Quel ramo

 

Scruto dalla finestra

come dal più preciso dei cannocchiali

la finestra, identica, della casa di fronte,

i lampioni inclinati, l’asfalto lucido di pioggia,

lo scomposto accostarsi delle zolle

che si perdono nelle fessure della terra,

la calce fresca, la sabbia, i mattoni ammucchiati

un ramo nel coacervo dei rami, quel ramo.

 

E sai che non è ramo quel ramo se non lo nomino

come non è parola la parola che pronuncio

ma è la distonia di ogni altra parola

se non la credi vera.

Per questo non so come affacciarmi sui giorni

stretti in questi nostri tempi di tumulti

nel dirupo dei tempi, tempi gravidi

di labbra di ghiaccio secco

di lingue tappezzate di chiodi

di trachee carbonizzate nella roccia.

 

La scacchiera è sgombra, si richiude sul legno

ma sospetto delle tende, dei vetri appannati,

delle pupille dilatate, della luce volubile.

Altri erano gli spazi su cui sporgersi

con le unghie linde, la saliva impaziente sui denti,

le pietre, gli steli da raccogliere.

Abbasso lenta la tapparella, sugli occhi,

e, con un battito di ciglia superstite, su questa carta

muovo le ultime armate inesistenti.

 

 

Da “Il senso della neve” (puntoacapo, 2016)

 

Il senso della neve

 

L’inverno è l’indugiare del pensiero 

il perdersi nel vuoto delle stanze 

fuggendo l’aria succube nel gelo 

raccogliere le gocce della brina 

stillarne fiato a pelo delle labbra 

e reggere al tranello del già detto 

all’esile lusinga del cantabile: 

donzelletta passero assiolo, questa 

bella d’erbe famiglia e d’animali 

nonna Speranza e ogni caro poetico 

vecchiume di lune e favole belle 

il pio bove, i cipressi del Carducci. 

 

Altro il timbro degno del nostro tempo 

col pollice alle nocche un Vanni Fucci 

che uncina, che flagella, che dà strazio 

Pluto, Minòs ch’avvinghia alla sua coda 

Flegiàs, Semiramìs lussurïosa 

e serve una parola rattrappita 

potata come un pesco di febbraio 

quando sferza le guance tramontana. 

Serve un torsolo minimo di voce 

senza ravvedimenti, mediazione 

stanar l’arpeggio nello sciabordio 

delle stoviglie, frugare le pieghe 

remote della polvere, scoprire 

la chiave del durare in ciò che è breve 

lo spazio dove resta illeso il bianco 

allo svanire certo della neve.