PoEstate Silva #29: Fabrizio Bregoli, Da “Zero al quoto” — Poetarum Silva

Ostello degli inguaribili Scartocciò foglia a foglia quel granturco come fosse la pergamena attorta d’una profezia, lo macinò chicco a chicco fino ad estrarne indenne la preziosa filigrana, l’essenza a colma maturità di quel sole. Questa la sua sapienza, il catechismo paziente della terra per anni a fendere zolle, strappare loglio e gramigne, scrutare il […]

via PoEstate Silva #29: Fabrizio Bregoli, Da “Zero al quoto” — Poetarum Silva

Avvertenze per l’uso

Ti scrivo da un’assenza d’anni

da una lacca di nebbie, a fiato corto.

Da quest’arso ammarato relitto

nulla sembra mutare, il tempo sosta

tra consuetudine di luoghi, piogge

nascite ovvie, rare calamità.

Brandisco aria, trascorro ore a sommare

parole inutili a inutile vento.

 

Fibra a fibra, avvivo vene di vetro

alle guance avvizzite di chi resta

e scioglie ghiaccio rappreso alle palpebre

ne fa limpido specchio a chi verrà.

Questo ti lascio, un imbuto di giorni

levigato ad un’acqua di memorie:

stillane l’ultimo nettare, o cenere

una macchia disperata d’inchiostro.

 

Da “Cronache provvisorie” (VJ Edizioni, 2015)
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Irina K.

(Donor No. 34576148-2, TixNeoVek* Inc.)

Ho mani fragili, un grembo di pane.

Conosco il gergo stolto degli inverni

ne ho inscritto il silenzio sulle labbra,

la solitudine di tutte le porte

dove ho costretto l’esilio dei passi.

Qui si sconfina come a terra franca

la satira di un sole, o la sua surroga.

Ignoro chi accolgo, la vita

che mi diedero da crescere.

Mi parla un idioma losco, straniero.

Tento una voce. Le risponde il vuoto.

Tendo la mano. Ne raccolgo cenere.

Sono lo strappo, ripudio d’un dono.

Questo soltanto so offrirti, mentre ora

a me giungi oscuro e limpido. Fiore

ottuso, aporia del nulla.

(*) TioNeoVek: istituto per la maternità surrogata

Minima preghiera

Sia fatta grazia al filo d’erba, all’acqua

che limpida zampilla dalla rupe,

pietà al sonno del baco nella seta,

nel silenzio del solaio clemenza

ai miti scarafaggi della notte,

all’inquietudine dei giorni, al sordo

precipitare del buio alla terra,

s’assolva l’occhio ferino del nibbio

a piombo sull’orma cava del gregge,

sia dato asilo all’ultimo pulviscolo

di polvere strappata a densi cumuli

arsa nel nulla per forgiarne storia.

Perdono all’uomo che cancella l’uomo

cuore di vetro molato d’asfalto

che semina sul vuoto del suo grido,

grazia pietà clemenza asilo

se bandolo di voce appena resta

se cellula residua pulsa ancora.