Il senso della neve

 

L’inverno è l’indugiare del pensiero 

il perdersi nel vuoto delle stanze 

fuggendo l’aria succube nel gelo 

raccogliere le gocce della brina 

stillarne fiato a pelo delle labbra 

e reggere al tranello del già detto 

all’esile lusinga del cantabile: 

donzelletta passero assiolo, questa 

bella d’erbe famiglia e d’animali 

nonna Speranza e ogni caro poetico 

vecchiume di lune e favole belle 

il pio bove, i cipressi del Carducci. 

 

Altro il timbro degno del nostro tempo 

col pollice alle nocche un Vanni Fucci 

che uncina, che flagella, che dà strazio 

Pluto, Minòs ch’avvinghia alla sua coda 

Flegiàs, Semiramìs lussurïosa 

e serve una parola rattrappita 

potata come un pesco di febbraio 

quando sferza le guance tramontana. 

Serve un torsolo minimo di voce 

senza ravvedimenti, mediazione 

stanar l’arpeggio nello sciabordio 

delle stoviglie, frugare le pieghe 

remote della polvere, scoprire 

la chiave del durare in ciò che è breve 

lo spazio dove resta illeso il bianco 

allo svanire certo della neve. 

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