ISTANTANEE- Anna Maria Farabbi: Ancora sull’opera di Paolo Gera “Poesie per Recaptcha”

Ancora su Poesie per Recaptcha di Paolo Gera

CARTESENSIBILI

 haneul kim 

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Non mi bastava fare un commento al saggio di Milena Nicolini. Anche se partecipare attivamente con la propria scrittura, motivando il proprio punto di vista condividendo o meno, è utile per significare l’opportunità della rete, per dare polpa alla sua volatilità, per incarnare una soggettività leggente. In questo senso la redazione di Carte Sensibili auspica sempre che i lettori e le lettrici, propongano la loro impronta nei commenti.  

Come sempre al saggio di Milena Nicolini non si può aggiungere una goccia d’inchiostro, tanto la sua analisi entra nelle pieghe dell’opera tenendo costantemente presente tutta la creazione dell’artista. Tuttavia, vorrei aggiungere qui alcune sostanze di riflessioni suscitate dal mio incontro con Recaptcha.

Ricordiamoci quando Arthur Rimbaud salì su un tavolo di caffè a Parigi facendo pipi addosso a certi poeti letterati, che leggevano tra loro le proprie poesie. Irriverente, irruente, eretico, fiero della sua anarchia e consapevole…

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Elena Cattaneo, La cuticola del seme

Un inedito dell’amica Elena Cattaneo

Poesia Ultracontemporanea

La cuticola del seme
si tende,
si gonfia,
esplode.
In quel momento di rottura
fragile
il nuovo germoglio si mostra.
Nella morte la vita si nutre.
Di sola vita si avvizzisce.

Ci si interroga sulla giusta
sopravvivenza.
Si pesa quanto cuore impacchettare per non perdersi
nel troppo offrire.

Non c’è peso, non esiste misura.
Non c’è un grado di putrescenza del sé.
Si muore calcati nella terra grassa,
senza sapere del domani, gli occhi bassi.

Il tenero germoglio verde ci mangia torturandoci le membra.
Non possiamo sapere il domani.
Acqua, vento, sole e neve.

Nel tempo percepiamo un fuscello di noi.

Basta quello.

(Da Il dolore un verso dopo, puntoacapo 2016)

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Fiori di Torchio n.70

Cinque poesie inedite, con la nota di lettura del poeta Corrado Bagnoli, che saranno pubblicate nel nuovo libro d’artista della storica collana “Fiori di Torchio”, impreziosite da serigrafie dell’artista Riccardo Sala Rikiboy, di cui sarà inaugurata la mostra personale “Ode to the Goth / Non-Sequitur Requiem Series N°1 2018-2019”.

Un’occasione di incontro con poesia e arte.

Un’iniziativa del Circolo Culturale Seregn de la Memoria.

“Il Dio illuminato della Levità”: Emilia Barbato

La lanterna del pescatore

il-rigo-tra-i-rami-del-sambucoUna poesia urgente e saggia, mi ero detto un anno fa al primo contatto con la poesia di Emilia Barbato. Non mi sbagliavo, e Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre vive, 2018) me lo conferma. Chi ha la gioia, come me, di essere anche amico dell’autrice, di conoscere la sua tenace empatia di fronte al dolore, ritrova nella sua opera quegli stessi meravigliosi tratti umani. Ma non mi si fraintenda: non voglio assolutamente dire che Emilia mischia la poesia con la vita. Emilia è una poetessa consapevole, meditata e depositata per vocazione. Non può che scrivere a bocce ferme, filtrare, perché è un processo che in lei si compie naturalmente. La sua sensibilità quasi adolescenziale –ma matura- si coniuga con una mente razionale, e la delicatezza della poetessa Emilia ricorda la delicatezza del direttore d’orchestra Guido Cantelli, interprete classico e romantico a un tempo, e perciò quasi…

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“Zero al quoto” sul blog Italian Poetry

Il blog Italian Poetry ripropone la recensione a “Zero al quoto” (puntoacapo, 2019) scritta da Enea Roversi e già pubblicata sul blog Versante Ripido e succesivamente sul blog Tragico Alverman.

Per leggere la recensione nella sua interezza ecco il link al blog

http://www.italian-poetry.org/2019/02/zero-al-quoto-di-fabrizio-bregoli/#more-4447

Sempre su Italian Poetry una raccolta di poesie edite e inedite

Fabrizio BREGOLI

“Il rigo tra i rami del sambuco” di Emilia Barbato – Lettura di Clery Celeste

Neobar

Emilia Barbato – Il rigo tra i rami del sambuco (PietreVive editore, 2018)

Il rigo tra i rami del sambuco (PietreVive editore, 2018) di Emilia Barbato è il tentativo riuscito della parola di farsi lieve anche nel trattare temi dolorosi, come lo scollarsi lento dei corpi durante la malattia. Un libro che sin dal primo testo ci introduce ai diversi livelli di dialogo: il materno, il terreno e il sacro. Emilia Barbato possiede quella rara delicatezza formale che le permette di affrontare un tema scomodo come quello del passaggio di un corpo nell’imbuto del tumore, una lingua che si poggia lieve sul dolore, che lo preleva e lo porta in superficie alla luce e lo fa respirare. Emilia ci fa respirare con i suoi versi, concede ai lettori di provare il pudore e la pietà per chi osserva la malattia su una persona cara o per chi la vive in…

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Sul primo numero di Menabò

Sul primo numero della nuova rivista letteraria Menabò, edita da Terra d’Ulivi Edizioni, troverete una recensione a “Quinta Vez”, l’ultimo libro edito dalla poetessa Mariapia Quintavalla.

Riportiamo uno stralcio della nota di lettura.

Per chi fosse interessato alla lettura integrale, si rimanda alla rivista

Quinta Vez è un’opera complessa che sperimenta diversi generi letterari in ciascuna delle sezioni in cui il libro si articola e sarebbe riduttivo classificarla come silloge poetica tout court, per quanto sia la poesia la categoria letteraria a cui il lavoro stesso, per toni e temi, vada naturalmente ascritto. Già questa prima dichiarazione potrebbe apparire ai più un’evidente contraddizione, ma trova ragione nella visione secondo cui la poesia è soprattutto un sentire che si esplica mediante il ricorso a precise strutture ritmico-prosodiche associate a scarti conoscitivi e allegorici, tutti elementi che possono trovare ospitalità anche in generi letterari affini, quali la prosa o il teatro. L’autrice, ben consapevole della finta compartimentazione dei generi letterari, decide in questo lavoro di navigarli trasversalmente, puntando a un’esplorazione in profondità, che non è mai uno sprofondamento fine a se stesso, quanto piuttosto uno scandaglio della parola che va restituita alla sua possibilità immaginifica e creatrice. Poesia prima di tutto come capacità di violare confini artefatti, restituire lo spazio alla parola che con consapevolezza vuole riprenderne possesso, farsi e darsi senso. Quinta Vez è quindi una partitura ritmica in cui la poesia sceglie di prendere anche la forma della prosa e del dialogo teatrale per riscoprirsi e riconoscersi, ridarsi forma in insospettati esiti e smascheramenti, docili eversioni.

Non è quindi un viaggio semplice quello del lettore, che deve abbandonare ovvi pregiudizi e attese, per affidarsi a una nuova esegesi del dire poetico, aprirsi a un nuovo orizzonte della parola. E l’opera si apre con la prima sezione “Prenatale” che è prosa poetica che però sa mantenere controllatissimo il ritmo e la movenza della parola per lasciarne intatta la carica evocativa, perché lo spazio di azione della parola rimanga assoluto, ossia etimologicamente sciolto dalla zavorra del suo significato immediato. È lecito ritenere che molta sia l’autobiografia contenuta nei testi, ma questa viene ricombinata magmaticamente nella caldera letteraria spersonalizzandosi e dunque universalizzandosi, affinché ogni lettore possa fare propria questa materia, riplasmarla.

A parlare in Quinta Vez è sempre una voce femminile, China in una nelle sue multiformi varianti, una voce che oscilla in un binomio irrequieto di madre-figlia, fra annientamento e resurrezione o metamorfosi, in cui nascita e morte si compenetrano vicendevolmente perché solo nella loro simbiosi è consentito declinarne, se mai attingibile, un senso. Così il diventare madre è un percorso drammatico di crescita che non offre però redenzione, ma coscienza consapevole dello scacco.

Mai ti voltasti se non nell’attimo in cui baluginasti di me una donna, e divenute madri, mi chiamasti per nome.  […]

Mi chiamasti, e ad un tuo cenno mi coprii intensamente: avevo freddo ma non fretta, di riaprire gli occhi: mi sapevo nuda, e forse tremavo nel pensiero dell’incontro.

L’indagine poetica intrapresa in Prenatale passa anche attraverso lo sfondamento dell’ordinario sistema spazio-temporale comunemente percepito (mediante ricomparse, riapparizioni, simil-resurrezioni) e diviene viaggio a mezzo fra il fantasmagorico e l’esistenziale in una ricerca inesaurita di senso (e anche la stessa metamorfosi di China ne è in tal senso immagine), là dove solo la parola poetica può esercitare un suo mordente.

Un fondo di allarme sibilo batteva sotto quel tempo, dove ogni fatto e idea, sentire era deforme per l’avidità del mondo. Dove non eravamo più state né ognuna, amen.

Dove invece Mariapia Quintavalla ritorna alla forma poesia più tradizionale, il verso in senso stretto, è una voce lirica che ritorna preponderante a campire la pagina in Mater e Mater II, ma l’io è solo osservatore esterno che prende atto del mutamento, della necessità della trasformazione dove l’essere si compie, come nel naturale percorso della crescita di una figlia che necessita di creare una propria dimensione, rinnovare il miracolo dell’esistenza. Ogni dettaglio della crescita viene accennato con grazia (come in quel titolo “Nata dal riso”), con compostezza formale, ma al contempo è in grado di rendere il lettore partecipe di questo cammino. Aleggia il desiderio di un tempo nuovo in cui ciascuno possa riscoprire lo spazio di un’umanità credibile, in cui la storia possa essere solo un incubo passato e rimosso perché le generazioni future possano ambire a nuove “radure”, prospettive accessibili. Ecco allora questa poesia che brilla di una sua particolare luce nella versificazione chiara, come l’annuncio di un’era nuova, un’adolescenza restituita alla possibilità di tradursi, ossia passare indenne attraverso le insopprimibili avversità del tempo, le sue tangenze cupe, l’orrore del secolo breve e infame.

Lei è più libera più umana, non conosce

guerre, né latitudini del nero

il novecento appena lo ha leccato ma dopo,

quanto venne valicato

nel suo tam tam sinuoso, si è raccolta.

Dorme o ticchetta i suoi messaggi, pensa

nella luce, e intanto in semicerchio

si accavalla ai corpi delle amiche

in cerchi di fumo e di parole

vola via leggera, si traduce.

Continua su Menabò…

Per ordinare la rivista:

http://www.edizioniterradulivi.it/menabo-n-1/194

“Claustrofonia” di Doris Emilia Bragagnini

Il blog “Blanc de ta nuque” di Stefano Guglielmin accoglie la nota di lettura al libro “Claustrofonia” (Ladolfi Editore) di Doris Emilia Bragagnini, un’autrice da scoprire per chi ancora non la conoscesse.

Potete leggere la nota integrale e una selezione di testi sul sito