Matinée a San Babila

Passeggiare per il corso a occhi bassi

dove Milano gocciola dai tetti

scansato tra vetrine appariscenti

che abbracciano agli sguardi dei distratti

chi s’affatica nelle scarpe nuove

e accorcia ad arte l’orlo ai pantaloni

per mostrare le calze colorate

chi naviga, timone un cellulare

schivando le scogliere dei passanti

chi affretta il trotto al primo viso scuro

temendo la sorpresa imprevedibile

d’essere foglie sullo stesso ramo.

E’ un attimo, lo credi intero il tempo

e ne respiri il segno nel mattino

dimentico di ragioni, solo aria

come in remote fughe avventurose

che l’età ha ripulito dal suo piatto

come il ragazzo evaso dalla fòrmica

dei banchi ed ebbro tra esche di negozi.

Un giorno tu dirai c’è stato un tempo

lo spazio incalcolabile d’un passo.

Fu capriccio inspiegabile di sole

lo scuotere lenzuola dalla polvere

estrarre la radice attorta, al fondo

là dove primavera rompe ai fossi.

C’è stato un tempo altro, forse un varco

l’attesa nel silenzio della madia

d’un pugno striminzito di farina

che lievita nel buio, si fa pane.

Nota di lettura

Matinée3

Motivazione stesa dalla giuria del Premio Città di Acqui Terme, composta da

Alessandro Fo, Cecilia Gibellini, Aldino Leoni, Franco Vazzoler, Arturo Vercellino.

PoEstate Silva #29: Fabrizio Bregoli, Da “Zero al quoto” — Poetarum Silva

Ostello degli inguaribili Scartocciò foglia a foglia quel granturco come fosse la pergamena attorta d’una profezia, lo macinò chicco a chicco fino ad estrarne indenne la preziosa filigrana, l’essenza a colma maturità di quel sole. Questa la sua sapienza, il catechismo paziente della terra per anni a fendere zolle, strappare loglio e gramigne, scrutare il […]

via PoEstate Silva #29: Fabrizio Bregoli, Da “Zero al quoto” — Poetarum Silva

Avvertenze per l’uso

Ti scrivo da un’assenza d’anni

da una lacca di nebbie, a fiato corto.

Da quest’arso ammarato relitto

nulla sembra mutare, il tempo sosta

tra consuetudine di luoghi, piogge

nascite ovvie, rare calamità.

Brandisco aria, trascorro ore a sommare

parole inutili a inutile vento.

 

Fibra a fibra, avvivo vene di vetro

alle guance avvizzite di chi resta

e scioglie ghiaccio rappreso alle palpebre

ne fa limpido specchio a chi verrà.

Questo ti lascio, un imbuto di giorni

levigato ad un’acqua di memorie:

stillane l’ultimo nettare, o cenere

una macchia disperata d’inchiostro.

 

Da “Cronache provvisorie” (VJ Edizioni, 2015)
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