Proposte per la lettura: “In luogo pubblico” di Paolo Gera

Paolo Gera – In luogo pubblico (puntoacapo, 2019)

Dalla postfazione di Fabrizio Bregoli:

Le evoluzioni più recenti della letteratura contemporanea tendono a rinnegare la compartimentazione stagna dei generi letterari, non più concepiti come silos distinti e impermeabili, ma sempre più spazi intercomunicanti fra i quali l’osmosi, anziché violare una presunta purezza del singolo genere, favorisce in realtà l’intrusione di nuova materia viva, consentendo al genere di rinnovarsi e assumere quella forma malleabile (di opera aperta direbbe Eco) che il lettore contemporaneo, educato alla modernità, si attende. Da tempo si assiste a una desacralizzazione del genere poesia e all’abbandono di certi stereotipi statutari (quelli che fecero dire a fine ‘800 a Stendhal che la prosa aveva di fatto soppiantato, quanto ad autenticità, la poesia, ormai legata a un linguaggio anti-storico e decorativo; gli stessi contro cui in seguito si è battuta la neoavanguardia), portando la poesia a una maggiore aderenza al parlato, a sporcarsi le mani nella realtà, approdando a nuove forme, come la cosiddetta poesia in prosa fino al limite della prosa in prosa (vedi Jean-Marie Gleize), in cui la poesia rivendica la propria capacità di poter essere riconosciuta come tale anche se scritta deliberatamente “deletteralizzata” in prosa-prosa, rinunciando quindi al verso. Come sostenuto già da Pound nei suoi saggi critici, a differenziare infatti la poesia dalla prosa non è una forma in sé, ma l’intensità della dizione, la ricerca condotta sulla parola.

Paolo Gera, dopo aver macinato e metabolizzato per anni e con dedizione critica le più diverse forme letterarie classiche e contemporanee, educato alla scuola della neoavanguardia, cresciuto nel mondo del teatro vissuto in prima persona, sa molto bene come questa osmosi fra i generi possa essere perseguita e agita, offrendoci in questo suo nuovo libro un’originale sintesi dei generi in una forma di scrittura molto personale, solo sua. Per dirla sempre con Pound, Paolo Gera riesce a combinare in questa raccolta gli strumenti della fanopea e della logopea, ossia la poesia per immagini icasticamente corrosiva e la poesia che lavora sulla funzione del linguaggio – principalmente combinando satira e paradosso, fino al grottesco – il tutto a favore di un’espressività caustica che rinuncia alla melopea (se non ironicamente, quasi parodisticamente, come ne “Il coro delle mimose recise” o ne “Il coro dei plutocrati”, rielaborazione personalissima dell’operetta morale “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie”). Ne deriva un verso asciutto, spesso debordante in lunghezza, fino allo sfondamento nella misura della prosa o del dialogo teatrale (come avviene ad esempio ne Il numero verde o La gita). Ciò che conta per Paolo Gera non è la modalità formale in cui veicolare il contenuto, ma è la finalità del messaggio poetico, ossia detto in altri termini la valenza etica, la sua capacità di incidere concretamente sulla società, risvegliare le coscienze. “C’è bisogno che qualcuno parli, che reciti la povera poesia”, ossia serve una poesia politica e anti-retorica, consapevole dei suoi limiti, capace di ammettere la propria sconfitta senza per questo darsi per vinta. La sua è una poesia che non è solo esercizio di stile (“Parole qui ne hanno spese fin troppo”), ma azione che origina dal pensiero (“Provate con i gesti, una scossa delle mani, un lampo negli occhi”), si fa gesto minimo portatore di senso, fosse anche soltanto offrire un pugno di sale, come per il protagonista de “La conferenza”, per saper “abitare il silenzio”. Da qui si parte per riappropriarsi di una dimensione più umana, anche se questo può significare una regressione salvifica, diventare “una cucciolata di lupi / una tenerezza di pelo che fa caldo” “e se c’è Dio è una cagna paziente / con infinite piccole mammelle”. […]

Scrivere poesia allora significa restituirsi alla comunità degli uomini, pur consapevoli che la civiltà plutocratica e consumistica avverte la poesia come un atto osceno (ma in realtà salutare) in luogo pubblico, perché attua lo smascheramento di un mondo fittizio e corrotto (vedi ne La piazza) e il lavoro del poeta, per dirla con Dante, consiste nel lasciare “pur grattar dov’è la rogna” (Paradiso XVII). Ecco come lo dice Paolo Gera:

non scrivere ora

e vai in un luogo pubblico

un luogo pubblico è dove c’è gente

con cui conversare

non scrivere non scrivere ora e vai in un luogo pubblico

se lo scrivi è perché non ci sei

se scrivi dell’idea non sei nel luogo

abbandona l’idea di comunicare che la scrittura è solitudine

[…] La poesia non può e non deve venire meno alla sua missione e Paolo Gera ha molto chiaro quale debba essere. La sua è una poesia dai contenuti densi, eticamente schierati, ma anche poesia che sceglie la strada non facile della ricerca, mai dotta o intellettualistica, ma comunque colta, e così capace di un linguaggio che è al tempo stesso puro ed eversivo, che non teme di dire perché sa che omnia munda mundis (Tito 1,15). Poesia seria, impegnata dunque; ma mai seriosa, e quindi coinvolgente. Una poesia, ancora, che non può esimersi dal suo compito, che sa rinvigorirsi a ogni rilettura, ed è realmente poésie ininterrompue perché non può esaurirsi nella misura ristretta del verso, ma ne trabocca per incontrare l’altro:

la potrei finire subito

sì, anche adesso la potrei finire

ma se continui a leggere

è impossibile che finisca

vedi come siamo legati io e te

sino alla fine dovremmo essere legati

io che non voglio finirla e tu che leggi

Questa è una parola che intende (non come sollen, ma come werden) incidere concretamente sul futuro, farsi comunità e fratellanza. Esiste forse una ragione più valida per fare poesia?

Pubblicato da Fabrizio Bregoli

Fabrizio Bregoli, nato nella bassa bresciana, risiede da vent’anni in Brianza. Laureato con lode in Ingegneria Elettronica, lavora nel settore delle telecomunicazioni. Ha pubblicato alcuni percorsi poetici fra cui “Cronache Provvisorie” (VJ Edizioni, 2015 – Finalista al Premio Caproni) e “Il senso della neve” (puntoacapo, 2016 - Premio Rodolfo Valentino 2016 e Premio Biennale di Poesia Campagnola 2017, Premio della Critica al Dino Campana 2017, Finalista ai Premio Gozzano, Merini, Caput Gauri). Il suo ultimo lavoro è "Zero al quoto" (puntoacapo, 2018) con prefazione di Vincenzo Guarracino. Sue opere sono incluse in Lezioni di Poesia (Arcipelago Itaca, 2015) di Tomaso Kemeny e in numerose altre antologie. Con il poemetto ENIAC è inoltre incluso in iPoet Lunario in versi (Lietocolle, 2018). Ha inoltre realizzato per i tipi di Pulcinoelefante la plaquette “Grandi poeti” (2012). Partecipa a letture poetiche, dibattiti culturali e blog di poesia. Ha preso parte ad alcuni eventi di azione poetica mito-modernista e alcune sue poesie sono state esposte congiuntamente a opere pittoriche in eventi organizzati dall’associazione Civico32 a Bologna. Ha conseguito numerosi riconoscimenti per la poesia inedita, fra i quali gli sono stati assegnati i Premi San Domenichino, Marietta Baderna, Lino Molinario, Daniela Cairoli, Giovanni Descalzo, Luciano Nicolis, Piemonte Letteratura, Terre di Liguria, Il Giardino di Babuk, il Premio “Dante d’Oro” dell’Università Bocconi di Milano, il Premio della Stampa al Città di Acqui Terme. Sulla sua poesia hanno scritto Tomaso Kemeny, Giuseppe Conte, Vincenzo Guarracino, Mauro Ferrari, Ivan Fedeli, Sergio Gallo, Sebastiano Aglieco, Paolo Gera, Eleonora Rimolo, Gian Piero Stefanoni, Laura Caccia, Pierangela Rossi, Enea Roversi, Antonella Pierangeli.

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