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Sergio Gallo, Il labirinto di Cnosso

Proponiamo un inedito del poeta Sergio Gallo tratto dal blog “Poesia Ultracontemporanea”. Buona lettura!

Poesia Ultracontemporanea

Dove vanno a morire
le onde della memoria?
Quali impronte lasciano
su craniche scogliere?

Potremo un giorno osservare questi segni
così come studiamo gli spettri di luce
di galassie e stelle, e attraverso i solchi
d’un vinile, ascoltare musiche di ricordi,
purissime sabbie, finissimi frammenti
di gusci di ciò che altri hanno vissuto?
Prima che l’erosione per sempre li dissolva,
fragile vegetazione di dune sabbiose?

E camminare tra le rovine di Troia
gli scavi di Ercolano, i resti di Micene
le strade di Pompei, le mura di Cnosso
non più come in un torvo bosco
su un ostico pendio, avvolti
da fredde nebbie, da nuvole basse
– la neve frolla fino alle ginocchia –
disorientati, senza via d’uscita.

(Inedito)

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Angela Greco su “Zero al quoto”

Per chi si fosse perso la recensione di Angela Greco su “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018) uscita quest’estate sul blog “Il sasso nello stagno” segnalo che la recensione è disponibile anche sul sito literary.it.

Ecco entrambi i link per gli interessati.

http://www.literary.it/dati/literary/g/greco_angela/zero_al_quot-.html

https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2019/08/05/zero-al-quoto-di-fabrizio-bregoli-letto-da-angela-greco/

Ringraziamo ancora Angela Greco per l’attenzione dimostrata e i siti che hanno ospitato la nota di lettura.

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“La lingua visitata dalla neve” di Stefano Guglielmin

Oggi su Laboratori Poesia la nota di lettura all’ultimo saggio di Stefano Guglielmin dal titolo “La lingua visitata dalla neve” (Aracne, 2019) sullo “scrivere poesia oggi”.

http://www.laboratoripoesia.it/la-lingua-visitata-dalla-neve-stefano-guglielmin/

Il nuovo libro di Stefano Guglielmin, come dichiarato dallo stesso autore nell’introduzione al lavoro, è frutto della frequentazione e dello studio approfondito della poesia (vissuto sia nell’accezione critica sia nella scrittura in prima persona) condotto da più di quaranta anni sul campo, con il confronto diretto e continuativo con autori e critici (lo testimoniano anche i molti riferimenti a corrispondenze private che vengono citate nel testo),  e arricchito dall’esperienza del blog “Blanc de ta nuque”, punto privilegiato di ricognizione della poesia contemporanea sul web e, negli anni ancora più recenti, sui social network.  […]

Colpisce in particolare l’idea, che emerge fin dall’introduzione, della poesia come di uno spazio comune e condiviso, “organo di un corpo collettivo e impersonale”, che Guglielmin intende esplorare senza pregiudizi di sorta, con la consapevolezza che ogni autore, anche il più importante, è una voce singola che vi contribuisce senza però compiutamente poterlo rappresentare, se non come singolarità che trova la sua ragione nella complessità dell’insieme: insomma poesia come, mutuando un termine informatico, “sistema open source”, patrimonio comune di codici e contenuti a cui ciascuno può contribuire con le sue “compilazioni-riscritture” o “librerie” di contenuti e di stili, soggette anch’esse a continua revisione in un processo evolutivo mai lineare. […]

Riassume bene l’idea di Guglielmin in merito alla poesia questo passaggio cruciale a pag.365: “Compito preliminare del poeta, la cui natura di ricercatore è intrinseca alla sua stessa essenza nomadica e pionieristica, è definire la propria area d’intervento, alla quale egli si dedicherà per un certo tempo o per sempre, scegliendo strumenti e metodi d’indagine e d’azione che riterrà più opportuni, consapevole che l’oggetto, intrigante e intricato, è comunque sempre il linguaggio nei suoi elementi”, il cui combinato disposto con la dichiarazione, più volte sottolineata, sulla missione del poeta a contrasto della società omologante a tutti i livelli, ivi compreso quello del linguaggio, che va ricostruito, dà bene il segno dell’impostazione critica che permea il libro. […]

Continua…

Il testo completo della recensione su Laboratori Poesia

http://www.laboratoripoesia.it/la-lingua-visitata-dalla-neve-stefano-guglielmin/

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Hugh Selwyn Mauberley di Ezra Pound

Sul sito di laboratori Poesia, blog con il quale inizio a collaborare come membro della redazione guidata da Alessandro Canzian, esce oggi la prima puntata della traduzione dell’opera “Hugh Selwyn Mauberley” di Ezra Pound.

Ogni traduzione in quanto tale è sempre una parziale riscrittura dell’originale, essendo impossibile la completa trasposizione del materiale poetico da una lingua all’altra. La finalità è rendere il più possibile il poema di Pound con una lingua italiana contemporanea, viva.

Spero che questo, certamente imperfetto, tentativo (o azzardo) possa accogliere le aspettative dei lettori.

Potete leggere le traduzioni delle prime cinque poesie della “Part I” del poema di Ezra Pound al seguente link

http://www.laboratoripoesia.it/ezra-pound-usa-engita-1/

Immagine dal sito “Laboratori Poesia”

V
 
Ne morì una miriade,
e i migliori fra di loro
per una vecchia puttana sdentata,
per una civiltà rabberciata.
 
Fascino, sorrisi su belle labbra,
occhi pieni di vita finiti sotto palpebre di terra
 
tutto barattato per due partite di statue in macerie,
per pochissime migliaia di libri malconci.

(traduzione da Ezra Pound, Hugh Selwyn Mauberley – 1920)

Testi in lingua originale sul sito “Poetry Foundation”

https://www.poetryfoundation.org/poems/44915/hugh-selwyn-mauberley-part-i

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Proposte per la lettura: “In luogo pubblico” di Paolo Gera

Paolo Gera – In luogo pubblico (puntoacapo, 2019)

Dalla postfazione di Fabrizio Bregoli:

Le evoluzioni più recenti della letteratura contemporanea tendono a rinnegare la compartimentazione stagna dei generi letterari, non più concepiti come silos distinti e impermeabili, ma sempre più spazi intercomunicanti fra i quali l’osmosi, anziché violare una presunta purezza del singolo genere, favorisce in realtà l’intrusione di nuova materia viva, consentendo al genere di rinnovarsi e assumere quella forma malleabile (di opera aperta direbbe Eco) che il lettore contemporaneo, educato alla modernità, si attende. Da tempo si assiste a una desacralizzazione del genere poesia e all’abbandono di certi stereotipi statutari (quelli che fecero dire a fine ‘800 a Stendhal che la prosa aveva di fatto soppiantato, quanto ad autenticità, la poesia, ormai legata a un linguaggio anti-storico e decorativo; gli stessi contro cui in seguito si è battuta la neoavanguardia), portando la poesia a una maggiore aderenza al parlato, a sporcarsi le mani nella realtà, approdando a nuove forme, come la cosiddetta poesia in prosa fino al limite della prosa in prosa (vedi Jean-Marie Gleize), in cui la poesia rivendica la propria capacità di poter essere riconosciuta come tale anche se scritta deliberatamente “deletteralizzata” in prosa-prosa, rinunciando quindi al verso. Come sostenuto già da Pound nei suoi saggi critici, a differenziare infatti la poesia dalla prosa non è una forma in sé, ma l’intensità della dizione, la ricerca condotta sulla parola.

Paolo Gera, dopo aver macinato e metabolizzato per anni e con dedizione critica le più diverse forme letterarie classiche e contemporanee, educato alla scuola della neoavanguardia, cresciuto nel mondo del teatro vissuto in prima persona, sa molto bene come questa osmosi fra i generi possa essere perseguita e agita, offrendoci in questo suo nuovo libro un’originale sintesi dei generi in una forma di scrittura molto personale, solo sua. Per dirla sempre con Pound, Paolo Gera riesce a combinare in questa raccolta gli strumenti della fanopea e della logopea, ossia la poesia per immagini icasticamente corrosiva e la poesia che lavora sulla funzione del linguaggio – principalmente combinando satira e paradosso, fino al grottesco – il tutto a favore di un’espressività caustica che rinuncia alla melopea (se non ironicamente, quasi parodisticamente, come ne “Il coro delle mimose recise” o ne “Il coro dei plutocrati”, rielaborazione personalissima dell’operetta morale “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie”). Ne deriva un verso asciutto, spesso debordante in lunghezza, fino allo sfondamento nella misura della prosa o del dialogo teatrale (come avviene ad esempio ne Il numero verde o La gita). Ciò che conta per Paolo Gera non è la modalità formale in cui veicolare il contenuto, ma è la finalità del messaggio poetico, ossia detto in altri termini la valenza etica, la sua capacità di incidere concretamente sulla società, risvegliare le coscienze. “C’è bisogno che qualcuno parli, che reciti la povera poesia”, ossia serve una poesia politica e anti-retorica, consapevole dei suoi limiti, capace di ammettere la propria sconfitta senza per questo darsi per vinta. La sua è una poesia che non è solo esercizio di stile (“Parole qui ne hanno spese fin troppo”), ma azione che origina dal pensiero (“Provate con i gesti, una scossa delle mani, un lampo negli occhi”), si fa gesto minimo portatore di senso, fosse anche soltanto offrire un pugno di sale, come per il protagonista de “La conferenza”, per saper “abitare il silenzio”. Da qui si parte per riappropriarsi di una dimensione più umana, anche se questo può significare una regressione salvifica, diventare “una cucciolata di lupi / una tenerezza di pelo che fa caldo” “e se c’è Dio è una cagna paziente / con infinite piccole mammelle”. […]

Scrivere poesia allora significa restituirsi alla comunità degli uomini, pur consapevoli che la civiltà plutocratica e consumistica avverte la poesia come un atto osceno (ma in realtà salutare) in luogo pubblico, perché attua lo smascheramento di un mondo fittizio e corrotto (vedi ne La piazza) e il lavoro del poeta, per dirla con Dante, consiste nel lasciare “pur grattar dov’è la rogna” (Paradiso XVII). Ecco come lo dice Paolo Gera:

non scrivere ora

e vai in un luogo pubblico

un luogo pubblico è dove c’è gente

con cui conversare

non scrivere non scrivere ora e vai in un luogo pubblico

se lo scrivi è perché non ci sei

se scrivi dell’idea non sei nel luogo

abbandona l’idea di comunicare che la scrittura è solitudine

[…] La poesia non può e non deve venire meno alla sua missione e Paolo Gera ha molto chiaro quale debba essere. La sua è una poesia dai contenuti densi, eticamente schierati, ma anche poesia che sceglie la strada non facile della ricerca, mai dotta o intellettualistica, ma comunque colta, e così capace di un linguaggio che è al tempo stesso puro ed eversivo, che non teme di dire perché sa che omnia munda mundis (Tito 1,15). Poesia seria, impegnata dunque; ma mai seriosa, e quindi coinvolgente. Una poesia, ancora, che non può esimersi dal suo compito, che sa rinvigorirsi a ogni rilettura, ed è realmente poésie ininterrompue perché non può esaurirsi nella misura ristretta del verso, ma ne trabocca per incontrare l’altro:

la potrei finire subito

sì, anche adesso la potrei finire

ma se continui a leggere

è impossibile che finisca

vedi come siamo legati io e te

sino alla fine dovremmo essere legati

io che non voglio finirla e tu che leggi

Questa è una parola che intende (non come sollen, ma come werden) incidere concretamente sul futuro, farsi comunità e fratellanza. Esiste forse una ragione più valida per fare poesia?

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Fabrizio Bregoli su “Abitare la traccia” di Fabio Prestifilippo

Potete leggere sul sito Lietocolle la nota di lettura all’ultimo libro di Fabio Prestifilippo dal titolo “Abitare la traccia”, collana pordenonelegge.it, 2019. Ringrazio la casa editrice Lietocolle per l’ospitalità.

Troverete anche una selezione di poesie incluse nel libro.

La poesia di Fabio Prestifilippo è poesia della frattura, una poesia che constata la ferita per esporla a nuovo sale, nella consapevolezza che è forse medicabile, ma inguaribile: “fragile fede che cerca / nella rovina il suo senso” o ancora “la luce picchiata / sul buio dei corridoi”. In “Abitare la traccia” assistiamo, per dichiarazione programmatica dello stesso autore nella poesia d’avvio, alla rappresentazione di un simbolico parricidio (“ho amato mio padre / come si ama un telefono abbandonato”), esposto in scene successive, per frammenti che vanno a costruire un non-romanzo in versi, dove viene meno qualunque strutturazione di tipo diacronico o nessi di causa-effetto fra le parti, ma tutto vive all’insegna della polverizzazione, come se si stessero raccogliendo detriti di una storia che non è possibile ricomporre. Chiara è la consapevolezza di voler essere testimoni crudi degli accadimenti, senza edulcorazioni o speculazioni astratte, perché in questa scrittura è insito il dettato del “tradimento”, della complicità impossibile fra realtà e parola: insomma questa poesia “non vi chiederà perdono”. […]

Concludendo, se ne esce con l’idea di una scrittura matura, legata geneticamente a molta poesia contemporanea a cui la accomuna il respiro poematico, la s-composizione per frammenti, l’essenzialità, certe chiavi metonimiche, ma la differenzia e la fa personale una certa “crudezza” espressiva, focalizzata sul messaggio poetico e mai ostentata, certo frutto di un vissuto forte e autentico, senza il quale la riuscita, peraltro ottima, di questi versi non sarebbe possibile.

La recensione completa su

https://www.lietocolle.com/2019/10/fabrizio-bregoli-su-abitare-la-traccia-di-fabio-prestifilippo/

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Fabrizio Bregoli – Inediti da “Notizie da Patmos”

Il blog InversoPoesia ospita alcuni inediti che saranno inclusi in “Notizie da Patmos”, silloge di prossima pubblicazione per “La Vita Felice” nella collana “Le voci italiane”.
Ringraziamo la redazione di InversoPoesia, in particolare i direttori editoriali Gabriele Galloni e Mattia Tarantino.
Buona lettura!

Inverso - Giornale di poesia

Inediti tratti dalla silloge “Notizie da Patmos” di prossima pubblicazione per i tipi de “La Vita Felice”, nella collana “Le voci italiane”

ISTRUZIONI ALCHEMICHE PER IL COMPOSTAGGIO

Raccogliere e impilare sfalci d’erba,
gusci di noci, fondi di caffè
filtri del tè, ossa, altre immondizie buone.
Rivoltare due o tre volte l’anno, piano
per riattivare il ciclo del silenzio.
Di quando in quando innaffiare, aggiungere
qualche altra scoria, emersa da uno specchio
dimenticato. Pressare a dovere
come a reprimere un singhiozzo buio,
un ricordo di frodo.
Poi maturare a fondo, concedere
varco al tempo, alla sua lama gentile.

Talvolta – dopo un terremoto d’anni –
vi affiora una poesia.

*

SOMIGLIANZE

Oggi capisco meglio il tuo sbandare
per campi a fare legna, negli inverni
di pianura – quei loro labbri chiusi –
o il vegliare nel capanno di caccia
col respiro impallinato, e così
non impaurire i tordi, o i pomeriggi

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