Il saggio di Luciano Siviglia ci offre un’interessante analisi del concetto di etere nella storia della scienza, approfondendo le sue implicazioni sulla filosofia della scienza e sulla filosofia della natura, in un percorso che – dalle origini (dalla prima apparizione del termine in Omero ai presocratici e a Platone, dove viene abbozzata l’idea di quinta essenza collegata alla geometria dei solidi regolari) fino agli sviluppi contemporanei più recenti – considera come pietre miliari nella sua evoluzione Aristotele (con particolare riferimento al De Caelo e alcuni passaggi della Fisica) e Einstein (nella progressiva trasformazione della sua visione dal ripudio iniziale nella relatività speciale o ristretta alla accoglienza riparatrice nel successivo consolidamento della relatività generale e nell’ambizione di pervenire a una teoria del campo unificato per i fenomeni gravitazionali e elettromagnetici).
La disamina sul concetto di etere è strettamente correlata all’analisi del concetto di spazio (come recita il sottotitolo: “La lunga storia dello spazio pieno”) a dimostrazione di come, imprescindibile esigenza epistemologica (a prescindere dall’effettivo riscontro ontologico, difficilmente verificabile in via definitiva), sia sempre stato fondamentale per il pensiero scientifico e filosofico riferirsi come prevalente a una visione dello spazio come “plenum“, detentore di quelle proprietà fisiche e geometriche con cui la materia si rapporta in modo integrato e collaborativo: tesi, quest’ultima, indubbiamente affascinante e ben documentata dall’autore con puntuale analisi delle fonti, delle loro interpretazioni e revisioni, del dibattito culturale nel suo sviluppo storico e concettuale.
Particolarmente interessante la rivalutazione del concetto di etere in Aristotele, per il quale Leonardo Siviglia mostra come l’idea di etere come corpo primo, quinta essenza animata e incorruttibile, materia senza peso di cui è formato il mondo celeste e ragione del moto circolare planetario, sia antesignana di quel sistema di riferimento privilegiato che sarà tale anche nella visione di Lorentz in cui l’etere è un corpo rigido e stazionario che permea di sé lo spazio, senza riceverne alcuna influenza o alterazione, distinto dalle particelle materiali e causa dei fenomeni fisici che rispetto ad esso interagiscono, anch’esso sistema di riferimento fisso e privilegiato: tesi che troverà l’avversione di Einstein nella relatività speciale, che ridurrà la teoria dell’etere a forzatura o retaggio metafisico da rimuovere, superfluo nella logica della nuova fisica dei quanti e della sostanziale equivalenza delle leggi fisiche per tutti i sistemi inerziali. Altrettanto interessante la rivalutazione del concetto di moto aristotelico, come descritto nel mondo sublunare dei quattro elementi, per il quale l’autore mostra, riferendosi a studi mutuati da Uguaglia e da Rovelli, come la fisica dei luoghi naturali e le considerazioni della dipendenza della velocità dal peso trovino ragione se si considera il modello di spazio concepito da Aristotele riferito a un modello idrostatico, quindi di immersione dei corpi in uno spazio “fluido” onnipresente, ulteriore affermazione di uno spazio pieno dove il vuoto non è avversato ontologicamente ma semplicemente escluso per le incongruenze rispetto al rilievo empirico che quest’ultimo comporterebbe. In tale modello il luogo naturale è allora lo stato di equilibrio del sistema, concetto tutto fisico. Tesi queste che ridimensionano anche il pregiudizio di una visione teleologica dominante in Aristotele che, se innegabile per quanto attiene la sfera biologica, è invece accessoria per la fisica, in sé autoconsistente: la causa finale riappare come ulteriore verifica in campo metafisico nello stesso modo per il quale nella scienza moderna le leggi scientifiche trovano tale verifica nella esattezza della formulazione matematica, non ancora assurta a tale ruolo dimostrativo per lo stagirita (occorrerà attendere Cartesio). Tale assunto porta l’autore a identificare in Aristotele una visione fondamentalmente neo-meccanicistica nella fisica contrapposta a quella funzionale adottata per la rappresentazione delle forme della vita, ma sempre in un approccio che non è mai rigidamente riduzionistico, ma olistico per naturale impostazione del pensiero.
Nell’excursus dal mondo classico al moderno passando per Newton (teorizzatore dello spazio assoluto, ma non per questo avverso all’idea di un etere che lo pervade), per Cartesio (con la teoria dei vortici per la giustificazione del mondo della res extensae, in cui l’etere diventa sostanza che abbandona il mondo celeste per trovare dimora in quello terrestre), per Faraday (con la sua teoria dei moti contigui delle particelle), per Maxwell (con la scoperta delle onde elettromagnetiche e la necessità di un mezzo in cui si diffondessero) e per il citato Lorentz (il primo a separare nettamente i fenomeni elettromagnetici dai gravitazionali), si giunge all’altro caposaldo: Einstein. Generalmente, nella letteratura dominante, Einstein è identificato come il confutatore della teoria dell’etere, per i postulati della relatività speciale suggeriti anche dall’interpretazione dell’esperimento di Michelson e Morley che lo portò a considerare la velocità della luce costante per tutti i sistemi di riferimento: Siviglia amplia tale prospettiva per mostrarci, con puntuale citazione delle fonti, come il tema dell’etere ritorni preponderante a partire dal tentativo di Einstein di trovare una corretta interpretazione del tensore metrico fondamentale. La teoria di Einstein della curvatura dello spaziotempo per la presenza del campo gravitazionale, ossia per l’esistenza stessa della massa, in un rapporto reciproco di dipendenza fra spaziotempo e materia, diventa, nella lettura di Siviglia, l’ulteriore conferma di come il concetto di “plenum” sia un basso continuo riemergente e insopprimibile: qui tale “plenum” diventa lo spaziotempo stesso con proprietà fisiche e geometriche intrinseche che non ammettono altro al di fuori di sé e che ne esprimono la natura definitiva di campo, concetto che in embrione era già presente in Aristotele.
I due padri della scienza, i due sapienti massimi del proprio tempo, Aristotele e Einstein, vengono allora a rispecchiarsi e a trovarsi insospettabilmente uniti in un percorso di ricerca scientifica ininterrotto sui concetti di spaziotempo, etere e campo, concetti la cui interpretazione è ancora in fieri come dimostrano le ricerche più recenti sulla energia oscura responsabile dell’accelerazione dell’universo, sul modello standard, sulla teoria quantistica dei campi, sulla natura del vuoto come fluttuazione quantistica che tende a negare un vuoto assoluto come già in Aristotele e in Einstein.
Il saggio di Luciano Siviglia, improntato al rigore e alla precisone dell’analisi, pur affrontando temi complessi e evitando qualunque tipo di banalizzazione o di semplificazione ingiustificata, riesce a essere ricco di contenuti e di stimoli per la riflessione, senza però essere erudizione fine a se stessa, ma ponendosi come strumento e ausilio a una più consapevole visione dell’evoluzione del percorso scientifico nella sua evoluzione (Kuhn) e nel suo fondamentale rapporto con lo sviluppo storico (Feyerabend). Il saggio è quindi accessibile anche ai non esperti della materia, a chiunque senta la curiosità e la voglia di investire i propri tempo e impegno nell’approfondimento di tali temi, acquisendo conoscenze solide e non generiche, come avviene spesso nelle forme evanescenti di quella “divulgazione per tutti” che, purtroppo, va per la maggiore.
Il lavoro conferma l’attenzione del giovane editore “Il ramo e la foglia” ai temi del pensiero scientifico, sia nella sua declinazione più strettamente specialistica, sia nella visione più ampia, olistica e interdisciplinare della conoscenza, in cui si scienza e umanesimo possono costruttivamente integrarsi e dialogare tra loro, come dimostra anche un altro interessante libro a catalogo come la raccolta poetica “Poscienza” di Roberto Maggiani.
Per ulteriori informazioni sul libro si invita a consultare il sito dell’editore