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Piccoligrandieditori di poesia: un mondo da esplorare

Incontro di discussione e lettura poetica presso Ex Chiesetta Trotter, via Angelo Mosso 7, Milano – Domenica 19 Gennaio 2020 alle ore 16.30 – a cui siete tutti invitati.

Ospiti Mauro Ferrari direttore editoriale di puntoacapo Editrice, Giancarlo Pontiggia direttore della collana Ancilia, Francesca Genti responsabile editoriale di Sartoria Utopia.

Moderatori: Alessandra Paganardi e Giusi Busceti.

Ci saranno letture poetiche degli autori Sartoria Utopia e puntoacapo fra cui Ivan Fedeli, Alfredo Rienzi e Fabrizio Bregoli.

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Recensione a "Zero al quoto" sul blog Poetrydream

Sul blog Poetrydream, a cura di Antonio Spagnuolo, Raffaele Piazza recensisce “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018).

Scrive Raffaele Piazza:

Guarracino parla di una consapevolezza alla presa d’atto amara e insieme ironica di una verità. In che cosa consista questa verità a dirlo è proprio lo zero: niente d’assoluto, mancanza di consistenza e valore, privazioni di essenza e legami.
Si può aggiungere che il nulla al quale si riferisce il poeta è quello che per Mario Luzi consiste nel limite, nella morte, nella fine che può cogliere ogni essere umano in qualsiasi istante, proprio perché l’uomo è assoggettato al tempo.
Ma, come scrive Severino nel suo saggio su Leopardi Il nulla e la poesia, proprio dal nulla può emergere l’essere, come dall’afasia la poesia.
Quindi la parola poetica detta con urgenza diventa contraltare del nichilismo, sua antitesi che dà per prodotto e sintesi il testo compiuto. […]

Le immagini icastiche e leggere restituiscono al lettore emozioni riscoperte, nuove o già provate.
Siamo gettati nel mondo ci dice Bregoli e per vincere il solipsismo ci si può rivolgere all’altro tramite la parola poetica. […]

Potete leggere la recensione completa sul blog:

http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.com/2019/12/segnalazione-volumi-fabrizio.html

Grazie ancora a Raffaele Piazza per l’attenzione e a Antonio Spagnuolo per l’ospitalità.

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Recensione a "Zero al quoto" su "Il Segnale" n.114

Sull’ultimo numero de “Il Segnale” è possibile leggere una recensione a “Zero al quoto” a cura di Marco Tabellione.

Scrive Marco Tabellione:

“Un periodare complesso che sonda tante possibilità del pensiero e del linguaggio, alla ricerca non tanto dell’espressione perfetta, quanto della forma linguistica che possa maggiormente avvicinarsi a idee inedite, proprie di visioni originali del mondo. […]

[…] fa quasi tremare l’allusione all’imperturbabilità delle cose, presente in una delle poesie, cose le quali, forse più serie di noi, non pensano a noi, né si curano delle nostre occupazioni così spesso stupide. Cose le quali, sì, possono aderire alla realtà in quanto realtà. […]

E forse in questi passi Bregoli vuole piuttosto denunciare questo generale commercio di tutti con tutti, come se non fosse il consorzio civile, il commercio economico, a fornire la base per una vita che possa dirsi autentica […] Ebbene almeno la poesia nella sua esigenza di decifrabilità insegna a non avere mente, e coscienza, frettolose.”

Marco Tabellione

Potete leggere la recensione completa su “Il Segnale”.

Qui la poesia a cui Tabellione si riferisce nel passaggio precedente.

da “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018)

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Alfredo Rienzi su “Zero al quoto”

La scrittura di Fabrizio Bregoli giunge in questo prezioso testimone della poesia contemporanea, dal titolo dominante e illuminante, ad una espressione stilistica prettamente personale.

La modernità di questa parola si muove su, almeno, un doppio binario.

Il primo è percorso dalla forza caratterizzante di una lingua ricercata e raffinata, non di sperimentazione ma di resistenza, che esclude la mera esibizione di se stessa, il compiacimento, ma che è maneggiata in funzione della fluidità del verso e della chiarezza del dettato: richiede attenzione al lettore, che sa legare a sé per la compiutezza dei componimenti, delle storie narrate, della visione del mondo che si spande tra esse, tra la forza di una umanità cercata e la ruggine del dubbio irrisolto.

Sull’altro binario corre la spietatezza dell’osservatore puro, in cui l’io poetico si fa da parte, mentre le terze persone e il mondo osservato si fanno protagonisti.

Un’ultima sezione, metapoetica, evocante uno dei padri del Novecento poetico italiano, Vittorio Sereni, conferisce ulteriore solidità letteraria all’opera.

Alfredo Rienzi

Settembre 2019

(Dalla motivazione per la segnalazione di “Zero al quoto” al Premio Metropoli di Torino, 2019)

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Angela Greco su “Zero al quoto”

Per chi si fosse perso la recensione di Angela Greco su “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018) uscita quest’estate sul blog “Il sasso nello stagno” segnalo che la recensione è disponibile anche sul sito literary.it.

Ecco entrambi i link per gli interessati.

http://www.literary.it/dati/literary/g/greco_angela/zero_al_quot-.html

https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2019/08/05/zero-al-quoto-di-fabrizio-bregoli-letto-da-angela-greco/

Ringraziamo ancora Angela Greco per l’attenzione dimostrata e i siti che hanno ospitato la nota di lettura.

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Raffaele Piazza su “Il senso della neve”

Troverete sul blog Poetrydream di Antonio Spagnuolo e sul sito literary.it la nota di lettura di Raffaele Piazza su “Il senso della neve” (puntoacapo, 2016).

Ringraziamo il recensore per l’attenzione e la puntualità dell’analisi e i siti per avere ospitato la nota di lettura.

http://www.literary.it/dati/literary/p/piazza/il_senso_della_neve.html

http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.com/2019/11/segnalazione-volumi-fabrizio-bregoli.html

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Proposte per la lettura: “In luogo pubblico” di Paolo Gera

Paolo Gera – In luogo pubblico (puntoacapo, 2019)

Dalla postfazione di Fabrizio Bregoli:

Le evoluzioni più recenti della letteratura contemporanea tendono a rinnegare la compartimentazione stagna dei generi letterari, non più concepiti come silos distinti e impermeabili, ma sempre più spazi intercomunicanti fra i quali l’osmosi, anziché violare una presunta purezza del singolo genere, favorisce in realtà l’intrusione di nuova materia viva, consentendo al genere di rinnovarsi e assumere quella forma malleabile (di opera aperta direbbe Eco) che il lettore contemporaneo, educato alla modernità, si attende. Da tempo si assiste a una desacralizzazione del genere poesia e all’abbandono di certi stereotipi statutari (quelli che fecero dire a fine ‘800 a Stendhal che la prosa aveva di fatto soppiantato, quanto ad autenticità, la poesia, ormai legata a un linguaggio anti-storico e decorativo; gli stessi contro cui in seguito si è battuta la neoavanguardia), portando la poesia a una maggiore aderenza al parlato, a sporcarsi le mani nella realtà, approdando a nuove forme, come la cosiddetta poesia in prosa fino al limite della prosa in prosa (vedi Jean-Marie Gleize), in cui la poesia rivendica la propria capacità di poter essere riconosciuta come tale anche se scritta deliberatamente “deletteralizzata” in prosa-prosa, rinunciando quindi al verso. Come sostenuto già da Pound nei suoi saggi critici, a differenziare infatti la poesia dalla prosa non è una forma in sé, ma l’intensità della dizione, la ricerca condotta sulla parola.

Paolo Gera, dopo aver macinato e metabolizzato per anni e con dedizione critica le più diverse forme letterarie classiche e contemporanee, educato alla scuola della neoavanguardia, cresciuto nel mondo del teatro vissuto in prima persona, sa molto bene come questa osmosi fra i generi possa essere perseguita e agita, offrendoci in questo suo nuovo libro un’originale sintesi dei generi in una forma di scrittura molto personale, solo sua. Per dirla sempre con Pound, Paolo Gera riesce a combinare in questa raccolta gli strumenti della fanopea e della logopea, ossia la poesia per immagini icasticamente corrosiva e la poesia che lavora sulla funzione del linguaggio – principalmente combinando satira e paradosso, fino al grottesco – il tutto a favore di un’espressività caustica che rinuncia alla melopea (se non ironicamente, quasi parodisticamente, come ne “Il coro delle mimose recise” o ne “Il coro dei plutocrati”, rielaborazione personalissima dell’operetta morale “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie”). Ne deriva un verso asciutto, spesso debordante in lunghezza, fino allo sfondamento nella misura della prosa o del dialogo teatrale (come avviene ad esempio ne Il numero verde o La gita). Ciò che conta per Paolo Gera non è la modalità formale in cui veicolare il contenuto, ma è la finalità del messaggio poetico, ossia detto in altri termini la valenza etica, la sua capacità di incidere concretamente sulla società, risvegliare le coscienze. “C’è bisogno che qualcuno parli, che reciti la povera poesia”, ossia serve una poesia politica e anti-retorica, consapevole dei suoi limiti, capace di ammettere la propria sconfitta senza per questo darsi per vinta. La sua è una poesia che non è solo esercizio di stile (“Parole qui ne hanno spese fin troppo”), ma azione che origina dal pensiero (“Provate con i gesti, una scossa delle mani, un lampo negli occhi”), si fa gesto minimo portatore di senso, fosse anche soltanto offrire un pugno di sale, come per il protagonista de “La conferenza”, per saper “abitare il silenzio”. Da qui si parte per riappropriarsi di una dimensione più umana, anche se questo può significare una regressione salvifica, diventare “una cucciolata di lupi / una tenerezza di pelo che fa caldo” “e se c’è Dio è una cagna paziente / con infinite piccole mammelle”. […]

Scrivere poesia allora significa restituirsi alla comunità degli uomini, pur consapevoli che la civiltà plutocratica e consumistica avverte la poesia come un atto osceno (ma in realtà salutare) in luogo pubblico, perché attua lo smascheramento di un mondo fittizio e corrotto (vedi ne La piazza) e il lavoro del poeta, per dirla con Dante, consiste nel lasciare “pur grattar dov’è la rogna” (Paradiso XVII). Ecco come lo dice Paolo Gera:

non scrivere ora

e vai in un luogo pubblico

un luogo pubblico è dove c’è gente

con cui conversare

non scrivere non scrivere ora e vai in un luogo pubblico

se lo scrivi è perché non ci sei

se scrivi dell’idea non sei nel luogo

abbandona l’idea di comunicare che la scrittura è solitudine

[…] La poesia non può e non deve venire meno alla sua missione e Paolo Gera ha molto chiaro quale debba essere. La sua è una poesia dai contenuti densi, eticamente schierati, ma anche poesia che sceglie la strada non facile della ricerca, mai dotta o intellettualistica, ma comunque colta, e così capace di un linguaggio che è al tempo stesso puro ed eversivo, che non teme di dire perché sa che omnia munda mundis (Tito 1,15). Poesia seria, impegnata dunque; ma mai seriosa, e quindi coinvolgente. Una poesia, ancora, che non può esimersi dal suo compito, che sa rinvigorirsi a ogni rilettura, ed è realmente poésie ininterrompue perché non può esaurirsi nella misura ristretta del verso, ma ne trabocca per incontrare l’altro:

la potrei finire subito

sì, anche adesso la potrei finire

ma se continui a leggere

è impossibile che finisca

vedi come siamo legati io e te

sino alla fine dovremmo essere legati

io che non voglio finirla e tu che leggi

Questa è una parola che intende (non come sollen, ma come werden) incidere concretamente sul futuro, farsi comunità e fratellanza. Esiste forse una ragione più valida per fare poesia?

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