Maria Lenti su “Zero al quoto”

Sul sito Poeti del Parco è possibile leggere la nota di lettura che Maria Lenti, con perspicacia e cura, ha riservato a “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018).

Scrive Maria Lenti:

[…]

Zero al quoto più che rendersi epifania tragica si fa dramma. La tragedia, con personaggi a forti tratti emblematici, resta a monito del passato-presente e a gradino esemplare di accadimenti futuri. Il dramma si snoda, si sa, in un movimento ininterrotto in cui la soluzione non si dà restando sospesa e, sotterraneamente, ripetibile negli stessi punti costituenti il dramma stesso. Non sapendo “chi va e chi resta” (Montale) il protagonista fissa la domanda come il poeta ligure (“Il varco è qui?”) e cerca la “maglia rotta che non tiene” (Montale). Il varco non c’è. La maglia rotta non si trova.

Nello svolgimento il dramma può registrare tentativi di apertura, porte come prospettive, prospettive di porte, agonisti che agitano desideri e ragioni per liberarsi di corde. La fine si attesta sulla congiunzione di tutti i punti in un cerchio inciso a morsura.

E, nel dispiegarsi del mondo e delle cose di esso nell’oggi, la bella poesia di Fabrizio Bregoli, non sottraendosi al giudizio su di esso e su di esse, riconoscendo le rovine, quotidiane peraltro, dirette a rincarare il peso del nulla che dà principio alla vita, restituisce il cerchio tra un nulla (nascita) e un nulla (vita).”

[…]

“Poesia che si distingue nettamente nel panorama letterario odierno: per lo scavo sulle frange, i frattagli della vita e il suo scarto. Restano impregiudicata la necessità di scrutarvi a fondo e irrisolto l’amore per la vita stessa. («Si mette zero al quoto tutto intero. / Si dice vedo: e più non ci s’imbroglia», Zero al quoto, p.85).”

Continua su Poeti del Parco

Ringraziamo di cuore Poeti del Parco e Maria Lenti per l’attenzione al nostro lavoro.

Per leggere alcune poesie da “Zero al quoto”

Per leggere altre recensioni ai libri di Fabrizio Bregoli

Poesia a confronto: La fine dell’amore

Sessantacinquesimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è La fine dell’amore con il confronto fra poesie di Catullo, Majakovskij, Achmatova, Pavese.

Quando un amore finisce è una parte della nostra vita a finire, a chiedere trasformazione e cambiamento, spesso con un forte sovvertimento della nostra interiorità, della nostra catena di valori, delle nostre abitudini e convinzioni. Al dramma della perdita, della fine, è appunto dedicato il confronto di oggi.

Nel carme VIII Catullo affronta la necessità, ormai categorica, di rompere definitivamente con Lesbia, di non essere più schiavo del suo amore. Sono lontani i giorni sereni vissuti con Lesbia (“candidi soles”), quelli dei giochi amorosi, del reciproco cercarsi e concedersi; ora occorre resistere (“obdura”): questa è la nuova parola d’ordine, cioè prendere coscienza dell’inganno che è stato, accettare il distacco e l’abbandono. Ma non mancano le parole di rimprovero a chi questo inganno ha consumato, parole che prendono la forma di una sequenza di domande retoriche incalzanti, che sono veri e propri capi d’accusa a Lesbia, compreso quello splendido e carnale “cui labella mordebis?”, in cui è ancora vivo, in tutta la sua pienezza, il segno indelebile di quella grande passione che fu.

[…]

Si affida invece a un blues struggente Cesare Pavese, scegliendo la lingua inglese, la lingua madre della donna che ha distrutto i suoi sogni d’amore, una delle cause probabili che di lì a poco lo porteranno al gesto del suicidio, quel “vizio assurdo” che da sempre regnava nella sua anima. La musicalità quasi spensierata della poesia contrasta inequivocabilmente con il contenuto che parla di ferita, di tradimento, di una morte che è pronta ad annunciarsi per chi non ha saputo vivere, pur provandoci con ogni mezzo consentito (“some one who tried / but didn’t know”). Tutto, si direbbe, a compimento di una sorte in realtà da sempre segnata.

CESARE PAVESE
(Da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi – Einaudi, 1951)

LAST BLUES, TO BE READ SOME DAY

‘T was only a flirt
you sure did know-
some one was hurt
long time ago.

All is the same
time has gone by-
some day you came

some day you’ll die.

Some one has died
long time ago-
some one who tried
but didn’t know.

Continua sul blog “Laboratori Poesia“:

La fine dell’amore

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L’appuntamento con “Poesia a confronto” è a martedì prossimo.

Per consultare l’elenco di tutte le uscite del martedì della rubrica Poesia a confronto accedere al link.

Blocchi di partenza – Umberto Veronesi

Per la nuova rubrica “Blocchi di partenza” sulla pagina Facebook “Poeti Oggi” l’incontro con la poesia di Umberto Veronesi.

Buona lettura!

Grazie alla pagina Facebook “Poeti Oggi” per l’opportunità di collaborazione.

Tutti gli autori e le note di lettura pubblicate su Poeti Oggi sono consultabili alla pagina del blog Blocchi di partenza

Tecniche di equalizzazione per “L’infinito” di Leopardi – sul blog CasaMatta

Sul quarto numero del blog CasaMatta appare un mio articolo che prosegue la serie di interventi in cui cerco di istituire relazioni fra tecnologia e letteratura. Questa volta si parla di equalizzazione e si cerca di comprendere come Leopardi possa essersi servito di principi affini alle tecniche di equalizzazione del segnale nelle revisioni al suo testo più noto: L’Infinito.

Tecniche di equalizzazione per L’Infinito di Leopardi

Dico nell’articolo :

[…] “In generale il segnale, durante il suo trasporto sul canale di comunicazione, può subire un insieme di alterazioni che ne rendono più complessa, se non problematica, la ricostruzione. Le motivazioni possono essere molteplici: imperfezioni nei meccanismi di ricezione e di trasmissione, variazioni di stato del canale (pensiamo alle condizioni meteorologiche, ad esempio), interferenze causate da altri segnali trasmessi sullo stesso canale, presenza di ostacoli lungo il cammino di trasmissione e, sempre presente, il rumore, cioè quell’insieme di variazioni statistiche di fondo che generano disturbi intermittenti di varia entità, che spesso dipendono dalle frequenze in gioco.

Il segnale ricevuto necessita allora di un insieme di “operazioni di pulizia” per restituirlo alla forma originaria prevista alla sorgente: l’insieme di tecniche e procedimenti che permette la ricostruzione del segnale, al netto delle condizioni che si verificano sul canale di comunicazione, prende il nome di equalizzazione. A seconda della tipologia di segnale, di canale, di algoritmi impiegati si hanno diverse tecniche di equalizzazione, con procedimenti specifici. […]

Prendiamo a esempio “L’infinito” di Leopardi, analizzando le varianti di cui disponiamo sui manoscritti ritrovati. […]

È interessante notare quali siano state le “tecniche di equalizzazione” che Leopardi ha scelto di impiegare. Alcune sono squisitamente tecniche, come la sostituzione di “e ‘l” con “e il”, equivalente ai fini metrici grazie alla sinalefe, ma più vicino all’uso corrente della lingua. Altre sono di natura eufonica o musicale, come la sostituzione di “fra” con “tra”. Molto tecnica anche la scelta di sostituire i due punti con il punto prima di “e”: si definisce una pausa ritmica più netta, come se fosse necessario riprendere fiato in modo più compiuto, riossigenarsi prima della chiusa.

[…]

Potete leggere l’articolo completo sul blog CasaMatta

Elenco completo degli articoli di Fabrizio Bregoli su Casamatta

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Poesia a confronto: La notte

Sessantaquattresimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è La notte con il confronto fra poesie di Leopardi, D’Annunzio, Campana, De Angelis.

La notte è uno dei temi classici della poesia, fin dall’età classica: l’uomo è sempre stato affascinato profondamente, e spesso anche inquietato, dal buio della notte in cui si condensano tutta una serie di retaggi ancestrali, di interrogativi, di moti interiori che costituiscono appunto la materia viva da cui nasce la poesia.

[…]

Campana, cimentandosi nel genere della prosa poetica che pochi precedenti aveva nella letteratura italiana, ma poteva attingere a modelli importanti come Baudelaire e Rimbaud in primis, ci presenta una poesia in prosa dalla scrittura immaginifica e sognante, a tratti surreale, in cui realtà e mito si confondono e intersecano: la notte qui ha una lucidità visionaria, assistiamo al superamento di ogni confine spazio-temporale predefinito per istituire associazioni sensoriali dalla potenza vigorosa e intrigante, con un linguaggio ricco di sollecitazioni misteriose, di varchi irrisolti.

DINO CAMPANA
(Da Canti Orfici – scritto nel 1913; Tipografia Ravagli, 1914)
 
LA NOTTE

1. Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell’Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee: sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva: tra il barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un vecchio: e a un tratto dal mezzo dell’acqua morta le zingare e un canto, da la palude afona una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso.

2. Inconsciamente io levai gli occhi alla torre barbara che dominava il viale lunghissimo dei platani. Sopra il silenzio fatto intenso essa riviveva il suo mito lontano e selvaggio: mentre per visioni lontane, per sensazioni oscure e violente un altro mito, anch’esso mistico e selvaggio mi ricorreva a tratti alla mente. Laggiù avevano tratto le lunghe vesti mollemente verso lo splendore vago della porta le passeggiatrici, le antiche: la campagna intorpidiva allora nella rete dei canali: fanciulle dalle acconciature agili, dai profili di medaglia, sparivano a tratti sui carrettini dietro gli svolti verdi. Un tocco di campana argentino e dolce di lontananza: la Sera: nella chiesetta solitaria, all’ombra delle modeste navate, io stringevo Lei, dalle carni rosee e dagli accesi occhi fuggitivi: anni ed anni ed anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo.

Continua sul blog “Laboratori Poesia“:

https://www.laboratoripoesia.it/poesia-a-confronto-la-notte/

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L’appuntamento con “Poesia a confronto” è a martedì prossimo.

Per consultare l’elenco di tutte le uscite del martedì della rubrica Poesia a confronto accedere al link.

CasaMatta n.4 è on-line

Annunciamo che è on-line il quarto numero di CasaMatta, consultabile alla pagina web

www.casamattablog.it

Ecco l’indice del numero:

  • CASSANDRE: LE VOCI, un’iniziativa a cura della Redazione con la partecipazione dei lettori di CasaMatta
  • I CARE, di Anna Maria Farabbi
  • LE PAROLE E LA TELA (per un incontro fra le arti) a cura di Marco Bellini e Simona Bartolena
  • INTERVISTA A DONATELLA DI PIETRANTONIO, a cura di Martina Barbieri
  • TECNICHE DI EQUALIZZAZIONE PER L’INFINITO DI LEOPARDI, di Fabrizio Bregoli
  • LEOPARDI: SOPRA IL MONUMENTO DI DANTE CHE SI PREPARAVA A FIRENZE, di Massimo Parolini
  • REBECCA ELSON, IO MANGIO LE STELLE, di Nella Roveri e Raffaella Molinari
  • BASTA CARTONI: IL DUELLO DI MAGIA DI MERLINO E DI MAGA MAGO’, di Paolo Gera
  • CHE COSA SIGNIFICA ESSERE CONSAPEVOLI? di Alessandra Gasparini
  • SCHIFO, racconto di Maria Luisa Bompani
  • CAROLINA CANZIANI, RIPARARE CON L’ORO, nota critica di Milena Nicolini
  • MEI BANFA: IL VESTITO ROSSO, di Alessandro Rolandi
  • VOCI DA PAESE, di Giampaolo De Pietro 
  • ANCORA SULLA RESISTENZA DELLE PANCHINE, di Milena Nicolini 
  • GLI ALBERI LIBERI DI ALEXANDER SHURBANOV, nota critica di Paolo Gera
  • I QUADERNI DI ARENARIA, a cura della Redazione
  • SCRITTURE: POESIE di Evgenij Abramovic Baratinskij – traduzioni di Roberto Michilli 
  • NOTE DI LETTURA DELLA REDAZIONE
    • Fabrizio Bregoli su Oltre Infinito di Vincenzo Lauria e Liliana Ugolini
    • Anna Maria Farabbi su Angelo Lumelli
    • Fabrizio Bregoli su Luisa Delle Vedove
    • Anna Maria Farabbi su Paul Vangelisti
    • Paolo Gera su Luca Pizzolitto
    • Anna Maria Farabbi su Renzo Franzini
    • Fabrizio Bregoli su Giancarlo Baroni
    • Nella Roveri su “Cartoline per Alberto” (Alberto Cappi)
    • Fabrizio Bregoli su Maria Lenti
  • CARTEGGIO, ROSA LUXEMBURG A SONIA LIEBKNECHT, a cura di Raffaella Molinari

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Massimo Parolini su Notizie da Patmos – nota di lettura su Versante Ripido

Massimo Parolini scrive sul blog “Versante Ripido” un’interessante e densa nota di lettura su Notizie da Patmos (La Vita Felice, 2019), dal titolo “La salmodia residuale di Fabrizio Bregoli“. Lo ringraziamo per l’attenzione e la cura nell’analisi, convalidata dai frequenti riferimenti ai testi, alla ricerca di quella intertestualità che è fondamentale per la comprensione del libro.

Dice Massimo Parolini:

[…]

Bregoli scrive che ha “sempre avuto il tarlo delle scienze esatte”: attraverso la cabala, l’alchimia e la scienza sente il bisogno di dominare l’alterità, la Terra che si sottrae, il silenzio della privazione: il suo desiderio è di studiare l’amore attraverso la stechiometria (elemento e misura), branca della chimica che studia i rapporto quantitativi-ponderali delle sostanze chimiche nelle reazioni chimiche determinando matematicamente, col calcolo stechiometrico,  le quantità di reagenti e prodotti coinvolti in una reazione chimica (Il reagente è ciò che si consuma, nella reazione chimica, il prodotto ciò che di nuovo si forma a partire dalla modifica dei legami degli atomi dei reagenti).  E poi “grammatica, calcolo differenziale, logica formale. E l’algebra. Soprattutto l’algebra”. L’autore sembra confessare, in apertura, la sua fede come inizio del percorso di conoscenza del mondo in modo preciso, perfetto, chiuso, come in un racconto, lasciando intravedere, al termine dei componimenti, come il viaggio (nelle relazioni, nell’amore, nella vita) abbia poi ridimensionato tale tarlo (antropologico, emblema dell’uomo occidentale che ha nell’ansia dell’ Ulisse il suo simbolo): come un novello Candido scientista, convinto che il mondo delle scienze esatte sia il leibniziano migliore dei mondi possibili, Bregoli, cacciato da tale fede per una colpa originaria inespressa, attraversa le peripezie e le mille avventure per ritrovarsi, come il suo antesignano volteriano, a pranzare alla mensa della filosofia dell’orto (“I pomodori, quel nostro orto minimo/ georgica di un credo elementare”, Il nostro spazio). Ma è un orto da codice binario, disposto ai lati dell’aiola, separato nel mezzo dal “solco cupo della terra […] frontiera brada/ inospitale/ erbe infestanti, un verde da scerpare” (ibid.). La divisione risulta il solo spazio (fra padre e figlio) e l’algebra assolve a questa funzione correttiva, a integrare una mancanza fra mondi isolati, divisi. Saldare il crepaccio, colmarne il gelo. L’algebra, unione-connessione-rimedio, come la poesia, è anello di congiunzione. Arte di riparazione. “Un’unione praticabile, per costruire universi misurabili. Docili. Uno spazio dominabile. Finalmente nostro. Una paternità restituita”, “Commensura di uno spazio interdetto” (Omeomerie), “Crederla riscrivibile una vita/ manipolabile come una formula”, Schrödinger, “E noi misura di una stessa terra”, Viso a viso, “direzione/ a una misura che si compie”, Sempre e solo un’ipotesi.

[…]

Massimo Parolini

La recensione completa è disponibile sul blog Versante Ripido, che rigraziamo per l’ospitalità.

Per leggere alcune poesie da Notizie da Patmos accedere al link

“Le note dell’anima” di Marco Galvagni- nota di lettura di Rita Bompadre

Oggi ospitiamo una nuova nota di lettura scritta da Rita Bompadre che riportiamo di seguito.

Le note dell’anima” di Marco Galvagni (Transeuropa Edizioni, 2021) riecheggiano in ogni segno virtuoso dei versi tra le annotazioni poetiche sulla vita, interpretano il suono del cuore e affermano con la dedica amorosa in epigrafe, l’insinuante e persistente fiamma della passione. Il poeta si lascia incantare dalla soavità evocativa della memoria, concede alla fantasia la forma visibile delle immagini rappresentative della realtà, per accogliere la premurosa custodia delle riflessioni attraverso la mediazione estetica della bellezza. La determinazione carismatica dell’esistenza descritta da Marco Galvagni, compone la fiducia nell’elemento sensoriale, consegnando alla poesia la misteriosa e provocante corrispondenza della coscienza e muovendo in direzione spontanea le coincidenze significative dell’esperienza. La fluida continuità della sensualità ritrova la sua malia tentatrice tra le pagine, affina l’arte della seduzione inviando segnali colti e raffinati nell’elegia autobiografica, ridesta l’ispirazione, indica il dogma enigmatico del sortilegio emotivo e la ritualità  fatale della conquista. Marco Galvagni afferma il significato dell’eloquenza, adula la strategia della percezione, strumento di comprensione, rende l’irrazionale spinta delle illusioni motivo di sofisticata indagine esistenziale e archetipo universale. Il carattere poietico dell’opera mostra l’origine della centralità charmant dell’amabilità, idealizza l’attività nostalgica del pensiero, i simboli in equilibrio sulle stagioni, esplora la fenditura profonda del soffio vitale, rivestendo la dolcezza arcana della speranza oltre l’abisso dei moti spirituali e istintivi. Il profilo del poema traccia la sensazione sincera delle rivelazioni vissute e amplia la geometria della consapevolezza. I testi affidano alla sacralità del senso il legame con il tutto, interrogano la complicità dell’umanismo, confrontano l’intenso entusiasmo dell’immaginazione con il processo inarrestabile della conoscenza, combinando la meditazione e la sapienza indistinta dell’intelletto. “Le note dell’anima” scorrono nelle vene, misurano la cifra del palpito, congiungono le infinite occasioni, magiche e segrete, del tempo, orientano la certezza e la resistenza dei gesti, riconducono la forza pulsionale dell’amore all’energia primordiale delle intuizioni. La composizione dell’anima colloca la personificazione emblematica del linguaggio nell’incarnazione della donna amata ed evocata come illuminata epifania nella tensione tra aspirazione e utopia. Il poeta adotta uno stile che è sede della propria moralità, identificata nella corporeità dei ricordi, nella consistenza erotica delle espressioni, nello sfuggente e impalpabile dominio della contemplazione, nella maturità degli affetti. Nei testi di Marco Galvagni si comprende che la bellezza diffonde il suo passaggio oltre il momento e attraversa, come possibilità, tutti i corpi. Il poeta vive l’unicità del proprio destino, disponendo alla nobilitazione di ogni ardore il vagheggiamento dell’attrazione e unendo alla libertà del sublime l’intensificazione della assolutezza apollinea della poesia.                        

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

(Pubblicato su concessione e autorizzazione dell’autrice)

Poesia a confronto: Il mare

Sessantatreesimo appuntamento con la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia“.

Il tema affrontato oggi è Il mare con il confronto fra poesie di Montale, Penna, Walcot, Conte.

Il mare, elemento primordiale associato alla nascita, alla rigenerazione, o ancora forza primigenia e misteriosa, o ancora simbolo dell’infinito inconosciuto e indecifrabile, o ancora luogo dell’avventura e della sfida dell’uomo alla natura e al destino: sono molteplici le associazioni possibili con questa componente costitutiva della natura, capace di incantarci e sorprenderci, protagonista di moltissimi versi di cui si offre una selezione, per quanto minima, nel confronto di oggi.

Partiamo con Montale che al suo mare di Liguria, il Mediterraneo, dedica, soprattutto nel suo primo libro “Ossi di seppia”, numerose poesie, fra cui quella scelta, in cui avviene l’immedesimazione fra mare e autore “ubriacato dalla [sua] voce”, nella consapevolezza per il giovane Montale che quel mare, luogo delle vacanze, gli è “antico” compagno; “ il piccino fermento / del mio cuore non era che un momento / del tuo”: ecco allora la necessità di rimuovere da sé ogni “lordura” della vita, come fa il mare con “le inutili macerie del [suo] abisso“, per riscoprirsi forse più indifeso, ma più autentico.

EUGENIO MONTALE
(da Ossi di seppia – Gobetti, 1925)

Da “MEDITERRANEO

[…] Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso: e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.

Continua sul blog “Laboratori Poesia“:

https://www.laboratoripoesia.it/poesia-a-confronto-il-mare

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L’appuntamento con “Poesia a confronto” è a martedì prossimo.

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Poesia a confronto: In memoria di Giancarlo Majorino

Questa settimana la rubrica “Poesia a confronto” sul blog “Laboratori Poesia” propone testi del poeta Giancarlo Majorino recentemente scomparso, un doveroso omaggio a uno dei maggiori maestri contemporanei. Di lui già si era parlato nella puntata a tema Milano.

Fra i cantori della città di Milano era del tutto naturale includere, insieme a Raboni e Pagliarani, anche Giancarlo Majorino, uno dei suoi testimoni più alti e rappresentativi, di cui si diceva a proposito dell’incipit de “La capitale del Nord”:

“Al nuovo mondo delle banche e dell’industria rivolge la sua attenzione anche Majorino nell’incipit del poema “La capitale del Nord” in cui la rappresentazione del capitalismo ha toni di particolare durezza: le banche “dan vita o morte in crediti d’usura”, l’operaio è associata all’immagine de “l’asino alla mola”, tutto appare asservito al denaro. La produzione è legata indissolubilmente al “cordone ombelicale / del capitale” che impone le sue regole disumanizzanti, il progresso è solo illusorio nella sua curva di salita che anticipa una discesa ancora più rapida, con “trapassi / violenti e luminosi”: l’intera città sembra poggiare su piedi d’argilla (“il tufo è ancora base ai grattacieli?”).”

Città, Milano, alla quale Giancarlo Majorino è sempre stato indissolubilmente legato, vivendo e traducendo in poesia tutte le trasformazioni (e spesso le involuzioni) che la città ha attraversato dai primi anni ’60 fino al nuovo millennio, con una presenza costante nei suoi versi, sempre contemporanei, sempre capaci con un linguaggio personalissimo e dirompente, mescolando realismo e ironia, idealismo e disincanto, di cogliere lo spirito del nostro tempo, dietro la pluralità e la contraddittorietà delle sue manifestazioni, vieppiù intricate con l’affacciarsi della nuova società profondamente influenzata dalla tecnologia, da Internet, dai social network, tutte espressioni della contemporaneità che la sua poesia non ha ignorato (“siamo tanti atolli, esseri che si raggruppano o si parlano / …tramite tran tran di messaggi”).

[…]

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https://www.laboratoripoesia.it/poesia-a-confronto-speciale-in-memoria-di-giancarlo-majorino/

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Dizionario critico della poesia italiana, a cura di Mario Fresa, SEF, 2021

Da pochi giorni disponibile in commercio un importante lavoro che cerca di offrire, nella forma di dizionario critico, uno spaccato della poesia contemporanea dal dopoguerra in poi: si tratta del Dizionario Critico della poesia italiana, a cura di Mario Fresa, edito dalla Società Editrice Fiorentina (SEF).

Il libro comprende circa 250 schede critiche, firmate da numerosi collaboratori, in cui si analizza la scrittura di altrettanti autori dal 1945 a oggi, con note biografiche, bibliografia dettagliata, citazioni dalle opere, contributi critici.

Uno strumento utilissimo di consultazione per chi voglia conoscere alcune fra le principali voci poetiche in circolazione, con utili riferimenti e suggerimenti per l’approfondimento e il confronto con gli autori.

Sulla poesia di Fabrizio Bregoli scrive Mario Fresa: ” si muove fra un’assorta meditazione e l’incombere di un precipizio inarginabile” […] “Ma l’enigmatico attrito col mondo e la tenace trepidazione dei versi di B. sono, in ogni caso, lucidamente uniti a un impeccabile equilibrio linguistico e stilistico” (ivi, pag.36).

Ringraziamo di cuore Mario Fresa per l’accoglienza e per l’attenzione.

Un’anteprima del libro è disponibile presso il sito della casa editrice, dove è anche possibile ordinare il libro:

https://www.sefeditrice.it/catalogo/dizionario-critico-della-poesia-italiana