sotto gli occhi di chi ormai, per forza di cose, ne ha smarrito la sana abitudine sonetti, distici elegiaci, asclepiadei e financo acrostici che raccontano la visione poetica della nostra. Una visione ispirata da una Natura onnipresente che assurge la pietra – “corpo ruvido/ cuore inaridito, sempre immobile” a potenziale destinataria “di una speranza, forse, che lo illumini”. Mentre gli uomini, viceversa, quando sono ormai “corpi spogliati/ naufraghi nell’iperbole dell’io” seguono il destino delle nuvole che “salgono chiare in cielo/ iridi senza volto/ accumulate in albe evanescenti”. Uomini entrati ormai “nella notte/ dove giace memoria/ delle cose perdute, spinte nel buio, in angoli di strada,/ da un vortice stellato dove vola/ quel che resta del giorno”. Tra cui, per fortuna, anche la poesia.

Giuseppe Ruggeri    

Marisa Cossu, Sintomi poetici, prefazione di Nazario Pardini, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 92, ISBN 978-88-31497-84-8, mianoposta@gmail.com.

Immagine della copertina del libro, pubblicata per gentile concessione dell’editore

Su Laboratori Poesia: Recensione a “Nel vortice. Il filo” di Cesare Lievi – Collana Gialla Oro PordenoneLegge di Samuele Editore

Su Laboratori Poesia la recensione al nuovo libro di Cesare Lievi

Nel vortice. Il filo, Cesare Lievi (Samuele Editore-Pordenonelegge, 2022, Collana Gialla Oro)

Scrivo nella recensione:

“La poesia di Cesare Lievi vive di sottili allusioni, moti interiori che procedono per intuizioni intense e improvvise, percezioni che affiorano sotto pelle (“Sotto la pelle la parola / nella carne ecco solo lì / solo se arriva al battito // la stringo, ingoio il suo resto, il buono.”) e chiedono di fluire in superficie (“dalle parole affiorano orme”), trovare articolazione in versi. È il caso di questo suo nuovo libro, che comprende una tessitura di riferimenti culturali e intertestuali che danno luogo a una struttura di per se stessa coesa e coerente, anche quando i singoli testi sembrano procedere per illuminazioni, per frammenti: assistiamo a un movimento versificatorio che procede per cambi di scena e di soggetto, via via svelati al lettore, effetti di luce e di dissolvenza, versi monologanti e recitati “a parte”, con un procedimento di raccordo che molto deve alla forte competenza e formazione teatrale dell’autore.

Uno dei temi conduttori che attraversa l’opera è senz’altro il tentativo di comprensione e di rappresentazione della complessa trama del tempo, vissuta sia come individuo corporalmente connotato sia come membro della più ampia comunità degli uomini affratellata innanzitutto dalla inevitabile mortalità, dall’essere circoscritta fra un inizio e una fine che paiono ineluttabilmente darsi. Ecco allora l’immagine eraclitea che viene rielaborata con nuova linfa nei versi di Lievi: “Il fiume scorre immobile / sul grande perno, il nostro, il suo.”, e ancora “E il torrente fluisce a rovescio, / risale la scarpata, va là dove / niente può mai tornare.”, a significare il tempo dell’uomo come linea di confine, anche se mai definitiva e certa, anzi membrana semipermeabile in cui avviene un passaggio continuo e persistente tramite il quale i vivi (o per lo meno i presunti tali) instaurano un “filo” ininterrotto, un dialogo operoso, anche se muto, con i morti (forse solo momentaneamente o erroneamente tali). Non sorprende allora il riferimento, quanto mai pregnante e pertinente, al cacciatore Gracco di Kafka, protagonista di uno dei racconti più misteriosi dell’autore, essere a cavallo o in bilico fra i mondi, in un’ambiguità irrisolta e necessaria che è la stessa alla base della riflessione filosofica in versi in questo lavoro di Lievi.

[…]

Continua su Laboratori Poesia, dove è possibile leggere la recensione integrale e una selezione di poesie tratte dal libro

Immagine della copertina del libro tratta dal sito Laboratori Poesia